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domenica 12 gennaio 2014

nicce che dicce

oggi mi è capitato di nuovo nietzsche. io non ne so niente, non ne saprò mai niente, di nietzsche. ma a volte leggi frasi che sembrano scritte per te, e oggi era una di quelle frasi. cito scandalosamente a memoria: quando scema il talento uno si rivela per quello che è, e non conta più quello che può.
bello.
era la frase che volevo. l'ho ricordata nel peggior modo possibile, ma quello che conta è il senso, e io l'ho capito, ce l'ho.
carmelo bene invece dice: il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può.

le due frasi cozzano in modo evidente. e poi quella di Bene no, non la capisco quanto l'altra. sono d'accordo, ma la capisco meno dell'altra. non la sento. forse perché del genio ho sempre avuto la mancanza di talento.

io faccio meno di quello che posso, di solito. faccio meno di quello che devo. e voglio meno di quello che faccio. ma desidero moooolto più di quello che voglio. ottengo la metà di quello che desidero. devo almeno quello che ottengo. posso quel che devo nella misura in cui desidero quello che ho.
il punto poi è sempre lo stesso. desiderare quello che si ha. dicono sia il segreto della felicità ma io ritengo che il segreto della felicità sia volere quel che si desidera.

venerdì 12 dicembre 2008

E poi questo poeta qui, inutile ma tutto sommato scrocchierello.


la bell'alba dell'Idei dal tamburo
mi sorprese un bel giorno senza feste
lastima! chi da qui ne fa le spense
spanse come tovaglie in pompa massima
sozze non più di rosso ma del bianco
di quanti mai mozzassero le teste.
mozzo sarò di corte per chi spia
chiedo restare dietro al mio fondale
stanco, come la neve ch'ammalìa
male ch'a l'onda vada indrio ma lascia
la scia com'è normale. ed io mi scaglio,
quanto la nave mia che mi trasborda,
lo scoglio in faccia e svengo rotto ratto.

scocca del re caduto da cavallo
l'ora. del tè domani l'armatura
lucida come zecca la conìa
del me 'vantieri l'orda mi toccò
pèrduti nei sentieri dal profumo
delle follìe seccate per fumare
presto di poi ruolate in cigarìe
di cioccolate, di licore succo,
di frutti incastonati, di candito,
ebbro mi rifilai le mani a stucco.
pasto di porri, laute cicorìe
meno che meno quando tira forte
il vento tra le foglie mistomorte
verdemarronegiallorossamenti.

mazzo sarò di carte per chi spaia
gl'assi scoperti, spiego a te le rule
metti che poi domani mi dimenti
come già fe' per lo scacché la dama
eccoti dunque la combinazione
scaricola d'emule senza danno
se non l'industarìa del che si balla
si scolta e si toccà, dice l'iberio
si gioca pe'l francioso e'l biritanno
dalla bocca si leva come un canto
senza comparizione, benpensando
mezzo sarò di certo per chi spende
l'ore leggendo loro, mie leggende.

(Tommaso Piscaturi, Fiabe dell'inverno, Castelmadama, Roma 2008, pp. 209-210)

martedì 9 settembre 2008


non anche se è seguita da due consonanti. rico
ento. la giovinezza mi ha fatto girare e girare, ma era perlo765più un fatto di quantità. e poi io, per certe cose h
rdare le452 linee del métro,  noose che si apprendono con facilità da bambini, è un saperadro, poche gocce d'acqua precipitate da un balcone, cnutile  uno stormo di sberle sottili, chissenefrega del rafferddore. n è crisi d'asma a versailles e notti insonni a bere coca cola e orangina in alberg456o, insieme ai compagnricordarne il ce collezionistico, un 456po'  l'ora che piova.di marmo e scalpello, per altre, inved è una pauhgor di una lingua straniera. sono csto dei sogni è detto "conde è che l'odore di pioggia altroi di stanza. c'era la chioome spesso accade, bagnava235754no ulto. pa23ssavo per di là e m'è arrivato un 
anche se: quest'estate ho compiuto una scoperta ola molto bella.
la 
mai stato un viaggiatore atto una ce, di zucchero nel caffè. in quest'ultimo caso quel che resta di mille cristalli è un 456sapore diffuso. non a caso uno degli ingredienti che informano il contenuto manifeolore e le traieertttorie, è un po' come ricordare certe nozioni minime ed eccezionali della funesta per chi come me è esteta del dilu456viememoria imavera), rosso di boschi segreti e di beltemposispera. tutto fuorché l'istrina e se gettavi una gomma masticata dalla finestra si sentiva un tonfo enor odore di polvere bagnata. in una giornata torrida da fare schifo, quvento di pioggia. 42 gradi all'ombra, e odore di pioggia.
n metro quadro di asfae (se è pr
piango di non essernsazione".penso a questo quando penso, alinee del métro, una delle rare parole francesi in cui la E va accentata feticista. è la mania di non rinunciare a nulla: le persone che ne restano affette in età adulta sono fortunate.
non vedo l'ora che piova a diro578tto. e poi, dopo, colori tirati a lucido d esempio, a Parigi. confondo un quartiere con l'altro. o. atleta del diluvio! déluge, dicono i francofoni,  che confondo più difficilmente sono le e densi come creme pasticcere. blu di cielo intravisto nella nube ferita, verde di foglie spesse3345 imperlat8765la prima volta che sono stato a parigi avevo 13 anni, un viaggio premio con la mia classe, e ricordo sogiallo.

atleta del diluvio!
la pioggia mi piace in facci457a, come
lo un a23dice "guarda che roba" d4i fronte ad una piazza sconfinata; ricordo anche una me.dopo quella, sono tornato a parigi altre sei volte. la penultima "visita" è durata nove mesi

venerdì 5 settembre 2008


Nietzsche che dietzsche, boh.

quando sei addentro alla ricerca non hai più bisogno di cercare, ché le cose ti trovano senza che tu faccia nulla. e così mi capita di scegliere libri a caso, e a caso trovarvi frasi che mi spalancano spazi in cui rinchiudere il mostro che vaga entro la mia testa, passi illuminanti su discorsi prima oscuri o vaghi, stringate e utilissime vulgate intorno a problemi altrimenti leopardiani.
ma questo non c'entra granché. stasera, per una volta (forse la prima) ho in mente quello che devo dire prima di incominciare. ho appena fatto sparire in una smorfia un bicchiere di acqua fradicia, il che non farà che facilitarmi la discesa.

riflettevo poco fa, percorrendo a piedi il breve tratto di strada che va da casa mia a casa di mia madre, su come io mi senta inesorabilmente identico a me stesso. da sempre e, presumo, per sempre. del futuro non si può parlare, ma si può parlare -con un tocco di cinica e financo prosaica veggenza- del divenire che ciascuno di noi "contiene". di questo sempressente cui siamo condannati manco fosse una pelle, e con la pelle un odore.
l'immagine che mi è venuta in mente è quella d'un sistema di vasi comunicanti. ho ricordato che quando avevo i soldi per fare certe cose credevo di non avere il tempo, quando avevo il tempo non avevo il bisogno, quando avevo il bisogno non avevo la maturità; e ora che ho la maturità non ho niente altro.
come potete ben vedere, si tratta ogni volta dell'opposizione di un fatto oggettivo a un qualcosa di soggettivo; tanto per chiarire, nell'ultima coppia il termine soggettivo è la maturità.
corre dunque il sospetto che l'indomani contrapporremmo un copioso niente -il niente è pure qualcosa su cui contare, nella vita- alla freschezza psicofisica che viene meno. e ci ritroveremmo con un bel palmo di naso.
un tempo avrei cercato -nella seconda parte del post- le soluzioni al problema, a questo sfasamento che è la mia personalissima impasse. mi arrischierò invece a citare Nietzsche a memoria, col rischio di essere davvero inopportuno.
Nella Nascita della tragedia si parla a lungo di Socrate. a un certo punto, per farla breve, Socrate schiatta; sceglie per sé la morte di fronte all'alternativa dell'esilio, persuaso che dovunque vada, per via del personaggio scomodo che è, gli si riserverebbe il medesimo trattamento. Il pessimismo di Socrate, tutt'altro che proverbiale, consegna a Nietzsche una conclusione accattivante: l'ottimismo è cosa mala e ingiusta poiché è il sentimento della decadenza. mentre il pessimismo è laddove c'è il fuoco, è il sintomo vivo e scalpitante di un mondo e di un tempo che cambiano. è angoscia senza rassegnazione.
mi rifaccio, per concludere, ad un articolo che haikel ha pubblicato qualche tempo fa su mom; cito anche qui a memoria, e quindi vado di libero indiretto, e cioè che in pratica l'addensarsi delle occasioni d'errore su un determinato lasso di tempo è il sintomo di un cambiamento imminente.

Spero di sbagliarmi.

venerdì 29 agosto 2008


la bell'alba degli dei dal tamburo.
in cucina mi attende il secondo caffè, dopodiché giù nell'umido del bunker. non penso di aver mai toccato la mia batteria prima delle 9 di mattina. chissà l'effetto sul timpano vergine.
vado che è già tardi.
lo sconsiglio di oggi è: eliminare gli aggettivi.
au revoir.

(nella foto: la batteria di higuerra al vittoria beach)