venerdì 25 maggio 2007

Una volta mi chiesero:"Sei Narciso o Boccadoro?". Ipotizzai una via di mezzo...Una via di mezzo, mi dissero, non c'è. O sei Narciso o sei Boccadoro. O sei qualcosa che non è una via di mezzo, ma è tutt'altro.

L'aceto balsamico sulle fragole ci sta da paura, anni fa non l'avrei mai detto.

Mettere lo zucchero nel caffè è una delle cose più stupide del mondo. Riverso in bocca fluido amaro al mattino per dare una scossa, uno stordimento e nausea e schifo e prezioso aroma alla lingua assonnata, alle papille addormentate e recettive, alla mia folla stanca di neuroni stanchi alla base del cervelletto. Lo zucchero nel caffè è una scureggia nell'ascensore. Attendi il tuo turno, e godi del dolce della salita per soffocare nell'amaro del peto del vicino di casa o del signore in pantofole e canottiera del piano di sopra. Tanto vale affrontare le scale.
Questo perché non sempre lo zucchero ce lo metti di tua volontà nel caffè...a volte è strettamente necessario, quando è bruciato, quando è troppo forte...a volte è una casualità inaspettata, quando te lo offrono e sei a casa di qualcuno, quando c'è l'abitudine di zuccherare direttamente nella macchinetta, quando vai dal Mago del Caffè sulla Palmiro Togliatti e ti riempe la tazzina di quella crema speciale. Ma...quante volte la delizia della crema surclassando l'esoterico gusto del caffè puro c'ha dato gioie e piaceri e colpetti di lingua sulle labbra appiccicose? Eh sì, l'aceto balsamico sulle fragole ci sta proprio da paura.
A volte val la pena l'apnea di 8 rapidi piani che il fiatone di 320 gradini sudati. Ci sono sempre dei pro e dei contro nell'assoluto dell'amaro e nel denso del dolce a anche nel malinconico dell'agrodolce.
Se sali lentamente da certe rampe di scale puoi incontrare delle finestre o lucernari e scoprirti man mano sempre più vicini al cielo e al sole. A volte val la pena soffrire il fiato corto e toccare le nuvole.
Ora puoi ancora scegliere, perché la vita non è un test a crocette, non ci fermiamo al verofalso. Hai sfiorato con un dito le nuvole. Hai preso un'altro solito. Hai aperto le ali e voli. Qual'è il tuo istinto primordiale? Ci si salva sempre nella follia? Sei Dedalo o Icaro?

Vorrei chiedere in parte perdono per tutte queste mie divagazioni assurde, ma non conosco un posto migliore del Café Absurd per dar libero sfogo a ragionamenti contorti e intrecciati e insensati come i miei. Non arrovellatevi a cercare un filo logico. Non c'è. Questo spreco o investimento di parole è una risposta a quanto scritto sopra, o sotto nella logica inversa di un blog.

Un brindisi lo farei con te Higuerra ad un treno qualunque, a quelli persi, a quelli lasciati andare e a quelli che non sono mai arrivati alla stazione. A quelli che si prendono al volo, a quelli che si prendono per sbaglio, a quelli che si perdono per sbaglio.
"Il solito, triplo grazie! Si, per tutti e due."


Camminavamo per le strade di Parigi, forse verso la stazione di Bercy, dove un treno ci attendeva o dove noi avremmo atteso un treno. La fretta ci preoccupava meno del solito.
E quindi ordinammo il solito, in un bel bar berbero dalle parti della Cinémathèque, se ce n'è uno.

- Ce n'è più d'uno, aveva detto Piòtr, ma non abbiamo il tempo per vederceli tutti; scegliamo quello lì, mi sembra un po' più berbero degli altri.
- Non ne sono certo, avevo risposto io, ma se proprio insisti, cedo.

Il solito raddoppiò, e con esso raddoppiò quel che vedevano i nostri occhi, i miei e quelli di Piòtr. Quattro zingare ci lessero otto mani, sì, ci lasciammo prendere la mano, e per di più ci lasciammo prendere per turchi, e non saprei se fosse il caso, dal momento che ci trovavamo in un bel bar berbero.
Io, in preda all'ubriachezza, o l'ubriachezza in mia preda, o entrambi, in coro, recitammo il seguente soliloquio:

- Vorrei parlare di piccole esplosioni e big bang, e di quanto breve possa essere il tempo che intercorre tra un big bang e l'altro. Di quanto sia superfluo inventarsi degli spartiacque laddove esiste la provvidenza e di quanto sia imprudente - per contro - lasciare che siano gli altri a provvedere per te. Di quanto sia bello, in fondo, credere nell'invisibile e non credere all'evidenza.
Di quanto sia dolce a volte l'amarezza - chi non lo sa? - e di quanto sia buffo correggerla a colpi di saliera. Di quanto sia stupido mettere lo zucchero nel caffè e non mettere invece l'inchiostro sulle fragole.
Di come certi viaggi o certe serate inizino così così per poi rivelarsi magici, finché l'incantesimo non si arrende alla ragione, o finché la buona ragione non cede il passo ad una carenza di istinti primordiali, proiettando eventi ed esistenti nella catastrofe.

- Tu devi essere pazzo! - mi dice Piòtr
- Certo che devo. Ci si salva sempre nella follia. Mentre a tentare di salvare la testa si rischia di smarrire il resto del corpo.

Perdemmo il treno, e malgrado fosse un treno bello grosso, oh, ancora lo stiamo cercando.

giovedì 24 maggio 2007

Muoversi rapidi è un buon sistema per sorprendere e restare sorpresi.
Ad Ostia è esplosa l'estate e non lo sapevo. E questo fa di Parigi un ricordo lontano e fumoso.
Ora lo so, che c'è l'estate a Ostia, e mi compiaccio intimamente di puzzare di sudore, e difficilmente potrò condividere il mio compiacimento con qualcuno. Col caldo, forse, è meglio muoversi un po' meno rapidi, così si puzza meno. Perché, a parte il compiacimento, puzzare non è bello.
Eh...
La vita, dice qualcuno, è fatta di piccole solitudini.

lunedì 21 maggio 2007


Fuoriesco da casa Grohmann, di testa, aggrappato al bordo con due mani, come si farebbe capolino da una botola, in certi film d'avventura. Mi guardo attorno, mi rigiro sul posto, annaspo. Per anni ho creduto questo: ai miei occhi miopi serve del tempo, al mattino, per mettere a fuoco il mondo. E invece, capisco ora, il tempo serve ai miei occhi miopi per ingannarmi che tutto è a fuoco come si deve. Ciò che non è vero.
E poi comincio a camminare, mi porta a spasso un fluido magico, perché dentro ogni uomo c'è un progetto segreto che nessuno conosce ma che ciascuno, senza conoscere, esegue. Sfoglio un paio di libri d'arte alle Halles St. Pierre: art brut, art outsider, pesci abissali: cose la cui esistenza o meno non cambia la vita a nessuno.
Penso di scalinare fin su Montmartre. Ci ripenso appigliandomi al terrore di vedere la città in mezzo giro di testa. E non arrivo a sapere se il terrore è l'alibi della pigrizia o se la pigrizia è l'alibi del terrore che sono già sul Boulevard de Barbès, e il contorno umano è passato dall'etnia bianco-turistica a quella olivastro-venditrice-di-orologi-rubati.
La metro mi inghiotte. La metro mi rutta a Belleville, di lì rimonto il quartiere in salita, senza pigrizia, tra i ristoranti cinesi, gli empori cinesi, i cinesi. Non ricordavo, non sapevo, che Belleville fosse bella al di là del nome. E' bello tutto il diciannovesimo arrotondamento; i municipi di Parigi sono numerati così, a chiocciola, a spirale. Arrivo a Télégraphe, e sono un pellegrino, prego e dopo siedo sulle scale, spalle all'altare. E poi, diritto di fronte, vado alla fermata del PC3. E' un bus pieno zeppo di neri africani, sempre. Percorre le mura di Parigi di porta in porta. Mi porta a porte de Clignancourt, per un'ennesima - perché non ultima? - volta. Scendo e c'è il mercato, lo attraverso, resisto al richiamo della galette del bretone, mi immergo nella città di St. Ouen, laddove non è più un fatto di arrotondamenti, è un fatto di 93, neuf trois, novetré, è un fatto di Banlieue. Di fronte alla mairie c'è una protesta pacifica, non so, forse un matrimonio, insomma c'è gente che suona tamburi africani e clacson.
St. Ouen era la mia città. Credevo di conoscerla abbastanza bene, non meglio di quanto non meritasse. Dalla mairie decido di imboccare una strada secondaria, mai battuta, e così via ad istinto.
Qualche chilometro e - complice il fluido magico - perdo il senno e trovo la Senna. La costeggio per un tratto, poi la ricerca di un qualsiasi centro abitato mi smarrisce lungo una lingua d'asfalto che separa appezzamenti brulli, coltivati a capannoni industriali. Presso uno di essi ecco quattro tipi in cerchio con le facce da operai magiari in pausa briscola. Pochi passi più tardi il graduale svelamento prospettico mi impone un campo nomadi; un intenso brulicare di vite giustifica tardivamente il chiasso di voci e battimenti che non sapevo di stare sentendo già da qualche decina di metri. Non riesco a trattenere un sussulto e un irrigidimento del collo, ma nessuno mi fa caso. Le prossime case sottostanno alla giurisdizione di Clichy la Garenne, e seguendo le indicazioni mi immetto sul Boulevard Victor Hugo (1802-1885). Il resto è discesa libera fino alla bElle éPoque.

giovedì 17 maggio 2007

Su parigi sempre pioggia, o altrimenti poggia quel lenzuolo livido, retroilluminato, e strade che riflettono e riflettono, specchio e lente, più lente assai - nel riflettere - di chi le passeggia, per quanto poi qui non viga la frenesia del tacco, non quella di certe londre, ugualmente ricoperte, pralinate, ugualmente meccaniche nel ventre. E di fatti quel che mi piace di Parigi, molto, è la metropolitana. La sua efficacia è dura da dimenticare, perché funziona come la memoria, e m'era rimasta attaccata alla calotta, quell'esattezza tentacolare e multicolore, quattordici e molto più rapide rapide, ripide cascate.
Certi quartieri, mi sembra, non ho mai smesso di guardarli, e non ero lì, eppure io c'ero, me li son visti solidi, geometrici davanti agli occhi; e nessuna sorpresa nel ritrovarli, come ne avessi, nello sguardo, il calco. E' facile confondere una città con l'altra.

mercoledì 16 maggio 2007

... ancora ...


REPETITA IUVANT

martedì 15 maggio 2007


Parigi, Parigi che piove Sgamorra

Parigi che piove, Sgamorra, Parigi

Che piove Sgamorra, Parigi, Parigi

Sgamorra, Parigi, Parigi che piove

Parigi, Sgamorra, che piove, Parigi

Sgamorra Parigi, Parigi che piove

Parigi, Parigi che piove, Sgamorra

lunedì 14 maggio 2007

Stavolta Beluga mi ha commosso davvero, mi ha ritorto contro tutte le mie false speranze con la mia stessa fantasia. Oggi questo palazzo (che si trova nel quartiere di Raval) non esiste più.

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venerdì 11 maggio 2007


Archiviaggio: cosa eravamo ma soprattutto dove eravamo

#1 Questra strana città ...
di Bak, 01/12/2004

Miei cari amici, "questa stana citta'" e' il tema della mail. Ovviamente potrei sembrare monotono, ma la quantita' di avvenimenti folli che si susseguono per le strade di Barcellona mi lasciano ogni volta di stucco. Certo, il luogo preferito per i pazzi e' quasi sempre il centro (Rambla e dintorni), ma ce ne sono tantissimi ... Cito come esempio due episodi: l'altro ieri su una strada piena zeppa di gente c'era un tipo che guidava la bicicletta a velocita' folle - e fino a qui tutto nella media - ma cio' che piu' mi ha colpito e' che guidava al contrario. Stava seduto sul manubrio, di spalle alla direzione di marcia, e pedalava al contrario col capo voltato per guardare dove andava. Beh, questo tizio era un fenomeno perche' oltre a schivare con maestria la folla - e c'era tanta gente in mezzo alla strada - e' riuscito a fermarsi completamente quando non ha trovato un varco ed e' rimasto in attesa per trenta secondi buoni senza posare i piedi a terra! Incredibile ... poi appena ha trovato spazio e' ripartito come un fulmine. Il secondo episodio e' accaduto ieri. Come vi ho gia' raccontato, la rambla - pensate alla nostra via del corso, solo che piu' bella spaziosa e che porta verso il porto vecchio - e' il luogo dove i piu' schizzati si danno appuntamento. C'era un artista di strada che, travestito da donnone super obeso, si faceva fotografare. Inizialmente mi sembrava tutto nella norma, anche perche' la gente intorno copriva un po' la vista, quando a un cero punto gli si avvicina un tipo tutto nudo - e anche scalzo - per farsi fotografare con lui. Io di stucco ancora non mi rendo conto che a fotografarli sorridenti e' una ragazza ... anche lei completamente nuda! NO COMMENT. Barcellona pero' non e' solo questo, l'architettura ad esempio e' qualcosa di meraviglioso - grazie soprattutto al contributo di Antoni Gaudi' - e non solo, ci sono tantissimi musei di arte contemporanea e moderna - che ancora devo visitare - e in piu' c'e' una funicolare che passa sul mare! Neanche io ci credevo finche' non l'ho vista. Poi la spiaggia, stile Miami, sempre piena di gente - che, certo, non si fa piu' il bagno - con i rollerblades, skates, a piedi etc etc. Palme, locali, gabbiani e onde di circa 1 metro e mezzo bellissime - aggiungo che non c'era mare grosso, quindi chissa' come sono con la mareggiata - e naturalmente surfisti. Insomma, vi ho scritto cio' che per il momento ha colpito la mia attenzione e che viene alla mia mente in questo momento. Sicuramente ho tralasciato cose piu' importanti tipo il mio lavoro, l'arpia con cui vivo - la padrona di casa - la fine del ramadan etc etc.
Mi mancate molto Alessandro alias Haikel alias Bak

mercoledì 9 maggio 2007


Piòtr, o chi per lui, mi ha detto qualcosa sulla mia generazione. Piòtr è un personaggio di fantasia, e in quanto tale non appartiene a generazione alcuna. Mi ha detto che la mia è una generazione ferita.

La cosa mi ha colpito parecchio ma non so bene perché, e voglio capirlo, voglio capire perché mi abbia colpito questa frase: la tua è una generazione ferita.

Anzitutto è bella la combinazione delle parole: una.generazione.ferita.

Ma che altro c'è? Sono sicuro che c'è qualcosa d'altro.

Mi sento ferito io? Mi sento ferito da sempre? Per sempre? E il fatto che io, eventualmente, mi senta ferito, vuol dire che per forza di cose tutta la mia generazione si senta in questo modo qui? Ferita? Ferita da cosa o da chi? Ferita perché? Ferita come? Ferita grave?

Piòtr m'ha detto questa cosa mentre si parlava di amore. Si parlava di te, perché sempre di te si parla quando si parla di amore. La tua è una generazione ferita. La tua che è anche la mia e non è quella di Piòtr, che non appartiene a generazione alcuna, essendo un personaggio di pura fantasia.

Tempo fa dicevo e pensavo (e tutt'ora penso) che siamo nell'era dell'amore scettico, e se volete sapere che cosa intendo cliccate qui e leggetevi una cosa che ho scritto nell'ottobre del 2006.

Ma questa cosa della generazione ferita non l'ho pensata io, l'ha pensata Piòtr. E a me colpisce, perché mi ci ritrovo, e ora vi spiego perché mi ci ritrovo, citando Piòtr qua e là.

Perché anche a me è dato fare sogni enormi e al risveglio la cosa più enorme che c'è sono le Campagnole da inzuppare in tanto buon latte, tanto grandi che le reggi con due mani e in una confezione ce ne stanno quattro.
Perché vorrei che le Macine, invece, fossero un gruppo heavy metal, incazzatissimo, da ascoltare ogni mattina appena sveglio, mentre inzuppo le Campagnole, incazzatissimo.

Perché anche a me i piccoli allievi di pochi Professori Incredibili insegnano cose che i più fortunati di noi tenteranno di spiegare, inutilmente e malamente, ad una generazione ancora più ferita della nostra, la quale avrà a disposizione - se non altro e malauguratamente - sedativi più potenti. Molto più potenti.

Perché anche io mi sento prigioniero della ricerca della libertà e perché nemmeno tu sai come rendermi uno schiavo felice.
Perché Bruno Vespa ha appena urlato in diretta RAIUNO: ecco il Papa che si sta affacciando!

Perché farei carte false non per sapere la verità - ché non mi interessa saperla -, ma semplicemente per riuscire a dirla. Sempre.
Perché il terrore e il rifugio l'hanno inventati nello stesso istante, nello stesso luogo.
Perché vorrei dire cose gigantesche e invece faccio la voce stridula ed imito banalmente il dialetto napoletano su una radio che va in onda solo a Frosinone, oltre che nel Mondo Intero.
Perché sento la tua mancanza.
Secondo voi ha ragione Piòtr? Sentite di far parte di una generazione ferita?

martedì 8 maggio 2007

Oggi martedì 8 maggio
secondo appuntamento con

Café Absurd on air

ore 23
www.broadcastitalia.it

follow us

sabato 5 maggio 2007

Oggi, sabato 5 maggio, ore 22

su www.broadcastitalia.it

Café absurd on air

Il collettivo 29 settembre debutta in mondoaudizione

Seguiteci.

venerdì 4 maggio 2007


Sono 28, e li sento tutti. Sento dire da alcuni che gli anni 90 sono passati, più passati del pomodoro, c' è da sperare soltanto in un ritorno della moda che per inciso non mi ricordo nemmeno più quale fosse. Devo rassegnarmi a vivere nel 2000 e rotti, ma tutto sommato ci vivo bene. La mia vita è felice, perchè mi sento molto amato. Ho solo il rimpianto di aver detto poco e fatto altrettanto in contesti cruciali della mia vita, ma questa è una rogna che mi gratterò col tempo sperando che non si infetti. Nonostante tutte le mie lacune come essere umano, credo che le cose stiano andando per il meglio, accetto suggerimenti per il futuro.
p. s. : grazie a tutti per essere ventuti al mio party in mezzo alle siringhe, spero replicheremo presto dentro al pattume.

mercoledì 2 maggio 2007

lunedì 30 aprile 2007


Mentre dormivi, dolcemente, in punta di mano ho scritto parole (segrete) sul palmo della tua, o sul dorso, ora non ricordo bene. Dovevo essermi svegliato per qualche motivo. Forse per bere, spesso mi capita di svegliarmi per bere.

E' che non bevo abbastanza durante il giorno. E poi, quando il letto non è il mio, a volte sento le gambe che vorrebbero andar via. Per un motivo o per l'altro, ad una certa ora della notte mi son ritrovato con gli occhi sgranati sul buio, nella tua stanza, nel tuo letto, e con un qualche senso di insoddisfazione. Per prima cosa ho cercato te. Quando nel buio si cerca una mano il più delle volte si trova qualcos'altro, che so, dei capelli, una schiena. Capita che con le dita - appena appena, per non dar fastidio - segui l'andamento di un braccio alla ricerca di una mano e invece va a finire che incontri la curva di una spalla. Allora capisci che hai sbagliato verso. Ho sbagliato verso, ma poi pian piano hai smesso di essere un quadro cubista, le mie mani hanno iniziato a vedere. E forse anche i miei occhi, basta qualche istante e qualche rigo di luce. Salvo che sono molto miope e di notte non porto né lenti né occhiali.

Ho fatto queste due cose, non ricordo con esattezza in che ordine: a) scriverti qualcosa col dito sul dorso della mano, o sul palmo; b) bere. Sì, credo sia questo l'ordine giusto, peraltro.

Dopodiché, credo, già dormivo.

sabato 28 aprile 2007

venerdì 27 aprile 2007

Café Absurd sta per diventare un programma radiofonico; o più esattamente: il collettivo ventinove settembre, composto da Higuerra, Sgamas, Scalia, Bisca e LeCannu (per quanto riguarda ques'ultimo io la mano sul fuoco non ce la metto, eh) sta per ri-esordire in radio con una trasimssione che a a quanto pare porterà il nome del presente blog.

Café Absurd originariamente era (ed è, credo) un pub di Weiz, Austria; e l'abbiamo detto. Café Absurd nelle mie intenzioni doveva diventare un romanzo, poi un film, o uno spettacolo teatrale, ma non ho talento (o pazienza) per certe cose. E' stato il nome provvisorio e scettico della mia storica band progressive rock. Vorrebbe essere il nome della mia nuova band meno progressive e forse meno rock.

Per intanto è il nome di una trasmissione radiofonica. Presto i dettagli.

mercoledì 25 aprile 2007





Le stagioni, tre su quattro, mi entrano dentro. L'autunno da sopra, con le incombenze, gli abiti pesanti, le piogge. L'estate di fronte, col sole irriverente, l'aria burrosa, la vista inevitabile dei corpi umani. L'inverno da sotto, con il pavimento metallico la mattina quando scendi dal letto, gli scarponi, e la terra che freme, e pare che da un momento all'altro debba accadere qualcosa. Ed è per questo che la primavera ti sorprende, perché ti aspetti qualcosa dal basso per tre mesi, che so, un fiore che spunta, e invece la primavera ti viene da dentro, non ti accorgi di nulla, te la ritrovi addosso. I sorrisi sgorgano e splendono, le narici annegano, gli occhi lacrimano e bruciano, i muscoli scalpitano sotto la pelle, il corpo chiede di uscire dagli indumenti, e tutto dolcemente soggiace ad un principio di luce e di fuoco.
Il caffè ha un sapore diverso, il mattino ha l'oro in bocca, la sera si fa desiderare, la rondine non è più sola. Cori d'uccelli che intonano Antonio Vivaldi e vivai di ghirlande di rosa, d'arancio e di viola.

martedì 24 aprile 2007

#1

Mi sveglio presto. Non eccessivamente presto. Il sonno è un dolore tra naso e torace. E' sospensione, è rabbia; è rivivere il trauma dell'uscita dall'amnios, è scontrarsi con l'aria. Mentre l'acqua, l'acqua è l'elemento. Lo sbadiglio è perché l'aria non basta.
Vado a bere. Vado a fare quello che devo fare.
Appena puoi libera il pesce.

Piòtr

lunedì 23 aprile 2007


Le mie canzoni si intrecciano l'una con l'altra, tutte diverse epperò se le scomponi ti accorgi che puoi ricomporle a piacimento, la strofa di questa che va bene col ponte di quella che a sua volta introduce a meraviglia l'inciso di una terza. Non è bello. Come dire che ho scritto una canzone sola, gigantesta e labirintica, che non ha una forma definitiva, e perciò non la si può ascoltare, e manco suonare né cantare. Cantare, poi, proprio no, perché non trovo più le parole; una volta scrivevo tutto, peccavo un po' di ridondanza lessicale, complice il dizionario garzanti, però scrivevo. Oggi mi rileggo.

Una volta, insomma, mi veniva facile, scrivere canzoni. In qualche rara e diabolica occasione ho avuto il senso di catturare e plasmare in forma definitiva un qualcosa di incorporeo, il senso di fissare l'effimero, quasi i numi m'avessero permesso, bendato, di cacciare le mani nel bussolotto delle idee musicali e di estrarne un numero (che peccato, pare che nume e numero non abbiano radice comune; c'è da dire che ho compiuto una ricerca troppo frettolosa, spero di sbagliarmi).

Oggi ogni rigo è uno sforzo, ogni nota una costola, ogni accordo un dubbio che alimenta il dubbio successivo, e così via, esponenzialmente. Avessi raggiunto la stasi dopo una carriera alla John Cage, sarei anche vagamente soddisfatto; o abbastanza ricco da prendere più alla leggera certe cose.

Ieri ho suonato con Ilenia. Mentre caricavo la batteria in macchina, dopo il concerto, ho vaneggiato di dovermi svegliare, l'indomani, per andare in ufficio.

giovedì 19 aprile 2007

Stasera c'è Lucio Dalla nel mio lettore e non so perchè.
L'ho messo per caso ma ci sta proprio bene. Ci sta fin troppo bene.
Avete presente quando canzoni che avete sempre sentito un po' distrattamente all'improvviso vi sembrano bellissime e adatte al momento?
Bene, stasera è così.
Non so se ci riesco davvero, ma caro H., se cliccando qui ti si apre un' altra pagina e riesci pure a sentire qualcosa, sappi che quello che senti te lo dedico per i tuoi 27.
E GENETLIACO SIA...

martedì 17 aprile 2007


Mi sveglio e c'è Piòtr, seduto accanto al mio letto, mi sorveglia, mi sta al capezzale. Lo riconosco subito, prima di inforcare gli occhiali, nonostante la miopia, lo riconosco da qualcosa che solo i ciechi vedono. Sto male? gli chiedo.

- Dimmelo tu, mi fa, come stai, stai male?

- Aspetta, fammici pensare. Sto così, ho la nausea.

- Bevuto troppo? mi fa.

- Forse poco, forse bevuto poco. E poi vedi, vedi, ho lasciato la finestra aperta, stanotte - gli indico la finestra aperta - avrò preso freddo, avrò preso.

- E così c'hai la nausea, c'hai.

- C'ho la vertigine, c'ho. La vertigine.

- Bella 'sta cosa della vertigine, è tua?

- Mia? Dico, boh, non lo so se è mia, in questo momento sì, è mia. Magari non solo mia, ma anche mia di sicuro.

- Bella. Ma vertigine come quando guardi giù? mi chiede.

- O come quando guardi su, gli rispondo.

- Eh, no - mi fa Piòtr - no. Sono due vertigini diverse. Una ti prende qui, all'altezza del diaframma, come un grido, e punge. E questa è la vertigine del guardar giù. L'altra è silenziosa, sferica, sta un po' più in basso, quasi in mezzo allo stomaco.

- Boh.

- Alzati - mi fa -, alzati e vai a bere.

Mi alzo, vado a bere, a pisciare. Mi infilo una tuta, una tuta per dentro casa, per non stare in mutande ma neanche per uscire.

- Che fai? mi fa Piòtr, che fai? Ti metti una tuta per dentro casa?

- Dico, eh, sì, mi metto una tuta, per non stare in mutande, ma non devo uscire.

- No, non devi, in effetti, non devi - dice Piòtr, che intanto si è alzato in piedi e passeggia in un metro quadro, e si guarda intorno girando solo il collo.

- O meglio - dico io - o meglio devo, ma non voglio. Ho la vertigine.

- Non devi, dice Piòtr. Chi ti ha detto che devi?

- Dicono. Dicono che c'è il dovere.

- Sì - dice Piòtr -. il dovere c'è. Ma non ha niente a che vedere con il mettersi addosso abiti borghesi, e uscire, niente.

- E cos'è, allora, il dovere che c'è?

- C'è una sola cosa che t'hanno imposto per davvero, pensaci. E questa cosa è il corpo, il corpo è il tuo dovere. Pensaci bene. Il resto, alzarsi, fare le cose, lavorare, togliersi la tuta per dentro casa, il resto dovere non è. Non direttamente. Stai tranquillo.


Ma io lo so che questa è un'altra delle sue provocazioni, di Piòtr, intendo. Ma ogni tanto con Piòtr ci si diverte anche, eh, e allora la prossima volta, promesso, vi racconto una storia divertente, che ci siamo io e Piòtr, e succede qualcosa di strano.

lunedì 16 aprile 2007

Dovere dovare

Non si finisce mai di imparare:

http://www.verbix.com/cache/webverbix/4/dovare.shtml

domenica 15 aprile 2007

VOGLIO ESSERE BELMONDO'



Ecco, finalmente oggi ho installato skype. Sotto pressione di certi individui e il mio bisogno di stringere ulteriormente le spese ho comperato una cuffia col microfono a 6.90 euro, dopotutto a buon mercato. Ho scaricato il programma e ho provato ad installarlo. Il primo numero che mi è venuto in mente, non è stato erroneamente il mio bensì quello della casa dei miei vecchi. Il caso tra l'altro ha voluto che poco prima mi fossi occupato di certe faccende ascoltando la musica ad alto volume. Insomma, diciamo che con il volume mi ero del tutto assicurato d'aver, in un modo o nell'altro, fatto partecipare a quel momento tutti i presenti ai cinque piani sottostanti. Insomma chiamo casa russia, ma quella vera. E rispose mio padre, a gran voce.
-Chi é?
Tutti i cinque piani sottostanti probabilmente udirono nello stesso istante, dopo il gran concerto, la stessa cosa che silenziosamente tutti si chiedevano. Ma nessuno ebbe risposta.
Parlare con papà è stato sempre un pò così, era come se non sentisse le mie ragioni.
Che poi in verità, non sono nuovo a colonne sonore, quindi con molta probabilità molti di loro sanno già chi ne sia l'autore.
Comunque. Ecco, il microfono non funziona. Guarda e per farlo sistemare
un casino.
Cavi di là poi di là. Io tento, infilo e poi studio i risultati, se qualcosa succede, faccio progressi. Alla fine ci sono riuscito. In parte. Il microfono funziona, le cuffie no, le casse (quelle di bak) continuano a funzionare.
E questa è solo una delle cose, di questo universo cibernetico, a cui non riesco proprio a venire a capo.
Il primo è che da quando sono passato alle versione beta, per qualche inspiegabile motivo la mia nuova pasword non mi viene mai riconosciuta se non faccio una sequenza alternata del nuovo col vecchio per far scattare la serratura ed accedere al profilo. Una cosa allucinante.
La seconda è che il mio blog ha ancora il fuso orario di Mosca sulle date dei post. Due ore in anticipo. Finisco per scrivere cose che in quel momento non potevo scrivere perchè ero altrove e questa è la prova della mia bugia. E non c'è verso di cambiarlo.
O sicuramente un sistema per aggiustare tutto ciò esiste ma io proprio non ci arrivo.

venerdì 13 aprile 2007

Dimenticavo:

http://memoriediunpescerosso.blogspot.com

Oggi è venerdì 13 aprile, ma se fosse un qualsiasi dì di giugno non mi stupirei. Una fresca giornata di giugno, piena di luce e non altrettanto piena di sole.

S'è laureato il mio amico Vincenzo, oggi, e con il massimo dei voti (alla Madonna). Sono arrivato tardi per la sua discussione; più che di una discussione dev'essersi trattato di una singolare sorta di processo postbellico, svoltosi nell'aula bunker dei docenti, in facoltà di lettere. A quanto pare quasi nessuno era al corrente della data e del luogo; io che invece lo ero, sia pure per caso o quasi per caso, sono arrivato tardi, come ho già detto. Ho pescato Vincenzo, già dottore magistrale, all'ingresso dell'ateneo, quasi sorridente. E c'era lì una sua amica (ce n'erano in realtà pure altre, ma non vedo una ragione valida per inserirle nel racconto), che, al contrario, pare abbia assistito al processo. E poi arriva un'altro ritardatario, più ritardatario di me, malgrado la motocicletta: e insomma io, il ritardatario e l'amica presente siamo invitati da Vincenzo a pranzare, in virtù del dubbio merito cartesiano di esserci ritrovati al posto x in un momento y. Bello.

Oggi sono 9 giorni che non fumo.

Oggi la primavera è una bomba ad orologeria.

Ieri camminando pensavo, e pensando camminavo verso il BOA (nome sintomatico, talora).

Pensavo a come pensando camminavo per le strade di Barcellona, tre mesi fa, dirigendomi magari verso Piazza Reale. Camminavo cercando un qualcosa, allora. E pensavo, ieri, a come ieri stesso e in quel medesimo istante in cui pensavo, invece, stavo camminando senza cercare niente di niente.

Oggi, come ieri, che non fumo, che la primavera è una bomba ad orologeria, che pare una fresca giornata di giugno, che s'è laureato zio Vincenzo, oggi, come ieri, mi pare che un qualcosa stia cercando me.

giovedì 12 aprile 2007



Bisognava salvare la faccia.
Del resto oggi ho finito di registrare la mia parte dell'EP di Ilenia. Tra poche settimane avrò un cd da ascoltare fino alla nausea; confido che Marco e Danilo, i fonici, facciano un lavoro potente, di quelli che spostano i mobili di casa e che il gatto non si fa vivo neanche per mangiare, ed è costretto a cercarsi un rifugio tra i mobili traslocati, bel casino, no, non è abbastanza, più casino voglio, alza il volume, crepa i woofer, ce lo compriamo nuovo, lo stereo, che ce frega.
Pesci rossi, si chiama lo studio. Al gatto piace, per ora. Due giorni è durata la mia sessione; come speravamo. Memorie fotografiche, screenshots, istantanee. Goldfish memories.
E così, d'un tratto, come alla fine di un qualcosa, di un lavoro, una strada, come alla fine d'un tratto, mi viene voglia - addirittura - di tornare ai toni abissali del tempo che è stato e che tornerà. Era l'estate incurabile di Parigi, avevo un libro in mano, stavo per spettinarmi.
Tra sette giorni ecco che compio gli anni, chi mi conosce sa quanti. Io dico: pochi. Cose da stelle cadenti, da rockstar suiccide (e non suiccide), Kurt Jim Jimi Janis e tutta la combriccola dell'Isola dei Famosi, che ancora c'è gente nuda coi capelli lunghi e i calzoni a zampa, i calzoni a zampa anche nudi, sì, e c'è un concerto, un grande concerto, e tutti contenti, girano canne, gira anche altro, e io passo, giro anche io insomma, e passo, ma prendo volentieri un altro bicchiere di quel vino di carta, però stavolta quasi quasi è un piacere vedere gente che si diverte, e dammi un panino con la salsiccia, che così il vino scende meglio, e col vino la salsiccia, e il pane che faticosamente la contiene.
Tra una settimana faccio gli anni. Il 19 aprile, così m'hanno insegnato.
Il 22 c'è una serata con Ilenia e i Radio Scascio al completo, mega set elettrico, all'Angel's Beer, a Torre Angela, raccordo, Casilina verso fuori, robba di cinquecento metri, poi mi pare sia una strada sulla destra, ma vi farò sapere meglio.
Siete tutti invitati, tanto io a parte la batteria porto, che so, una torta, niente di più.

martedì 10 aprile 2007

Stasera vorrei essere un tifoso della Roma.

lunedì 9 aprile 2007

venerdì 6 aprile 2007

Parlavo col pesce rosso di mia sorella, un tipo di poche parole...E col mio cuginosocioecceteraeccetera, anche lui di poche parole, per lo più distratte e confuse.
Beh, si diceva che co 'sta storia dei live e del mio lavoro diurno a fotografà borsette la mia fotografia si sta standardizzando...non va bene...per niente...
Il pesce rosso stava sul balcone, nella sua ampolla verde sporco, mi ha chiesto due tiri, dice che le Camel Light gli piacciono parecchio, soprattutto da quando s'è abituato a nuotare nelle acque sporche in cui lo lascia navigare mia sorella. Non gliel'ho dati, potrebbero fargli parecchio male, e lui e uno che sà ascoltare, non me lo posso giocare così...
Il cugino gira i video, e la sua carenza di concentrazione lo porta a commettere gravi errori.
Si pensava, si diceva, che i nostri week end potrebbero essere bene impiegati in riprese "a buffo" senza un senso ben delineato, o magari con un senso, ma limando l'inconcludenza.
Pensavo, mi dicevo, il pesce rosso annuiva, che standardizzarsi sul live fà perdere la ricerca della luce, delle linee, delle forme, la scoperta delle espressioni, quella piccola piega che accentua un sorriso agli angoli della bocca. Fotografare portafogli uccide l'arte.
E ho come l'impressione che nella mia arte c'è ancora qualcosina da dire.
E il pesce dice fai un book a qualcuno. Eh, si fà presto a dire fai un book.
Un book è un'affare pesante, è un set montato e poco malleabile, un sorriso forzato e commercializzato, è un prodotto da vendere.
E sinceramente, a di là del fatto che c'è poco da vendere, ti dirò...non me ne frega manco nulla di guadagnarci qualcosa.
Dice il pesce hai fatto belle foto. Eh sì, è probabile, ma quali sono quelle più belle?
Dice e che ne sò io, sto qua, faccio un giro, ne faccio un'altro, così per sentito dire dice hai fatto belle foto. Damme na sigaretta. No.
Le foto più belle che ho fatto erano quelle che c'era il sole e non avevo intenzione di scattare foto, piuttosto farmi una passeggiata, quattro chiacchiere. O magari avevo anche voglia, e pellicole e sensori, ma che scatti qua e là, così come viene, tra un gelato e una coca cola, e una barzelletta riesumata nell'angolo in basso a sinistra del cervello, là dove c'è poca luce.
Allora capita che incontri un tronco secco sulla spiaggia e dici togliti le scarpe. E lei se le toglie e allora dici allunga un piede. Come così? Un po' più in là, ma non coprire l'altro, e ora sorridi. Ma non mi viene da ridere. Ah sì? Allora ti ricordi di quando... Ahahah...
Il pesce dice che roba è un tronco? Un tronco dico è la base di un'albero. Dice si vabbè ma che roba è un'albero? Senti dico io t'ho mai chiesto cos'è il plancton? No. Ecco, allora fatti i cazzi tuoi.
Insomma concludi dice che c'ho da fà. Che devi fà de tanto urgente dentro 'na boccia de plastica verde? dico. Me devo limà le pinne devo lucidà le squame, devo spolvera' l'alberello finto, è un problema? E poi sò affari miei... dice. Dico Allora lo sai cos'è un albero...Dice damme na sigaretta. No.
Beh mi dicevo. Ragionavo, e lui annuiva, cercando la limetta per le pinne. Devo ricominciare a fare i ritratti spensierati così come ho cominciato, quelli che poco ce ne frega se una nuvola ci offusca la giornata, o se è già sera o se, ma è tardi, boh chissà può darsi.
Mi faccio un giro fra i cinquecentoepassa contatti su myspace, qualcuno avrà bisogno di me, o magari no, ma potrei essere io ad aver bisogno di loro.
Famme un book dice il pesce. C'hai i soldi? Dice no. E allora niente book. Ma dai... in amicizia dice. E vabbè limate 'ste pinne poi ne riparliamo.
Vabbè mi fà, ma hai fatto dei nudi niente male, lascia perde myspace e buttate su un sito porno. Vai dice su www.playfish.org, che ce stanno certe alici che... eheheh...
Porco. Pesceporco. Dice maddechè aho! Dico sei un porco. A parte che nudo non è necessariamente porno e non è necessariamente erotico. I miei nudi sono eleganza. Classe. Poesia corporea. E poi te che ne sai che nell'ampolla non c'hai manco il telefono? Dice beh per sentito dire. Dico sei de poche parole, ma quando te ce metti ne dici de cazzate. La verità è che mi annoio parecchio dice, e più m'annoio più c'ho voglia di fumare. Damme na sigaretta. Non sono sicuro, non dovrei dico. Damme na sigaretta per favore... Dico lo sai che 'sta roba te fà male? Dice sì, lo sò ma sò due settimane che tu sorella me fa' stà nella stessa acqua che me so' venute le cataratte. Te riusciresti a vivere due settimane nelle stesse mutande? No, dico. Ecco, na sigaretta non me può fà peggio de così. Dammene una e basta.
Apro il pacchetto, gliela dò. E aspira i primi tiri come se d'un tratto avesse realizzato di essere il neo miliardario della lotteria di capodanno, il re dei re.
Dico insomma, devo cercare un viso giovane, caruccio. Devo cercà una che ride. Pure uno, ma una è meglio.
So' gusti dice lui, te capisco. E ora fuma col gomito della pinna sinistra poggiato alla boccia, come uno sbruffone anni '50, coi capelli pieni di brillantina e la giacca di pelle. E' un pesce che sà il fatto suo.
Mi attivo, devo cercare, devo trovare, devo proporre, o forse no, non devo far nulla, devo aspettare che arrivi, devo. Devo cosa non sò ma posso. Posso cosa non sò. Ma sò che si può fare. Cosa? E quante domande...
Domani mi metto la macchina fotografica in tasca. E che tasche c'hai aho...dice. Giusta osservazione dico. Ne porto una piccola, o magari me la metto al collo che ne sò. Fà come te pare dice. E dice poi che ce fai? Ma non lo sò dico, magari la pausa pranzo. Vai a fotografà l'alberelli al parco? dice. Allora sei un bastardo, lo sai bene cos'è un albero! Aspira le ultime due boccate di tabacco ardente e spegne la cicca con una pinna. Fà il vago. E' un pesce con stile, ma sostanzialmente un fesso, un tonno.
Non fotograferò gli alberelli al parco, o forse sì, quello che viene, le signore con le carrozzine, i bambini, quelli che portano a spasso il cane. Dice fai un po' te...ma se te denunciano o te menano non me venì a dì che non t'avevo avvisato.
Allunga le pinne e le distende dietro la nuca, si sgranchisce. Ce voleva proprio dice.
Poi chiude gli occhi, fà un respiro profondo e li riapre, e dice aspetta il week end.
Mica male dico, ma mancano ancora cinque giorni...sai che vuol dire aspettare cinque giorni quando te stai a fotografà sotto?
Dice no, non lo so, e francamente non è che la cosa mi interessi più di tanto. Ma c'hai cinque giorni per fare chiarezza, e guarda caso c'è il sole e pare primavera, e pare estate, e pare l'indefinita stagione calda che mi ricordo me ne parlava mio zio quello che veniva dal Mar dei...
E basta dico...e cerca de mette qualche virgola quando parli.
Non sono poi così abituato dice, a parlare, sono di poche parole io. Ma c'hai dice cinque giorni. Procaccia cerca un sorriso, fatte 'na chiacchierata cerca gira vaga osserva. Una la trovi dice.
Probabile dico io.
Ma, dice, anche se fosse uno...
Una dico, e per ora è meglio così.
Sò gusti.
Sò gusti.
E s'è ritirato a guardare verso gli altri balconi, i panni stesi, le limousine di acquari immensi per pesci minuscoli tropicali che suo zio una volta deve avergliene parlato.

Il primo prodotto della maravigliosa Gaigher Productions è online siòri e siòre.
Venghino venghino, munitevi di popcorn patatine e occhialini 3d, il video dura ben 7 minuti e spicci.
E mi raccomando...non si applaude prima dei titoli di coda...
http://www.youtube.com/watch?v=9yWC7wxw-co

lunedì 2 aprile 2007

E insomma stavo sul letto e leggevo cose pensate da una persona assente: che poi è quasi sempre in contumacia che si legge. Un libro, una lettera, un diario. Ma il diario è diverso, e poi un giorno parliamo del diario, che adesso il discorso è un altro. Dicevamo, è a questo che serve la scrittura, a parlare in contumacia, non in flagranza. E m'è successa una cosa strana, che leggere queste cose in contumacia mi faceva venire voglia di andare a frugare in giro, alla ricerca di certi vecchi diari, cose mie, però allo stesso tempo non mi riusciva di smettere di leggere quelle cose altrui. E allora una volta tanto mi sento altruista per davvero. Tra l'altro i diari - che poi alla fine ho ceduto all'egoismo e mi son messo a cercare - non li ho trovati, i miei vecchi diari, dico, e chissà che fine hanno fatto, la mia stanza ruba e nasconde, magari non distrugge, no, però a volte nasconde talmente bene. E poi, fosse la stanza, la casa, il problema; il problema è che tuo malgrado le cose a volte escono di casa, e magari sei tu a portarle fuori, ma più probabilmente tua madre. La cantina non nasconde come una casa, no, però più di una casa cova l'oblio. E se una cosa sta in casa, lì sta, mentre se esce di casa sono cazzi, che se non ci fai attenzione mica è detto che una cosa che esce di casa ci rientri, poi. La cantina: memoria od oblio?
Il cafè va verso la pagina silenziosa.
Ho la pretesa infame di scrivere meglio e di più. Penso ad un libro. Non al mio, o non necessariamente. C'è un libro, ci dev'essere, che sa di agrume, tipo pompelmo, ma piùttosto sul verdazzurro. E io quel libro là voglio. Adesso che ci penso, sì, vorrei scriverlo io invece, tutto di un polso.

martedì 27 marzo 2007

Dolce Infanzia.


Come quando da piccoli si giocava a far le trottole.

Cadere senza mai toccare terra, cadere, cadere, cadere …

Il mondo attorno a noi, vorticoso.

Come piccole stelle facevamo risplendere i nostri sorrisi, inebriati di gioia.

Sdraiarsi poi a terra con la mente in moto perpetuo,

a respirare .

giovedì 22 marzo 2007


C’era una volta un pezzo di legno. Il re lo porse alla sua serva che lo piantò in giardino. Ne crebbero fagioli che la figlia del re ingurgitò bulimicamente; cadde addormentata e dopo sette anni ecco un tipo con un cappello, falde larghe ed una grossa piuma azzurra. Bacia la ragazza, qualche nano spia da dietro gli alberi; arriva un messo e grida a tutta voce che il pezzo di legno è secco, non c’è niente da fare. La ragazza si sveglia, non si sa bene per quale ragione. Il messo corre dal re il quale alla notizia crepa sul colpo. Gli rimane in bocca un morso di pasta di mandorle. La regina si specchia avidamente e ordina che sua figlia sia portata al suo cospetto a cavallo di un elefante. La servitù rifiuta; a qualche chilometro dal castello un falegname intaglia mobili per un suo amico molto ricco. La sua lampada ad olio spande d’improvviso una luce rossastra e il falegname si addormenta. Al suo risveglio è un lattaio e sta mangiando una banana davanti alla sua bottega; gli si avvicina un tipo col cappotto a quadri e parlano del tempo. Si mette a piovere e i due non ci fanno caso. Un cane piscia in un angolo e nessuno lo vede.
Qualche anno dopo un bambino passa davanti alla bottega e la trova chiusa; c’è un cartello che spiega tutto ma il bambino non arriva a leggerlo; passa un camion e lo investe. Il camionista non se ne avvede. Due o tre chilometri più avanti imbocca la tangenziale; si fa sera, il camionista si ferma a dormire in una piazzola. Sogna di essere la figlia del re di Spagna che mangia mandorle, sdraiata in giardino; anzi le mastica soltanto, ne viene fuori una pasta che utilizza per plasmare piccoli insetti. Il gigante dai piedi d’argilla passa di là e la calpesta come se niente fosse. Un gigante più gigante schiaccia il gigante, e così per due o tre volte ancora, finché l’ultimo dei giganti non sbatte il cranio sul soffitto. In cucina c’è sua moglie che prepara una zuppa leccandosi i baffi; sente un rumore e guarda fuori dalla finestra. Sono le 4 del pomeriggio. Un bambino zompetta in strada con un lecca lecca in mano. Pensa che preferirebbe dello zucchero filato.
C’è un uomo che scrive a macchina nella casa di fronte; non si vede ma si sente; una luce gialla lo aiuta nell’impresa; alza lo sguardo e di fuori c’è una grande insegna al neon. Si chiede perché invece di scrivere non scende in strada a girare un documentario sulla spazzatura. Poi si alza e va a pisciare. Quando torna a scrivere trova che la sua storia è cambiata. Parla di una principessa che intaglia mobili a tempo perso per una sua povera amica. L’amica povera mangia farfalle e beve acqua di fonte. Veste di foglie di betulla e d’inverno dorme davanti ai bocchettoni dell’aria della stazione del treno. Prende un treno ogni tanto e va a trovare le sue amiche principesse di reami vicini; chi le regala un vestito, chi un leccalecca, ci rimedia sempre qualcosa. Un giorno sale il controllore e la porta via con sé per ovvie ragioni. Mangiano insieme al ristorante “I tre fratelli”; il conto lo paga l’oste che è un vecchio amico; una volta faceva il falegname. Di fronte al suo negozio c’era una latteria ma aveva chiuso quando un camion c’era entrato dentro per errore. Allora il lattaio s’era messo a fare l’equilibrista presso il circo più grande d’Europa. Un giorno facevano uno spettacolo a Mosca e il domatore di bestie s’era sentito male. Così al posto del suo numero ci avevano messo uno spogliarello.
Una donna sui cinquanta fila lana fischiettando motivetti anni venti; suo nonno al piano di sotto gioca con una motosega e una sedia. Il suo cane parla bene l’italiano ma non se la cava con le lingue germaniche. Il gatto sta per i fatti suoi ma pensa all’ultimo film che ha visto e alla possibilità di farne uno per conto proprio. Entra in scena una bambina con un pezzo di pongo fra le dita; lo plasma a forma di gigante e poi lo butta a terra e ci salta sopra.
Lo scrittore capisce che se continua a rileggere quello che ha scritto sarà costretto a ricominciare daccapo la storia ogni volta. Allora gli viene fame. Mangia una pizza e beve del vino fatto con le bustine. Gli piomba in testa l’idea del succo d’arancia. La verità letteraria è fatta anche di questo, dice tra sé e sé, ma non sappiamo a cosa si riferisca. Nel frattempo, in un’altra dimensione Higuerra sta commentando il post di un vecchio amico, tuttavia più giovane di lui.

martedì 20 marzo 2007

Devo inventare una tesi di laurea. Diversi mesi fa avevo un'idea. Mi sembrava fosse una buona idea; era invece un contenitore suggestivo, destinato, a quanto pare, a restare tale (e perciò
vuoto). Al di là della possibilissima vacuità dell'argomento in sé, il fatto d'avere un indice da seguire era per me -studente brillante nei risultati quanto sporco nella co(no)sc(i)enza - motivo sufficiente a credermi ad un passo dalla risoluzione del macchinoso melodramma universitario. L'indice l'avevo stilato assieme ad un giovane docente avventuroso, precario e forse incompreso. 'Na cosa, n'antra, 'nsomma resto senza relatore, lo fanno fori, gnente. Si cerchi un altro, c'è gente competente presso il nostro collegio didattico.
Dico sì, babbè, cambio relatore, mica cambio tesi. E scopro che il DAMS, il buonmercato dei sogni ad alto tasso di fracassabilità, ha avuto una svolta pragmatica: basta con la paccottiglia intellettuale, abbasta con la psicodialisi, e che è, basta co' ste cose de cinema e morte, cinema e mito, mito e moto, motori e tv, tivvù e scecspir, la tesi dev'essere spendibile. 'Aspita, che novità assurda. La mia tesi no, non lo è, non è spendibile, non è impresabile, non è marketabile, non è cetimpiegatiziabile, non è buonopastabile, quindi stop. Un professore con una tosse molesta che ti passa pure la voglia di dire "salute" mi dà una serie di "suggestioni" alternative, roba da spaccarsi un palo in mezzo in mezzo agli occhi e rimanere così come una lampadina accesa nonostante sia mattina. Un altro - per invidia, io sospetto, del mio buonumore e della mia modesta bellezza - mi insulta ripetutamente, neanche stringergli la mano e arrivederci, anzi, proprio a mai più. Di quella tesi mi passa la voglia. Mi passa la voglia di tutte le tesi del mondo.
Scriverò per forza di cose due cazzo di righe su un qualche argomento di merda, a scarso contenuto di ikea. Mi immagino di discutere quelle due righe in quattro parole, con sei persone pagina settesettesette, clinicamente morte, un bel giorno caldo, silenzioso se non fosse per quel cicaleggio giallo e bruciato, assiepato lì, da qualche parte, oltre il tavolo coi rinfreschi, in prossimità di una vita post universitaria che - tardi è tardi, d'accordo - ha da venire, e allora almeno uno fa un sospiro e dice: almeno.
Qui c'è l'attesa, che spesso non serve. C'è sempre qualcosa da fare nel frattempo, volendo. I frattempi sono la gran parte del tempo, quindi meglio sapere cosa farne. La Philip Morris ci campa, su questa cosa dei frattempi.
E uno sta l' a fumare una sigaretta e non si avvede. Perché spesso è nei frattempi che accadono gli eventi, gli eventi non sempre si organizzano. Dice, che vuoi fare nella vita? Dice, fa, organizzare eventi. Eh no, mica va bene, mica funziona così.
Bisognerebbe prepararsi a capire gli eventi. Che mica tutti gli eventi sono un evento, certe cose accadono in silenzio, e allora occorre essere molto più silenziosi del silenzio, molto più silenziosi di una sigaretta. Che vuoi fare nella vita? Capire gli eventi. Allora sì. Allora per prima cosa, oh, smetti di fumare.

L'attesa, se non sai come impiegare i frattempi, è noiosa. La noia si alimenta da sé, la noia ingrassa. La noia è grassa, e le cose grasse è difficile nasconderle. La noia si nutre anche di sigarette, di due passi.

Vado a suonare col mio nuovo gruppo, l'attesa è finita.

lunedì 12 marzo 2007

Se c'è una cosa che nella vita m'abbia fatto paura, sono le foto. Ma non le foto prese una per volta. Una per volta le foto sono anche simpatiche. Quello che mi spaventa, e che quasi mi fa ribrezzo, sono le foto tutte insieme, i mucchi di foto. Se sono foto mie, no, niente paura. E nostalgia nemmeno. Solo il piacere di scoprire cosa sono stato, pensare che tutto sommato sono anche e ancora un bambino pubblicitario dai capelli biondissimi e dall'intelligenza, modestamente, prodigiosa. Un po' timido parfois, costantemente malaticcio e indolente. E anche trasformista: paffuto, poi magro, poi Flash Gordon, Zorro, poi con gli occhiali, poi con i capelli lunghissimi, poi con la barba, poi con una donna, con un'altra donna, poi che stringo la mano ad una dubbia serie di Luminari della Cultura del Nostro Paese.
Ma se le foto sono degli altri, che schifo, che lurido ribrezzo. Immagini piene di cose che non saranno mai mie, che non ho mai davvero visto e mai vedrò. Le acconciature e i costumi diventano ridicoli, l'infanzia si fa torbida, le comparse malassortite. Mi ricordo il megapannellone fotografico di Marta, che paura, che senso di impotenza di fronte a tanti oggetti, colori, apparecchi per i denti, persone assolutamente inesistenti, fantasmi. E il gagliardo collage di Lucia, nel suo monolocale di Parigi, quanta gelosia, quante insolubili domande di fronte a quegli impassibili ostentati sorrisi, che per di più affiorano da pensieri espressi in lingua straniera. Uff.
E penso ad una cosa. Ad una serie di cose. Che uno volentieri si concede avventurose pindalate in avanti, che tanto quando si tratta di fantasia non c'è niente, davvero davvero, da rischiare. Non c'è nessuna posta in gioco.
Che i partimoni, e i matrimoni, stanno altrove, in un altrove contiguo, direi aderente al qui. L'assalto al camion della pasticceria Romainville, i Lost Reflection, il Saint Louis, Davide e Gianni e Franco e Pierpaolo, B., S., L., e G., e volendo V., e pure C., e perché no anche R., suor Elda, suor Annalisa, la vista del megapannellone di M., Luc Bellon, Manuel Serrano, Klemens, Elmuth, la sbronza alla Hamp Farm di Raffy, le varie e meno gravi sbornie del Red Lion sul finire degli anni '90, le ossa rotte e riaggiustate, i punti di sutura, la Ludwig Classic Maple (del '91?), le varie chitarre, anche quelle rivendute, ecco, tutta questa roba, è tutta roba mia.

domenica 11 marzo 2007


C'è una strada, e ci siamo io e Piòtr. E si parla del più e del meno.
C'è un genere di intelligenza, dice Piòtr, che sta nel sembrare più intelligenti di quel che si è.
'Aspita, dico io, che mi racconti? Ma davvero?
Sì. Sì, dice Piòtr, lo dice due volte. E al primo sì agita la testa, e al secondo sì agita tutto il busto, con le sopracciglia tirate su e gli occhi socchiusi. Ed è una cosa abbastanza diffusa, a quanto pare, sembrare più intelligenti di quel che si è, dice.
Niente meno?, faccio io, stupefatto.
Ma vabbè, dice, poi c'è un genere di intelligenza che sta nel sembrare meno intelligenti di quel che si è.
E babbè, faccio io, babbè, ma questa è un'intelligenza stupida, però.
Ennò, dice Piòtr, qua ti sbagli.
Assì?
Sì, dice Piòtr in quel modo suo di dire sì. Sì, ti sbagli. Questa cosa di sembrare meno intelligenti di quel che si è è una forma di intelligenza molto aguzza, molto intelligente, direi. Questa forma di intelligenza, dice Piòtr, io la chiamo furbizia. Che non è necessariamente una cosa cattiva. Furbi si nasce, come si nasce ciechi o biondi o belli o.
Piòtr, scusami tanto, dico io, ma un conto è biondi, belli e ciechi, un altro conto è furbi, ché la furbizia, mi sembra, si impara e invece le altre cose, la bellezza, la biondezza, la ciechezza, mica le impari.
A parte, dice Piòtr, che a dirla tutta si impara anche a essere belli, biondi e ciechi, volendo. Ma comunque furbi, dico io, furbi si nasce, e basta, e se non nasci furbo c'è poco da fare, anzi, non c'è niente da fare. E adesso te lo dimostro, che è così. Ti faccio una domanda: qual'è lo scopo della furbizia?
Se è come dici tu, dico io, se è come dici tu, che la furbizia ci si nasce, allora la furbizia non ha scopo, come non ha scopo essere biondi, belli e ciechi, dico io.
Bravo, dice Piòtr, risposta esatta. E tace.
Be', tutto qua? Tutto qui?, gli chiedo.
Tutto qua, tutto qui, risponde, basta, finito.
Ah, faccio io. E lui se ne va, e me ne vado anche io, e ce ne andiamo, ciascuno per conto suo. E resta una strada vuota.
E insomma questa è la storia. Certe volte Piòtr mi delude. Certe volte, come questa volta. Non l'ho capito, stavolta. Mi dev'essere scappato un dettaglio, una cosa nascosta, come nei vecchi film di Dario Argento.

sabato 10 marzo 2007

Album dei ricordi
Pupazzetti che hanno fatto la storia

lunedì 5 marzo 2007

Ian grew up in West Orange, New Jersey, He was born to Paul Ziering and Mickey Ziering (deceased), and had two brothers. He has 2 uncles, Albert (deceased) and Jerome, and 1 aunt Ellie (deceased).

He was also featured in the pilot show Overhauled where they "stole" his '67 Camaro and refinished it giving the car a new engine and paint job, as well as a new AV system. Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.

Ian has been confirmed as a participant for the fourth season of ABC's Dancing with the Stars (US TV series).

Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life.
Ian lives in the Hollywood hills and enjoys his life...

E' l'estetica del secolo ... la testa tra le nuvole. separata dal corpo.
L'unico modo per controllarci era quello di portare i nostri pensieri altrove, lontano dal cuore.
TV, radio, giornali, riviste, cartelli stradali. Un immaginario collettivo imposto alle masse e sempre più scostato dalla verità sensitiva. Dalla verità sensuale.

O<-<

sabato 3 marzo 2007


Chi è Ian Ziering?
Quali sono le ragioni che l'hanno spinto a partecipare a un blog senza lasciare mai traccia di sè?
Anche lo scrittore Carlo Lucarelli sembra essersi interessato al caso definendolo uno dei più misteriosi degli ultimi anni. Sembra addirittura che ci stesse preparando una puntata speciale della nuova serie di "Blu Notte" quando un virus telematico ha mandato in palla il suo computer. Lucarelli ha affermato che questa è la prova che in Italia c'è ancora qualcuno che non vuole la verità venga allo scoperto. "Dietro Ian Ziering ci sono personaggi misteriosi e che agiscono in maniera misteriosa."
Tra questi un certo Higuerra. Negli ultimi anni ha intrecciato rapporti di varia natura e mai del tutto chiariti in un triangolo di relazioni che coinvolge Italia, Francia e Spagna.
Nel settembre 2005 parte per Parigi.
Obiettivi dichiarati? Studiare, scrivere, imparare il francese. In realtà sembra fare tutt'altro. Studiare non se ne parla. Scrivere, non ci è pervenuto niente a parte qualche capitolo incompiuto. Imparare il francese, ha dichiarato "vabbè ma io lo conoscevo già!" Trascura pure la Cinemathèque, il che fa di lui uno studente di cinema piuttosto anomalo se non sospetto.
Al termine del suo soggiorno di studio invece di tornare in Italia decide di restare ancora qualche mese. Un altro comportamento sospetto.
Viaggia freneticamente. Si racconta di sue apparizioni fulminee in Irlanda, Germania e Olanda. Stringe amicizie con gente di varie nazionalità, ragazzi che si fingono studenti per scappare dal loro paese d'origine e venire accolti nella capitale francese da sempre patria dei rifugiati politici di tutto il mondo.
Quando fa ritorno in Italia sembra avere legato stabilmente con alcune cellule spagnole conosciute a Parigi. Di qui un nuovo viaggio, stavolta a Barcellona.
Di nuovo atteggiamenti e dichiarazioni contraddittorie. Lavorare e non tornare più, sono gli obiettivi di questo nuovo viaggio.
Dopo pochi mesi un rientro improvviso che sembra legato a ragioni personali ma che forse nasconde ben altro. Adesso va in giro sempre circondato di donne per insinuare il mito che sbrufa e lasciare meno dubbi possibili sul suo tempo libero. Si accompagna a un certo Tripwood e vanno in giro per locali a fare foto e riprese ai gruppi emergenti. Atteggiamento ancora più sospetto perchè lo chiamano "lavoro" ma sembra non ci facciano una lira.
Piccoli misteri che rendono l'idea di un quadro più inquietante.
Per conto suo Higuerra sembra avere dichiarato: "Lucarelli? Mai coperto. Non c'entro niente con la storia del virus. Se l'è beccato andando in giro per siti porno!"
Staremo a vedere.
Intanto un altro programma di RaiTre sembra interessato al caso IanZiering.
"Chi l'ha visto?"
Nessuno, per l'appunto.

giovedì 1 marzo 2007


Due fratelli vanno allo stadio a guardare la partita, sta nevicando.
Due fratelli vanno in sauna dopo la partita.
Il cavallo salta di due e tre, di tre e due.
O-<-<

martedì 27 febbraio 2007


Erezioni anticipate 0.0


Le storie per me incominciano con uno che si sveglia, una mattina. Mura e silouhettes fradice d'azzurro mardigale, il frigo aperto irradia il manto cromatico di bei toni agrumati. Bello. E poi il frigo si richiude, e il piacere diventa impressionista, diventa rétina, mémoire. E poi un uomo seduto a tavola, un caffè, un caffelatte. Pane, marmellate, nutella, cereali, yogurt, spremuta, una fresca, una frasca. Una bella composizione di vario alimentare. E nell'intanto il sole che rimonta e la luce che muta, come un serpente. Il mattino mutando.

Quando mi sveglio all'alba non ho mai fame, l'odore del caffè mi stringe le tonsille, mi spinge sul diaframma, e quasi mi vien voglia di cantare, con la voce di Tom Waits, e dire cose impertinenti, con accenti onirici, gutturali, favolosi. E di fatti tutto questo è poco più che un ricordo, o mito, giacché all'alba non mi ci sveglio dalla notte dei tempi.

Una cosa è certa. Per me. Che, che io sappia, ci si sveglia eretti. Il mattino mutando. E se il buongiorno si vede dal mattino la mia intera esistenza sarebbe governata dall'estasi del desiderio, dalla voglia di fare.

domenica 25 febbraio 2007

Negli ultimi giorni sono stato più volte sul punto.

Di scrivere un post.

Poi, per una ragione o per l'altra (ma in definitiva una è la ragione), ho sempre desistito, talora un attimo prima di cliccare sul tasto "pubblica". (E' curioso dire "un attimo prima" in riferimento a qualcosa che non è avvenuto). Ultimamente m'hanno sfiorato diverse suggestioni, non sempre ispirate, anzi, quasi mai. Diciamo mai: mai. Oddio, per conto loro le suggestioni sarebbero anche parecchio interessanti; del resto la mia è una vita interessante, per quanto ne so. Volevo e vorrei tornare sul tema dell'amore scettico, forte di nuovi argomenti e notevoli (ah, Leopardi), in quantità e qualità. Mi sarebbe piaciuto e mi piacerebbe parlare di nobili esuli musicisti commossi e appassionati che pur di esibirsi, pur di far sentire a qualcuno, a tutti, quello che hanno partorito, o adottato, percorrono per calli e per colli, e nottetempo, i sottostimati diametri ritorti e bui e ascosi della Capitale del Mondo Intero. E di due ladri d'immagini, che saremmo io e Tripwood, due ladri, dicevo, che quei musici seguono e scrutano e. Punto.
E di Roma stessa, ah, vorrei parlare, eccome, fischio.

Devo andare. Tornerò. Però stavolta resisto a quella forza oscura che inibisce le mie velleità divulgatorie. Ohibò.

venerdì 23 febbraio 2007


Sembra strano anche a me, eppure sono entrato nel fantastico mondo del lavoro. Un lavoro provvisorio, è chiaro, ma allineato con le mie aspettative attuali, ossia la possibilità di studiare, di avere un pò di autonomia, di continuare a far finta di divertirmi.
Ho iniziato proprio ieri l' affiancamento al call center dell' atac, e devo dire che ho avuto un' ottima impressione sia delll' ambiente lavorativo, sia della funzione del servizio. Per il momento iniziero con sostituzioni, poi chissà. Certo è che questo capitolo della mia esistenza rientra in un disegno che da tempo coltivo e tento di portare a termine, ossia quello della autodeterminazione e della consapevolezza delle mie possibilità. Che non sono moltissime, ma sto imparando a conoscerle bene, e soprattutto a respirare col cervello. E' bello sentirsi dinamici, non per gli altri, almeno per sé stessi, ed io ne avevo un gran bisogno...

Higuerra, non sono defunto, anzi. Sarò fuori nel week end, ma appena torno è necessario un rendez vous, come dicono a Cuneo..

mercoledì 21 febbraio 2007

Vittima di una disfunzione musicale

Ieri sera ero a cena a S.Lorenzo. C'è la pizzeria Formula 1. Pizza molto buona, non fanno troppe storie se entri più tardi del solito. Entriamo e siamo tre, è mezzanotte.
Se ne vanno gli ultimi clienti e rimaniamo solo noi.
La pizza arriva in un attimo e arrivano anche le birre per gli altri e la Coca Cola per me.
Salutiamo e andiamo via.
S.Lorenzo, lì dove comincia o finisce la via Tiburtina, a ridosso de LaSapienza. Quartiere di studenti, di locali, del movimento notturno, affascinante o disgustoso a seconda dei punti di vista.
Oggi ho fatto un salto sul sito di Prince Faster, dj storico di Radio Rock: carino, sempre aggiornato e tenuto come una raccolta di articoli, spunti di riflessione, considerazioni musicali, politiche etc.
Ci sono passato per noia, perchè non lo facevo da un paio di anni.
Ci sono due articoli che mi interessano da subito. Apro, leggo e scopro che sta per chiudere Disfunzioni Musicali.
Per chi lo conosce e conosce me sa a cosa penso.
Forse il migliore, il più amato dei negozi di dischi di Roma di un tempo. Quello dove ti sembrava di poter trovare l'impossibile, dove se ascoltavi certi generi di nicchia non passavi per un tipo strano. Dove avevi avevi libero accesso al database di un computer, scrivevi: Type O negative, Celtic Frost, Einsturzende Neubauten, Impaled Nazarene, Nailbomb, Human League, Dead Kennedys, Goran Bregovic, Django Reinhardt, Claudio Baglioni o quello che ti piaceva a te e controllavi sul momento la disponibilità o meno dei loro dischi in negozio, il loro prezzo, la possibilità di ordinarli.
L'ultima volta che ci sono entrato andavo ancora all'università.
Tempi remoti. Saranno passati sei anni?
Ci ho speso bei soldi e ci ho comprato dischi belli e dischi brutti, dischi che ancora conservo e ascolto e dischi che ho rivenduto e ho dimenticato.
Se è vero che chiude, chiude il tempio romano della musica.
Ieri sera ci sono pure passato davanti ma non mi sono accorto di nulla. Il negozio è in vicolo, dentro era tutto spento, ma era tardi quindi niente di strano.
Fate conto di essere un cattolico che giunge a Roma, vuole visitare San Pietro, arriva e scopre che l'hanno chiusa. Un calo di fedeli negli ultimi anni. Però puoi trovare tutte le messe del papa su internet in streaming o scaricarle e condividere su e-mule.
Esagero?
Forse sì. Però che strani tempi. Davvero sta cambiando qualcosa nel mondo della musica, allora. Una rivoluzione lenta che non uccide la musica, non ne cambia la qualità, non influisce sui gusti della gente, ma colpisce soprattutto chi lavora con o per essa.
Sarà anche il massimo scaricare 40 dischi un un fine settimana e qualche volta lo faccio anche io.
Sarà anche giusto desacralizzare l'oggetto disco- la musica è tutt'altro e non si tocca, nè si osserva, ma si ascolta solamente.
Ma è triste notare che si è giunti a queste conclusioni e che forse non si torna indietro. C'è chi si esalta nel comprare un capo firmato. Io ho trovato bello avere tra le mani un disco nuovo, farmi tutto il tragitto verso casa ( e da Disfunzioni a casa mia ci voleva quasi un'ora e mezzo), aprire il lettore cd, ascoltare con la massima attenzione, sfogliare il libretto, farmi un'idea mia dopo vari ascolti, esaltarmi o restare deluso.
L'amore per la musica non è solo nella quantità e nella varietà degli ascolti, ma anche soprattutto nell'attenzione che uno vi dedica. Così come l'amore per il cibo non è solo nelle abbuffate e l'amore per il sesso non è solo nella ammucchiate.

lunedì 19 febbraio 2007


Finalmente ce l'ho fatta.
Dopo mesi di scazzi e grattamenti riesco a scrivere qualcosa che quasi mi piace.
E lo devo a K che si è messo lì ad incitarmi a scrivere, o perlomeno ad aggiornare il mio blog. GRAZIE!
Ti devo perciò delicidazioni sul potere ... : ehm ...

Io credo che esistano dei segni, delle similitudini fra metafore, scienza e spiritualtà. Sono linee di principio, modi di pensare, strutture di base.
Io credo che se ci si arriva con la logica allora ci si arriva anche con la pratica, perchè il percorso del pensiero è lo stesso: mentre nel primo caso il pensiero si rivolge all'interno nel secondo viceversa. Voglio dire che il vettore è lo stesso ma la direzione cambia.
Faccio un'esempio nel concreto ... anzi no, propongo un esperimento: convincetevi, prima, e convincete altre persone di vostra conoscenza, per un periodo di tempo T (2 o 3 settimane) che sulla ruota di Roma uscirà l'ambo 23 e 8 e stabilite voi la data dell'estrazione.
Quando succederà, le persone da voi convinte vi chiederanno come avete fatto. Potete scegliere due tipi di risposta: "L'ho letto su un sito internet" (così eviterete di essere bruciati vivi a campo de fiori o osannati da accaniti scommettitori) o "Sono magico" (e lì sarete sbeffeggiati e temuti come Socrate).
Io scelgo la seconda ...

O-<-<

ps. Non scommettete denaro, dovete farlo per puro amore della fenomenologia ...

domenica 18 febbraio 2007



I gatti non ci sono.
I topi ballano.
I topi non ci sono.
I gatti muoiono.

O-<-<

lunedì 12 febbraio 2007

3MSC-1,5MST: A+R+A

Aprite la finestra e andate sul terrazzo, voi che potete.
Io non posso, non ce l'ho il terrazzo e se mi affaccio alla finestra guardo i piedi della gente che passa.
Insomma altro che tre metri sopra il cielo (3msc) io abito un metro e mezzo sotto terra(1,5mst).
Ma insomma, andate sul terrazzo, prendete un bel respiro e poi urlate le sillabe:
RI-CON-FER-MA-TO!
E fatelo in modo che coloro che saranno costretti ad ascoltare non pensino di voi che siate pazzo ma soltanto felice.
Felice di che poi, visto che mi sono inguaiato per 30 settimane.
Questo cambierà un bel po' di cose.
Si ricomincia ad Aprile.
30 settimane. Mi viene voglia di non fare più un accidenti e mettermi in mutande e grattarmi la pancia fino all'ultimo momento che poi non avrò più il tempo per fare granchè e forse pure per riempire di parole questo blog o quell'altro.
30 settimane. Preparate i bicchieri che tra poco passo col vino e ce n'è un sorso per tutti.

giovedì 8 febbraio 2007

Ho intenzione di formare una cover band dei Muse. Sono aperte le iscrizioni. Io sono il batterista, cerco chitarra, voce, basso e, eventualmente, tastiere. No principianti.

mercoledì 7 febbraio 2007

"Sbrufare" = v. i. Neologismo sviluppatosi in Internet nei Forum.
= Sbottare in maniera brusca a seguto di una saturazione sferica dovuta ad un eccesso di minchiate lette nei post.

Cfr. www.trekportal.it/coelestis/showthread.php%3Ft%3D1691%26page%3D9+sbrufare&hl=fr&amp;amp;ct=clnk&cd=1&gl=be&client=firefox-a
Tra l'altro Cafè Absurd è l'anagramma di C'è da sbrufà. O sbaglio?
IO NELLA VITA VOGLIO SBRUFARE

(B. Higuerra, introduzione a Le mille sbrufate di B. H., Einaudi 2080)
IL GESTORE DI QUESTO BLOG, IN DATA CHE NON SO, HA SBRUFATO.

p.s. così te impari a cancellame i commenti.

domenica 4 febbraio 2007


Come al solito, mi sono organizzato lo studio in maniera raccapricciante, ed ora son costretto a star chino sui libri, a tavoletta fino all' esaurimento nervoso previo inscatolamento coatto nella mia stanza finchè le forze non m' abbandoneranno. Faccio perciò pubblica ammendena, se qualcuno si fosse chiesto che fine avessi fatto: sono sprofondato, ma presto risorgerò. Aspettatemi..
Bllh!

venerdì 2 febbraio 2007

"Pronto, cercavo il dottor Stombringer.."
"Eh guardi mi dispiace il dottore non c'è"
"va bene, grazie lo stesso. Quando posso richiamarlo?"
"anche subito"
"pronto, cercavo il dottor Stombringer.."
"Eh guardi mi dispiace il dottore non c'è"
"va bene, grazie lo stesso. Quando posso richiamarlo?".
"anche subito"..
"pronto, cercavo il dottor Stombringer.."
"temo ha sbagliato numero".
"ah, mi scusi. Arrivederci"

Plaza Caballeros del Trabajo n° 11,5


deus ex fragola scrive:
la mia conversazione con nonnapia è diventata surreale
deus ex fragola scrive:
ora mi ha detto "provaci"
deus ex fragola scrive:
e io le ho detto "ci provo"
deus ex fragola scrive:
e lei ha ripetuto "provaci"
caneverde scrive:
e te provace...
caneverde scrive:
deus io penso che dalì non fosse realmente un surrealista. Era un iperrealista
caneverde scrive:
quelli che noi chiamiamo iperrealisti sono i veri artisti del surreale
deus ex fragola scrive:
è una teoria interessante
caneverde scrive:
riproducono i pori della pelle più di quanto la pelle stessa ne abbia
caneverde scrive:
dalì invece aveva gli occhi spalancati su come sono realmente le cose
caneverde scrive:
il tempo fluido
deus ex fragola scrive:
però aspetta
deus ex fragola scrive:
c'è uno sguardo soggettivo in dalì
caneverde scrive:
io dico che realmente stiamo aspettando godot
deus ex fragola scrive:
il suo reale è oggettivizzabile
caneverde scrive:
chi aspetta il 451 a cadenze fisse di 8 minuti non vive
deus ex fragola scrive:
ma non "reale"
caneverde scrive:
chi vive realmente alla fine muore aspettando godot
deus ex fragola scrive:
e cmq hai ragione
deus ex fragola scrive:
il rischio c'è
caneverde scrive:
è nel surreale che ti si apre quella cazzo di porticina nel cervello e ti fà parlare senza filtro
deus ex fragola scrive:
io ho una paura fottuta dell'ignoto
caneverde scrive:
e se sei cascato nel discorso surreale non mi spaventerei più di tanto, purché quando ti infili le scarpe e con le tue gambette entri in plaza caballeros del trabajo, resti su un pavimento surreale in una situazione surreale
caneverde scrive:
se ti siedi e ti fai fare un caffè ne sei già uscito
deus ex fragola scrive:
sei un geniop
deus ex fragola scrive:
non un genio, un geniop
deus ex fragola scrive:
ahahaha
deus ex fragola scrive:
cazzo cazzo cazzzoooooooooooooooooooooooooooooooooooo
deus ex fragola scrive:
café absurdddd