martedì 30 settembre 2008

ho capito che cos'è che mi impedisce di scrivere con ordine.
è che il mio modo di pensare è una frenetica risalita alle cause delle cause, e ogni volta che ho un'idea mi sento in dovere di giustificarne l'origine logica o gnoseologica. come se il mio cervello, nell'atto di concepire e immaginare ciò che andrà a dettarmi, invece di procedere per associazione libera o costruendo, retrocedesse e decostruisse.



oggi, prima che si manifestasse di nuovo il suddetto incidente, col quale l'introduzione stessa in parte coincide, volevo scrivere un post sugli spazi angusti; che più che un post doveva essere un raccontino o monologo "interiore" di un tipo che ama rifugiarsi, una volta al giorno, nel cesso di un bar del centro di roma, un metro per un metro, e godersi da seduto la propria sparizione-a-se-stesso, assaporando il piacere incoffessabile che gli deriva dalla combinazione di:
- luce soffusa
- vista sulle grigie interiora dello splendido palazzo fin de siècle
- sensazioni fisiche e chimiche legate all'atto della defecazione

l'uomo vive, in questi preziosi minuti, un senso di tensione verso l'esterno e verso un futuro sempre prossimo e sempre miticamente perduto, tensione che gli si presenta addosso in un lieve moto espansivo delle membra a livello del basso addome. si accorge poi di quanto la superficie liscia e monotona della porta a soffietto a tre centimetri dal naso sappia restituirgli di lui stesso un'immagine veritiera e spoglia di complicanze superflue. si compiace così di intuire che per riflettere non c'è niente di meno indicato che uno specchio.
la fine dell'atto lo rende vuoto. "vuoto è peggio che triste", pensa. scivola fuori del pertugio e un déjà vu gli bussa sul cuore. passando per antri abbuiati guadagna la luce del bar. ordina un passito, si guarda attorno e incrocia se stesso allo specchio; osserva: "quant'era meglio il posto di prima".
nel buio di qualche altro luogo c'è uno stronzo felice di essersi liberato della vista delle grigie interiora di un cadente palazzo fin de siècle.

lunedì 29 settembre 2008


in risposta ad un commento di Haikel

memore anch'io dell'esperimento di sostituire l'audio di Persona di Bergman col cd degli Air (ora non ricordo quale), ti invito a tentare al più presto l'inverso: ascoltare l'audio originale di un film guardando le immagini di un gruppo che suona. anche se, a pensarci bene, è meglio ciò che fai tu, appunto, dormendo alle proiezioni, e lasciando che l'audio di un film commenti i tuoi sogni. 
ma in tutto ciò: che ruolo e che peso ha la poltrona su cui posiamo il culo, e i braccioli che tanto ristoro danno alle stanche braccia proletarie dell'avventore medio dei multiplex? e l'odore di deodorante e popcorn che si spande nella sala? e i maleducati che commentano ogni battuta o i feticisti che vanno al cinema nella speranza di essere risucchiati dallo schermo? e il supplizio latente dell'aria condizionata? e il biglietto che hai pagato per assistere allo "spettacolo", quando la vita dura di più, è tridimensionale, mille volte più sinestetica e travolgente, suscettibile di scelte, variazioni in fieri e possibilità di riscatto se un "finale" non ci piace, ed è gratuita?
è solo retorica, lo so, ma in fin dei conti cosa non faremmo per riempire gli spazi vuoti!

domenica 28 settembre 2008


sabato 27 settembre 2008


Il vagare mio per biblioteche somiglia a stare in un film dei peggiori. Non c’è alcuna ricerca.

Un film dei peggiori, dicevo, di quelli che non si muovono, di quelli senza tatto, con la bella donna piantata a guardare un orizzonte che è un punto qualsiasi del fuoricampo e del set, perché il niente l’attrice bella non lo sa guardare mai, o lo sa abbastanza di rado; un film di quelli accecati e sordi di sordidi doppiaggi (doppia G), delay di lei, la bella, che fatica a star dietro alla voce della donna, invero brutta presumibilmente, che le sta dietro, o sta dietro la scena, chissà se nello spazio o nel tempo. Ma in ogni modo le due donne, l’attrice e la doppiatrice, stanno l’una dietro l’altra e l’altra dietro l’una. E il fastidio del doppiaggio è forse nel fatto che è la voce a star davanti alla scena, ed è la voce quello che ci interessa di più; il fastidio è che l’immagine, il labiale, non sa guarire le ferite della voce. Il labiale non si muove, è staccato dalla voce per definizione, perché la voce non è sulle labbra ma più in fondo, dove la macchina non può guardare. E anche se la macchina potesse, cosa mai potrebbe restituirci?

Lacan sostiene che il cinema è arte del sonoro, e così dice Chion. Il secondo lo fa per dare importanza ad un aspetto inspiegabilmente trascurato di quest’arte, stabilendo per compensazione un equilibrio tra due componenti inscindibili, almeno nel linguaggio cinematografico alla sua fase matura, che sembrerebbe essersi avviata da tempo; ma, su quest’ultima cosa, spero di sbagliarmi. Il primo invece sostiene che l’immagine, in sostanza, serve a solleticare il perineo degli spettatori impotenti.

Lacan, forse consapevolmente, suggerisce dunque che assistere ad un film sia un un’attività, e non una passività. Mi sto fissando su questa cosa, che leggere sia creare, scrivere sia riscrivere e riscrivere sia demolire. Sarà Carmelo Bene a spingermi verso posizioni simili: ci si mimetizza sempre col soggetto della propria tesi di laurea. Si è sempre un po’ soggetti alla propria tesi di laurea.

Ed ecco perché il vagare mio per biblioteche somiglia a stare in un film dei peggiori.


anche ieri ho scritto ma non potevo pubblicare per assenza di rete.
cose che capitano; o forse è soltanto un'ottima scusa per disonerare l'onere che mi sono imposto.
non ha importanza, per due motivi: primo, in giornata porrò rimedio al misfatto. secondo, la scrittura è sempre finzione, è sempre velata, quale che sia il tema trattato. quindi posso mentire, posso dire di aver scritto un libro intero. e sarebbe sempre vero e sempre falso; anche se lo pubblicassi: chi dice che l'ho scritto io? e se si fosse scritto da solo? se avessi usato un software che compone testi sensati a partire da un alfabeto dato? questa è cabala. ma tutto è cabala oggi, che noia!
e poi anche l'informazione -soprattutto l'informazione, direbbe più di qualcuno- è finzione. la mimesi per definizione è imitazione; per estensione è simulazione. stavolta non assurgo a "scienza" le mie associazioni (etimo)logiche, ma insomma spero sia chiaro quello che intendo: che ogni cosa scritta è critica, è arresto e studio di funzioni e modi della realtà che non sono suscettibili di replicabilità alcuna. tutto sta nel "vizio", connaturato all'umano, di simbolizzare, di staccare ogni cosa dalla sua immagine; come se fosse possibile!
in fin dei conti la credenza nel nuomeno è questione di fede; se non erano del tutto sprovveduti, anche i pensatori che hanno ammesso nei loro sistemi la "cosa in sé" sapevano di non poter sostanzialmente dimostrarne l'esistenza.
non si tratta di oggettività o soggettività: queste due cose stanno già al di qua della cosa in sé, stanno nell'uomo. e del resto, se l'uomo è la sua bocca, la sua lingua, non si deve trascurare che "soggetto" significa il contrario di quel che sembra: non chi agisce, dunque, ma chi è agito, chi soggiace.
si tratta invece di capire che le cose non esistono e non possiamo possederle neanche col pensiero. ciò che abbiamo è l'esperienza, punto.
chi crede in dio non sarà d'accordo con Me, ma anche io credo in Dio. la fede è soprattutto accettare una profonda contraddizione.
ma oggi non volevo proprio parlare di questo.
volevo dire quant'è singolare il destino anagrafico dei nati nell'anno del Signore millenovecentottanta. 1980. l'anno in cui io sono nato.
la particolarità dei nati in quell'anno è che la somma delle prime due cifre che compongono l'anno cristiano con le seconde due dà sempre come risultato la loro età. posto che la regola non vale per il 1980 (solo gli sprovveduti credono ancora che possa esistere un "anno zero") vediamo bene che:

1981 ... 19+81=100 ... 1+0+0=1 anno
1987 ... 19+87=106 ... 10+6=16 ... 1+6=7 anni (ma anche 1+0+6=7)
1994 ... 19+94=113 ... 11+3=14 anni (sto)
2001 ... 20+01=21 anni
2030 ... 20+30=50 anni
2099 ... 20+99=119 anni

il problema del 2100 non me lo pongo, perché se arriverò a 120 anni vorrà dire che avrò smesso di occuparmi di cazzate e iniziato a prendermi cura di me.

per il resto lo so, sembra ci sia una piccola forzatura in tutto ciò; ma se si sta al gioco funziona.
invece non funzionerà mai, ad esempio, per i nati nel 1981:

1982 ... 19+82=101 ... 1+0+1=2 anni ... sbagliato!!!

oppure per i nati nel 1979:

1980 ... 19+80=99 ... 9+9=18 ... 1+8=9 ... uhm, no.

dico male?

giovedì 25 settembre 2008


ringraziando iddio blasfeta, qualcosa nella vita pure si impara. ci sono piccole zavorre superflue, tipo i proverbiali sassolini nella scarpa. se hai l'accortezza di fermarti e sbarazzartene, camminerai più svelto.
io per esempio non fumo più. non disdegno l'eventuale sigaretta ma credo di aver appreso che il fumo continuo è qualcosa di veramente vomitevole. 
sono stato un fumatore vero. ho letto, come hanno fatto in molti, il best seller che ti spiega come smettere di fumare; l'ho letto quattro mesi fa. è un libretto, fa un po' ribrezzo, come il manuale dei consigli pratici del reader's digest. ma ancor prima di arrivare alla fine avevo la precisa consapevolezza che avrei smesso di fumare.
il libro si proclama praticamente infallibile. io però ci ho trovato una falla, e ora ve la spiego.
ho detto di essere stato un fumatore vero; la mia media, da che ho iniziato a fumare, dev'essere stata quindici sigarette al giorno. ad un fumatore accanito sembrerà uno scherzo.
io credo invece che fumare quindici puzzette in un giorno di 15 ore (perché tecnicamente non si fuma se si dorme) sia veramente abominevole. 
a misura della mia convinzione, ammetto persino che in questi quattro mesi ho fumato circa 3 sigarette. una me la sono goduta proprio, insieme a LeCannu. un'altra l'ho spenta a metà e poi l'ho riaccesa, perché mi sembrava stupido far finta di non averla fumata. una terza, ma non so se è questo l'ordine, l'ho fumata con due amici che probabilmente rivedrò assai di rado nel corso della mia vita. non voglio stare a puntualizzare l'eccezionalità degli eventi-sigaretta. posso dire che queste 3 sigarette me le sono guadagnate. voglio poterne fumare altre nella vita. fanno schifo, ma voglio poter scegliere. l'autore del libro citato ha scritto un secondo libro che aiuta a "bere di meno". aha! pezzo di merda, lo sai che con l'alcool non hai gioco facile! perché non ci aiuti a "smettere di bere"? te lo dico io: perché non puoi riuscirci. ecco, se il libro intuisce genialmente che la sigaretta fa schifo e che tutti lo sanno, commette l'errore di escludere che un fumatore che smette di fumare possa occasionalmente accendersi una sigaretta. io non mi proibisco il tabacco. ho fumato 3 sigarette e non per questo ho ripreso a fumare. due mi hanno fatto schifo, una mi è piaciuta, ma insomma non dico "mai".
non ho mai detto che non fumerò mai più, e sono fermamente convinto che la legge -soprattutto quella autoimposta- sia l'anticamera dell'inganno, come recita grossomodo un proverbio nostrano.
la falla del libro dipende dal fatto che chi l'ha scritto è un ex tabagista "grave". un tipo del genere non può concepire la "sigaretta ogni tanto". siamo d'accordo sul fatto che la sigaretta sia una cosa schifosa. ma ditemi voi se traete giovamento sempre e soltanto dalle cose belle e buone. e se il "giovamento" è ciò che sempre e solo vi interessa.
evviva una sigaretta ogni tanto: un  fumatore continuo non saprà mai quant'è buono il tabacco, né quant'è cattivo.

mercoledì 24 settembre 2008




dicevamo: scrivere ogni giorno. oggi però sono particolarmente svogliato. 
e, un po' per la pila di piatti e pentole da lavare, un po' per l'inedia che mi prende quando devo cucinare per me solo, ho mangiato a casaccio. 
è curioso, penso, che la parola inedia designi tanto la noia quanto la malnutrizione. tuttavia il primo dei due utilizzi è improprio: il termine che fa a quel caso è piuttosto inodia (dall'espressione latina in odio) da cui deriverebbe anche noia, appunto, e il quale s'è visto cambiare col tempo l'o in e per influenza dell'altra voce; influenza giustificata dall'origine comune di odio e edo, termine quest'ultimo che (dal sanscrito adana che è il cibo) in latino sta per "mangiare"; odio sta invece per "rodersi dentro". a rendere ogni cosa più affascinante c'è il tedio (stesso etimo), parola fiorescente che sta a significare noia e rodimento insieme. come a dire che una sola parola si sdoppia in due parole che un giorno si rincontrano in una terza parola, più significativa.
non è bellissimo?
a corollare volgarmente il siparietto glottologico di Hobu Ghergai, vogliamo ricordare che dente (sanscrito adanta, greco odontos) ha sempre quell'etimo lì.

ditemi voi se non è vero che noi siamo quello che abbiamo in bocca. parole, cibo, o denti che sia.

proprio ieri leggevo che quando ci si mette a scrivere è importante sapere dove si vuole arrivare. io condivido, ma proprio non mi riesce.

martedì 23 settembre 2008


tutti i giorni.

in Iscienze, porto il brodo primordiale, tutt'al più potrei spingermi financo al plancton, ma oltre le micorrize no, non vado. non fosse per i bluvertigo, che ultimamente ho rispolverato non senza un tocco di tardiva delusione, non avrei mai ricordato che i regni sono cinque. che, insomma, il verbo dà vita a cinque verbi: animare, vegetare (piantare), affungare, protistare, procariotare.
del libro di scienze mi piaceva questo, l'illustrazione su due pagine coi lampi all'orizzonte di un liquame marrone zeppo di vita, da cui di era in era (e di è stato in sarà) il demiurgo trae -schiumarola alla mano- polpettine effervescenti che a ripulirle bene schiudono sembianze ora di mela, ora di uomo, ora di uovo, ora di luna.
tutti i giorni, da che luce fu, iddio blasfeta sforna pietanze su pietanze. ci vuole passione in cucina.

tutti i giorni significa che ho deciso di scrivere tutti i giorni, qui. prendere un impegno del genere non è cosa da niente. il pegno da pagare in cambio di eventuale privata inottemperanza è un problema che mi sbrigo da me.

lunedì 22 settembre 2008


penso che la poesia sia la traiettoria di un frutto che cade dall'albero, e il poeta è chi, passando di lì, lo prende al volo.

L. Gaigher

"La colonna centrale dell'arte è la poesia.La poesia è la ricerca di una bellezza onesta..."

A. Jodorowsky

gli oggetti hanno sagome che non sono tratti di penna. e -a vedere bene- se non fosse costretta da altri sensi, la vista tutta sola non saprebbe cogliere mai la terza dimensione. vabbè, non dico mai, ma quasi mai.
sarei indulgente, io, con Tolomeo, che ha preso la figura per lo sfondo. noi tutti lo facciamo, tutti i giorni.

si ricomincia mezzo a lavorare.
lavorare per dire: lavorare, vendere i propri tempo ed energie in cambio di denara. questo genere di cose -mettersi a lavorare, ad esempio, ad un mese dalla consegna della tesi- fa di me una persona perlomeno enigmatica. ho fatto lo stesso lo scorso anno col risultato di rimandare la tesi di 2 sessioni. ora: la tesi è non dico pronta, ma sta bella che avanti. il lavoro, poi, è un lavoretto leggero, venti ore settimanali, più o meno lo stesso numero di ore che perdo su facebook. visto che al lavoro (lavoro di "segreteria" presso un centro sportivo) disporrò di un computer, potrò sostanzialmente continuare ad impiegare quelle venti ore alla coltivazione di facebook. così mi sentirò finalmente meno idiota e meno in colpa, e riceverò per giunta denara per fare quello che non dovrei fare; più altre due tre mansioni extra, come consegnare chiavi, litigare con estranei, accendere caldaie, dire di sì.
da questo punto di vista sembra la manna dal cielo: un datore di lavoro, inconsapevole intercessore presso Iddio (stanotte ho sognato di bestemmiare), mi offre soldi per convincermi a relegare il tempo-per-le-stronzate ad orari ben precisi, evitando così pericolosi dispendi di energie e concentrazione in vista della definitiva archiviazione del caso RomaTre.
ma d'altronde sono abituato a una vita così, fatta di dissolvenze incrociate e montaggi paralleli, di sintagmi a graffe, di colpi di scena e clamorose sospensioni del tragico.

ps: a volte, rileggendomi ad alta voce, mi rendo conto di quanto il mio modo di scrivere sia lontano dal mio modo di parlare; lontano da tutti i miei modi di parlare.

martedì 16 settembre 2008

La matita e il perpetuo divenire

ma quel che importa è scrivere di più, molto di più. perché scrivere poi? perché allora non parlare, se la scrittura "muore" l'orale? non uccide, muore. ecco perché scrivere, allora, vedi? perché, a parlarne, questo morire non potrebbe essere transitivo; o, se lo fosse, lo sarebbe molto meno. la carta piega (qui invece aboliamo il riflessivo) e spiega. non è straordinario un "morire" transitivo? un piegare di carta irriflessiva? moriamo il tempo prima che ci muoia. è la parentesi che manca all'orale.
eppure, dicevo, sento dire che lo scritto uccide (va bene?) l'orale. è il morto orale. l'orale morto come in verbavolantscriptamanent, ovverosia le parole viaggiano, le cose scritte lì stanno e lì restano, o no? il proverbio va interpretato così, dice Borges: esattamente al contrario di come lo si interpreta comunemente. io non sono d'accordo: il proverbio è bello perché puoi interpretarlo nei due modi; e nel terzo modo che è i due modi insieme; e in tutti i modi che pensando un modo non ne escludono un altro.
io non accorderei all'orale alcun privilegio perché ho poche occasioni di fare un degno uso del mio apparato fonico-linguistico. mi piace scrivere per tanti motivi, non ultimo il fatto di poggiare le dita sulla tastiera o sentire la penna che scivola sul foglio. meglio la matita.
anche perché la matita si cancella (forma riflessiva o impersonale?), la matita dimentica, omette, inventa, ricrea. la matita è mat ta. scivola anche lei sul foglio, e a volte finisce che cade e si rompe l'anima. gli scoppia dentro la mina, ed ecco che la temperi e lei non si tempera. le fai la punta e la punta viene via, una volta, due volte, tre volte.
spesso le matite finiscono, arrivano alla fine. diventano tanto corte da non riuscire a tenerle in mano. qualcuno deve dirmi, allora, che fine fanno le matite, a quel punto lì. scompaiono, smaterializzano, polverizzano (propongo alla Crusca questo: di abolire il riflessivo)?
quale che sia la fine delle mat te, il loro scritto è uno scritto che non vola e non rimane, è uno scritto che si pone nel mezzo tra le due vie, e ne apre invece una quarta al senso del proverbio: come dire "lapidis scripta volant vel manent".
ma i due sensi esistono nello stesso tempo, e i due tempi nello stesso senso.
eppure quel "lapidis scripta", che licenziosamente ho abusato (abuso il transitivo anche qui oltre che 33 caratteri fa), fa pensare assai più all'epitaffio, che non allo scritto di pugno e matita. e anche in questo caso lo scherzo funziona: l'epitaffio non vola né resta. non vola perché grosso modo sono in pochi a leggerlo; non resta perché spesso rivolge (forma attiva) al passato.
di repente mi ricordo un pomeriggio con Vincenzo a Père Lachaise; devo aver visto la tomba di Jim Morrison. ma per come sono fatto io, lungi dal pregare per quel coglione, avrò preferito additare ghignando il tipo che stava seduto lì accanto, quasi certamente con un libro in mano.
ma ha ragione: l'orale ha davvero la precedenza sullo scritto soltanto quanto è letto; ché tanto niente è scritto né detto per la prima volta.

lunedì 15 settembre 2008


Ma poi mi siedo, e decido che basta, non si pensa più. Il trucco è quello, la testa da sola non si ferma mai, lo decidi tu. Basta saperlo. Basta.
il treno, la tesi, il bar, la macchina, partire/tornare, studiare/lavorare: no.
Silenzio.

giù nel giardino frizzante di pioggia
tra risa docili, smorfie d'agrumi
femmine belle di scarsi costumi
mostrano seni di splendida foggia.
le braccia tese nel cielo turchese
le mani unite, prezioso bicchiere
hanno raccolto le essenze pluviali
da mantenere, da farne regali
zitto le sbircio ben dietro una foglia
sogno nel sogno una danza con loro
poi me ne vado via ma di malvoglia
per non infrangere tanto decoro
al bianco sogno mi levo piangendo
ci resta appesa l'aurora brillante
confuso gli oneri del cuore attendo
mentre mi tingo di me spasimante.

martedì 9 settembre 2008


non anche se è seguita da due consonanti. rico
ento. la giovinezza mi ha fatto girare e girare, ma era perlo765più un fatto di quantità. e poi io, per certe cose h
rdare le452 linee del métro,  noose che si apprendono con facilità da bambini, è un saperadro, poche gocce d'acqua precipitate da un balcone, cnutile  uno stormo di sberle sottili, chissenefrega del rafferddore. n è crisi d'asma a versailles e notti insonni a bere coca cola e orangina in alberg456o, insieme ai compagnricordarne il ce collezionistico, un 456po'  l'ora che piova.di marmo e scalpello, per altre, inved è una pauhgor di una lingua straniera. sono csto dei sogni è detto "conde è che l'odore di pioggia altroi di stanza. c'era la chioome spesso accade, bagnava235754no ulto. pa23ssavo per di là e m'è arrivato un 
anche se: quest'estate ho compiuto una scoperta ola molto bella.
la 
mai stato un viaggiatore atto una ce, di zucchero nel caffè. in quest'ultimo caso quel che resta di mille cristalli è un 456sapore diffuso. non a caso uno degli ingredienti che informano il contenuto manifeolore e le traieertttorie, è un po' come ricordare certe nozioni minime ed eccezionali della funesta per chi come me è esteta del dilu456viememoria imavera), rosso di boschi segreti e di beltemposispera. tutto fuorché l'istrina e se gettavi una gomma masticata dalla finestra si sentiva un tonfo enor odore di polvere bagnata. in una giornata torrida da fare schifo, quvento di pioggia. 42 gradi all'ombra, e odore di pioggia.
n metro quadro di asfae (se è pr
piango di non essernsazione".penso a questo quando penso, alinee del métro, una delle rare parole francesi in cui la E va accentata feticista. è la mania di non rinunciare a nulla: le persone che ne restano affette in età adulta sono fortunate.
non vedo l'ora che piova a diro578tto. e poi, dopo, colori tirati a lucido d esempio, a Parigi. confondo un quartiere con l'altro. o. atleta del diluvio! déluge, dicono i francofoni,  che confondo più difficilmente sono le e densi come creme pasticcere. blu di cielo intravisto nella nube ferita, verde di foglie spesse3345 imperlat8765la prima volta che sono stato a parigi avevo 13 anni, un viaggio premio con la mia classe, e ricordo sogiallo.

atleta del diluvio!
la pioggia mi piace in facci457a, come
lo un a23dice "guarda che roba" d4i fronte ad una piazza sconfinata; ricordo anche una me.dopo quella, sono tornato a parigi altre sei volte. la penultima "visita" è durata nove mesi



Immagina ...
un'immagine senza limiti, una cornice ad essa sovrapposta, un piccolo osservatore ... così piccolo da non poter averne una visione d'insieme. Lo chiameremo diEGO.
diEGO, incuriosito, percorre in lungo e largo la cornice. Ne resta affascinato, se ne innamora.
diEGO, ancora più curioso, scende dalla cornice e si tuffa nell'immagine. Fino all'orizzonte tutto gli è noto.
diEGO, ingordo di esperienza - ma pieno di sè - corre verso l'orizzonte alla ricerca della fine. Ciò che trova è di nuovo la cornice. Torna a seguirla e si ritrova al punto di partenza.
diEGO riparte nell'immagine e la sua memoria riaffiora ad ogni passo, così decide di cambiare direzione per stupirsi ancora, ed ancora, ed ancora ...
diEGO è stanco e si ferma a riposare sull'immagine. Ciò che ha sotto i piedi è nuovo ai suoi occhi. ma la mente gli offre un dubbio interessante: "Come posso, io, percepire il nuovo se non perchè lo conosco già?". Percepire è ri-conoscere.
diEGO usa la memoria per mappare l'immagine, ma il tempo impiegato nel suo cammino allontana le immagini parziali in un abisso chiamato sogno. L'insieme delle sue notti gli rigurgiterà l'esperienza.
diEGO, al termine del suo errare, avrà illuminato ogni angolo della sua mappa, avrà collocato ogni frammento dell'immagine, avrà goduto di ogni passo e voltandosi indietro apprezzerà l'arabesco del suo sentiero.
diEGO capirà di non essere importante e, congedatosi dall'amata cornice, si getterà dall'altro lato per esplorare ciò che della sua avventura non ha limiti.
diEGO non è più diEGO.
Il tempo non scalfisce l'immagine, ne ritma solo l'esperienza.
Se diEGO l'avesse sorvolata da un'adeguata distanza avrebbe visto l'inizio e la fine nello stesso medesimo istante.
Se il cerchio saltasse fuori dal foglio capirebbe di essere una sfera ...

O<-<

riferimenti:

http://www.patrickrizzi.com/percezionedimensioni.htm
http://www.fainotizia.it/2008/07/05/la-quarta-dimensione-lanima
http://it.wikipedia.org/wiki/Flatlandia
http://www.geom.uiuc.edu/~banchoff/Flatland/

venerdì 5 settembre 2008


Nietzsche che dietzsche, boh.

quando sei addentro alla ricerca non hai più bisogno di cercare, ché le cose ti trovano senza che tu faccia nulla. e così mi capita di scegliere libri a caso, e a caso trovarvi frasi che mi spalancano spazi in cui rinchiudere il mostro che vaga entro la mia testa, passi illuminanti su discorsi prima oscuri o vaghi, stringate e utilissime vulgate intorno a problemi altrimenti leopardiani.
ma questo non c'entra granché. stasera, per una volta (forse la prima) ho in mente quello che devo dire prima di incominciare. ho appena fatto sparire in una smorfia un bicchiere di acqua fradicia, il che non farà che facilitarmi la discesa.

riflettevo poco fa, percorrendo a piedi il breve tratto di strada che va da casa mia a casa di mia madre, su come io mi senta inesorabilmente identico a me stesso. da sempre e, presumo, per sempre. del futuro non si può parlare, ma si può parlare -con un tocco di cinica e financo prosaica veggenza- del divenire che ciascuno di noi "contiene". di questo sempressente cui siamo condannati manco fosse una pelle, e con la pelle un odore.
l'immagine che mi è venuta in mente è quella d'un sistema di vasi comunicanti. ho ricordato che quando avevo i soldi per fare certe cose credevo di non avere il tempo, quando avevo il tempo non avevo il bisogno, quando avevo il bisogno non avevo la maturità; e ora che ho la maturità non ho niente altro.
come potete ben vedere, si tratta ogni volta dell'opposizione di un fatto oggettivo a un qualcosa di soggettivo; tanto per chiarire, nell'ultima coppia il termine soggettivo è la maturità.
corre dunque il sospetto che l'indomani contrapporremmo un copioso niente -il niente è pure qualcosa su cui contare, nella vita- alla freschezza psicofisica che viene meno. e ci ritroveremmo con un bel palmo di naso.
un tempo avrei cercato -nella seconda parte del post- le soluzioni al problema, a questo sfasamento che è la mia personalissima impasse. mi arrischierò invece a citare Nietzsche a memoria, col rischio di essere davvero inopportuno.
Nella Nascita della tragedia si parla a lungo di Socrate. a un certo punto, per farla breve, Socrate schiatta; sceglie per sé la morte di fronte all'alternativa dell'esilio, persuaso che dovunque vada, per via del personaggio scomodo che è, gli si riserverebbe il medesimo trattamento. Il pessimismo di Socrate, tutt'altro che proverbiale, consegna a Nietzsche una conclusione accattivante: l'ottimismo è cosa mala e ingiusta poiché è il sentimento della decadenza. mentre il pessimismo è laddove c'è il fuoco, è il sintomo vivo e scalpitante di un mondo e di un tempo che cambiano. è angoscia senza rassegnazione.
mi rifaccio, per concludere, ad un articolo che haikel ha pubblicato qualche tempo fa su mom; cito anche qui a memoria, e quindi vado di libero indiretto, e cioè che in pratica l'addensarsi delle occasioni d'errore su un determinato lasso di tempo è il sintomo di un cambiamento imminente.

Spero di sbagliarmi.

lunedì 1 settembre 2008

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