domenica 12 gennaio 2014

ma infatti

A forza di cercare, qualcosa trovi. Cerchi di ripararti dal freddo e trovi denaro nella tasca del cappotto; denaro dello scorso anno, dello scorso inverno, che vale meno di prima, ma fa sempre piacere ritrovare denaro così, diciamo per caso. Sempre meglio che non ritrovarlo affatto. Cerchi di non uscire tardi, almeno oggi, ma trovi un buon motivo, e il motivo è che c'è una scarpa che non si sa che fine ha fatto. Cerchi la scarpa sotto al letto e trovi, che ne so, una scatola piena di foto. Cerchi foto tra le foto e trovi un biglietto da visita tutto ingiallito, con un indirizzo. E allora cerchi una strada e però trovi una piazza, una bella piazza, col mercato e tutto, piena di gente e di sole, pochi turisti. E tra la folla cerchi una persona ma ecco che qualcuno ti bussa su una spalla, e non è la persona che cercavi, ma ci metti niente a capire che alla fine va bene lo stesso, che è pure meglio così.

nicce che dicce

oggi mi è capitato di nuovo nietzsche. io non ne so niente, non ne saprò mai niente, di nietzsche. ma a volte leggi frasi che sembrano scritte per te, e oggi era una di quelle frasi. cito scandalosamente a memoria: quando scema il talento uno si rivela per quello che è, e non conta più quello che può.
bello.
era la frase che volevo. l'ho ricordata nel peggior modo possibile, ma quello che conta è il senso, e io l'ho capito, ce l'ho.
carmelo bene invece dice: il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può.

le due frasi cozzano in modo evidente. e poi quella di Bene no, non la capisco quanto l'altra. sono d'accordo, ma la capisco meno dell'altra. non la sento. forse perché del genio ho sempre avuto la mancanza di talento.

io faccio meno di quello che posso, di solito. faccio meno di quello che devo. e voglio meno di quello che faccio. ma desidero moooolto più di quello che voglio. ottengo la metà di quello che desidero. devo almeno quello che ottengo. posso quel che devo nella misura in cui desidero quello che ho.
il punto poi è sempre lo stesso. desiderare quello che si ha. dicono sia il segreto della felicità ma io ritengo che il segreto della felicità sia volere quel che si desidera.

venerdì 6 febbraio 2009



non è il caso di rifletterci troppo.
café absurd tira giù la saracinesca.

in questi anni ho visto chiudere altre botteghe, qui intorno. almeno un paio.
non so esattamente cosa abbia spinto quei miei colleghi ad annichilire in un colpo anni interi di memorie, riflessioni, confessioni, consigli, guizzi creativi ed errori. (e gli errori poi, a mio avviso, sono uno tra gli aspetti più interessanti in un blog: gli errori di ortografia, di grammatica, di digitazione, i peccati di presunzione, i giudizi affrettati, le clamorose cadute in contraddizione. vado a spiegarmi meglio.) so però cosa spinge me a chiudere café absurd.

precisazione: io blocco il cancello ma non cancello il blog. il blog resterà qui dove si trova -fino a che il provider me lo consentirà- come un archivio, un museo, una mostra fotografica, un libro. e, come la gran parte dei libri, sarà un libro fermo, un libro che s'è evoluto sino a che qualcuno non ha deciso di metterci un punto. dopodiché ha smesso di evolversi, s'è fermato, s'è impaginato, stampato, eccetera. potrà evolvere nelle teste dei lettori e rilettori più avveduti, intelligenti e vivaci. chi vuole scavalcare il cancello può farlo.

la ragione della chiusura è che café absurd è diventato -in effetti- un libro, un libro di carta, con tanto di copertina.
e quel libro l'ho ricevuto in regalo, da una persona preziosa, la cui incredibile fantasiosa concretezza ha superato l'immaginazione poltrona del sottoscritto. mi sono riletto per l'ennesima volta. ma sulla carta le parole hanno uno spessore diverso. e gli errori, quelli sì che servono, quelli sì che ti danno la misura di quanto hai imparato e quanto invece non hai imparato e non imparerai mai.

arrivederci a tutti. il mio stupido ingegno andrà a far danni altrove. non vi dico dove, chi vorrà trovarmi saprà come fare.

vado a spiegarmi meglio

martedì 3 febbraio 2009


non ti è mai stato facile scrivere, e questo è un fatto. ma non stare sempre lì a farlo notare a tutti; non è sempre detto -come qualcuno vuol credere- che il miglior modo di nascondersi sia palesarsi.

chissà perché, poi, ti ingegni tanto a fare quello che non ti compete e non ti spetta. e aitor ibanez, una volta, t'ha detto: io e te siamo di quelli che vanno per la strada più lunga. sei così.
e -aggiungo io- diciamoci la verità: a te ti piace, essere così. ovvio, non è come a sedici anni, che la tua strada era diritta e indossavi abiti profondi, e scioglievi le lunghissime chiome tra due dita, e ogni tanto facevi ascoltare una tua canzone a qualcuno, e sul diario, perlopiù raso, come la tua faccia d'eunuco, facevi il verso a foscolo, ma sfogliare un libro ti rendeva nervoso. il punto è che certi nodi sono sopravvissuti al taglio dei capelli, ecco.
non è come a diciotto, che hai deciso di mettere tutto in questione, e dai nodi -e dalle corde- sei passato alle strette e alle bacchette. via tutto, via i capelli, via la diritta via.
si dice però che a chi venga amputato un arto rimanga la coscienza di averlo. e -aggiungo io- chi perde l'orientamento ha la nitida sensazione di starsi orientando secondo una legge diversa, secondo una bussola complessa, con tanti cardini quanti sono i punti dello spazio in ogni sua dimensione. va detto ad onor del vero che i capelli non sono un arto, ma questo non è che un vantaggio: i capelli ricresceranno, cosicché quei nodi sopravvissuti al taglio saranno finalmente sciolti.

dieci stoici scalciano un pallone sotto la pioggia battente. cinque contro, cinque contro. d'altronde ieri si diceva, con tale stelvio masone, che il mondo -ma questo era il parer mio-, il mondo, dicevo, non è fatto di forze contrapposte, ma di forze e basta. le quali talora, tutto al più, hanno semmai buon gioco sulle debolezze, e non cattivo gioco su altre forze.
il masone se n'è uscito allora con la "metachimica". e lì il mio libro mentale s'è chiuso.
dieci stoici scalciano un pallone sotto la pioggia battente, vorrei essere tra loro, ma senza correre e senza bagnarmi, senza cambiarmi d'abito e senza alzare il culo da questa sedia, e senza distrarre le dita dalla tastiera.

l'ho detto sempre, io, la tua era una strada dritta. ma chissà, magari se l'avessi imboccata saresti finito in culo al bosco, nel nero indistinto, nell'umore fracico, tra mille braccia brivide d'insetto. o avresti fatto la fine del lupo, spanzato dal primo bracconiere, con la scusa, o l'accusa, della bambina sparita. e invece sei andato un po' a cazzo di cane, sei uscito dai confini della favella, ti sei sperso per altri boschi, hai incontrato un tipo che smarriva molliche o sassi, due fratellini che facevano merenda in casa di streghe, una fanciulla che sonnecchiava tra le fronde verdi, una mela morsa accanto al cadavere di un'altra fanciulla che aveva tutta l'aria di essere solo svenuta.
qualche giorno fa hai ascoltato il discorso di un tipo, uno con la testa a posto e un conto in banca di un certo livello. e a un certo punto il tipo ha detto: i puntini li unisci dopo, non prima. i sassolini, hai voglia a smarrirli passo passo nella speranza di ritrovare la strada di casa. la strada di casa, comunque vada, sta davanti. capace che ti tocca fare il giro del mondo, per tornarci. ma ovunque ti trovi, di casa ti resta l'odore e la memoria. e allora in vita tua ti accadrà talora di riconoscere casa in un colpo di vento, in un angolo di strada, in un falafel, in un tramonto, in un biglietto aereo, in uno sguardo, in un temporale, in un libro di kipling, in un quotidiano di ieri, in un paio di scarpe nuove, in un paio di scarpe vecchie, in uno strumento musicale, in uno specchio, in una voce, in un sogno, in un brano di musica contemporanea (questo è raro).

e a te sembrerà di aver sempre saputo come sarebbero andate le cose. al di là delle paure, delle speranze, degli imprevisti, dei tentativi, delle velleità, delle viltà. hai sempre saputo che il sogno, l'arte e la vita sono tre persone che abitano la stessa casa e non si incontrano mai.

lunedì 5 gennaio 2009

ho appena comprato un cappello
a piccole falde, colore lillà
la sciarpa che indosso era quella più calda
di tutto il bazzà delle sciarpe
la giacca è già vecchia ma è sempre un bel manto
mi vanno un po' stretti i calzoni
mi manca soltanto un bel paio di comode scarpe
magari marroni

martedì 30 dicembre 2008


un bouquet di poesiole che ho scritto oggi al lavoro, di getto.
dedicato a R. con le babbucce nuove.

1.
i frutti più gonfi li ho visti nei sogni
stagliarsi nel cielo verdastro
per fare un esempio, una volta
dai rami più alti pendevano
(ognuna appesa ad un nastro)
le mele cotogne
allunghi la mano (nel sogno si può)
e cogli quel pasto dolciastro
la buccia sottile (nel sogno), laccata di giallo e marrò
le polpe scoperte dai denti
che rari argomenti, le frutte dei sogni
compagne di ogni meriggio tra gli alberi sfitti
di questa terrazza nel sole e nell'aria
di là dal podere un po' cotto di nonna Maria.
ma altro che sfitti!
mi ciocca del giardo il custode
arriva e mi fiocca di colpi di nocche
sugli occhi: "Va' via!
le frutte degli altri non devi leccare,
va' fuori dall'orto dei sogni o ti faccio svegliare!"

2.
stavolta calpesto le pietre più grosse
i sassi li scalcio di punta
bisunta, rindosso la felpa da santo pittore
sdrucito, rimescolo crosta per crosta
quel quadro sfinito
ci conto: a furia di merda ritorna il candore

3.
rinarro le mille favelle del giardo
del verde ramarro, di foglie arruzzate
di stagni e vapori di zolfo e di menta
di bianchi ruscelli spumosi, di corse azzurrate
e gli alberi neri coi rami che fanno una rete
e impigliano uccelli, e gli insetti, e le faune segrete
rinarro perché non si penta
nemmeno il picciuolo del frutto minore
dei tanti che un tempo ho mangiato.
le mille favelle del giardo
ricordo. ricordo le ore
calcate in quelle strade belle
del giardo sognato.

4.
le tazze sfornate da poco
l'anziano ceramico ammira
scrostandosi un fregio di grasso catarro dal gozzo
si gira e ricerca il colore più adatto
tra mille pimenti ordinati un po' a cazzo
chissà che colore lo ispira
domani ritorna le tazze sul fuoco
chissà di che tono le adorna
perché non possiamo
restare presenti sul posto
finché non le inforna?

5.
ci sono rimasto di stucco
domenica al Nido del Ragno
vallette di tango la davano a tutti
e dalle terrazze, sui guitti
piovevano tazze di mate guasto
le donne svelate del trucco fuggivano al bagno
a risistemarsi le frange
chiedendosi l'una con l'altra: "Che bevi? Non bevi?"
e tu ci ridevi da piangere.
gli uomini, riabituati ad usare le dita,
sfilavano - pollice e indice - dall'anulare
gioielli di fatta proibita
per gioie di fatto proibite da riconquistare.
ma io non mi sono lasciato incantare
da tanta stordita moina
per te quella sera
(che quando tornammo era quasi mattina)
ho fatto i biscotti con l'olio di cocco
e la marmellata di pera

domenica 21 dicembre 2008

Lo so, sono monotematico. qualsiasi scrivano lo è. uno può ampliare lo spettro del buon argomento che ha scelto, ma alla fine dei conti si parla, tutti, sempre della stessa cosa. ciascuno della sua. c'è chi sa dissimulare, celare il nòcciolo duro sotto polpe sempre nuove, ma non c'è argomento che non sia "lo stesso". nessuno sa parlare d'altro.
e allora io parlo del sonno.
stavolta la riflessione è questa (e non escludo che lo spunto di oggi sia stato da me proposto in passato, su questi schermi): "sonno" è una parola che designa, in un certo qual modo, una cosa e il suo contrario: dormire e non dormire. si ha sonno se e quando si desidera dormire e non si dorme ancora oppure si ha sonno se si è svegli dopo aver dormito (poco). e quando si dorme si è nel sonno.
questo frizzo semantico sbraga la strada a una serie di giochetti che più ne hai e più ne metti. ma a noi (a me) questo interessa poco. quel che interessa è sostanzialmente un altro fatto: quanto più corto è il sonno, tanto maggiore sarà il sonno.
ma ecco che, pensando al viceversa, imprevedibilmente arriva un'onda tutt'altro che anomala a spazzar via il mio lecca lecca quotidiano: più sonno si consuma, meno sonno si ha. in questo caso tutto quadra.
che palle.

domenica 14 dicembre 2008


ma che ne so...

sto leggendo Elianto, dopo anni d'acquolinica ammirazione per la copertina. mi attraggono anche quelle di Allende, ma non ho letto mai niente di lei. Benni l'ho conosciuto altrove, nel Bar sotto il mare e in Terra!, eppure mi ha nuovamente sorpreso.
eh, sono belle le parole, ma la copertina (materiali, forme, dimensioni, colori, font) in genere è metà del valore di un libro.
da anni mi esercito con la scrittura - ben riconoscendomi limiti impietosi - quasi solo per questo: per darmi una chance in più di vedermi stampato nomeccognome su un tascabile, di marca Einaudi, Bompiani, Feltrinelli, in ordine di preferenza, senza disdegnare affatto Mondadori (altrimenti, uno, qui, tra idiologie ed equosolidame, non sa più come muoversi, e di questo parleremo tra poco). certo, se poi mi tocca un Newton&Compton, oh, va bene lo stesso.
ma la riflessione è tutta un'altra.
stanno sparendo le terre di mezzo. agonizza la promiscuità di segni e materiali eterogenei che per decenni ha informato l'era del post. sbiadisce l'insegna al neon del ristorante brasiliano sulla statale cassia bis, roma-viterbo.
e non si tratta di crisi di identità, è tutto il contrario: è la fine del métissage.
c'è il bisogno endogeno ed epidermico di nuovi classici, di parole scritte tra oggi e domani che sappiano durare in eterno. anche nella musica, c'è un collasso concavo, vertiginoso, c'è Gauss rovesciato, tra sperimentazione e spegnimento: da un lato la frenesia el-etnonica, la diarrea della diversità ad oltranza; dall'altro la costipazione videofoninica. la differenza tra già detto e non detto è irrilevante.
sto dipingendo scenari manichei, lo so, e non è giusto, lo so. ma dev'esserci la fede nell'urgenza del fuoco e del marmo. c'è ri-bisogno che dio parli con gli artisti del mondo e li metta in riga, bisogna mettere a pizzo un gruzzolo per i posteri. un'eredità onesta, magari non cospicua, ma equilibrata, giusta di sale.
che figura ci facciamo, altrimenti? ci sono in giro menti vive, capaci di interpretare la laide époque e di far fiorire l'universo. ma devono interpretare senza irridere, riparandosi dalla tentazione di distruggere, iniziando a parlare un linguaggio serio, fondato tanto sull'entusiasmo e l'azione quanto sul ragionamento e la pausa. altrimenti si strapiomba lì, tra flusso e riflusso.

onestamente non so più cos'è ciò di cui parlo. via via la scrittura ha cancellato l'idea.
il problema è sempre lo stesso, non so che dire ma lo dico. è colpa di quelli come me se non succede più niente.