sabato 11 novembre 2006


Kiko dovrebbe chiamarsi Ghigo, per come suona e per il naso. Per di più conosce i Litfiba, quelli di Desaparecido. E' francese di nascita e di cultura, indossa abiti da gondoliere e si pettina come Bono Vox. Lo incontro e lo riconosco dopo un labirintico peregrinare, al suddetto settimo piano di un palazzone inverosimile, risparmiandogli la rogna di scendere a cercarmi alla stazione della metro di La Pau.
Albert fa il medico ed è evidentemente un catalano: parla poco ed ha la faccia pensosa. In compenso canta. E suona il piano.
Chavi è Gabriel Omar Batistuta ai tempi della Fiorentina, con un basso in mano.
Ho trovato un gruppo. Un'officina in cui lavorare, tra l'altro, su certe canzoni che avevo da parte, e che non ho mai tirato fuori perché mi parevano troppo orecchiabili.
Energy (revisited)

Insomma il discorso è questo, è venuto fuori un higuerra batterista in grande spolvero e il gruppo, oh, non gli pareva vero, ma io lo sapevo che un batterista come me non lo potevano rifiutare. Insomma, il provino l'ho lautamente superato.
Ma la cosa più assurda era la sala prove, al settimo piano di un palazzo, corridoi labirintici con porte e porte, tipo uffici, decine di porte, ogni porta una sala prove, ogni sala prove un gruppo che suonava, cose mai viste ma nella gran parte dei casi già sentite.

Ta lueo

venerdì 10 novembre 2006

Uno fa una scelta nella vita: la palestra o l'adsl, per esempio; il viaggio fuori o il frigorifero.
Un maglione di marca può costare anche 50 euro, per un paio di certi jeans 100, 150 euro come niente. E le scarpe. L'altr'anno tutti avevano ai piedi Nike Shox, quelle con le molle sotto per intenderci. Ho visto una sola ragazza a cui stavano veramente bene. Di lei ho sempre pensato: "Però, che tette!".Il fatto è che è magra magra. Se è tutta roba sua o c'è qualche sofisticata architettura da slacciare a sorreggere il tutto non lo so. Però anche i reggiseni costano.
E io che ultimamente ho dovuto fare rifornimento di mutande al'Ovviesse ho speso 8 euro per sei paia di braghe. Mi dice bene.
Chissà quanto costano certe belle mutande che vedi talvolta indosso a certe ragazze. Quando le vedo penso che non potrò mai e poi mai voler diventare donna. 'Ste mutande ci hanno qualcosa di affascinante e disgustoso insieme, proprio come le donne o come l'immagine che le donne devono spesso portare di sè.
Fatto sta che se rinunci al tuo cappuccino quotidiano salvi una vita in Mozambico ( o in Etiopia?) come dice un cartello all'interno dell'ufficio postale. Ma puoi migliorare anche la tua: meno caffeina, meno carboidrati da eventuale cornetto, una spesa evitabile da reinvestire altrove, in beni di prima necessità.
E io davvero non capisco come faccia certa gente a fumare Marlboro tutti i giorni. Quasi 5 euro un pacchetto. Ma siamo matti?
E se togli di qua e togli di là ti restano i maledetti litri di benzina, ti restano gli inconvenienti tipo una caldaia che ti molla per sempre di sabato mattina. Ti restano i soldi per il cellulare, magari l'affitto o il mutuo, le medicine, le tasse, il dentista, la spesa al supermarket, il taglio di capelli, l'igiene personale.
Essere cinefili ( o cinofili) è un lusso. Il Sabato sera something just for kids. La compagnia di una donna è spesso una spesa. Anche i contraccettivi costano e in genere i preservativi si utilizzano una volta soltanto. Quindi, moderati pure nelle scopate.
E se penso a quante disparità ci sono nella società: a chi certi problemi forse non sa neanche cosa sono e chi " non ce la fa ad arrivare alla fine del mese" (espressione orribile, ne convengo) ; a chi abita al centro e chi in periferia; a chi ha il garage e chi si avvelena per un parcheggio; a chi non riununcia a niente perchè può e chi non rinuncia a niente- non so perchè- e si riempie di debiti mi sento pronto per scrivere il remake del "Manifesto del Partito Comunista", diventare un rapper di successo o il nuovo Rino Gaetano.
Ma il cielo è seeempre più bluuuuuu!
Non dico aridatece la lira, ma almeno i libri a mille lire ( o a un euro; o a cinquanta centesimi, fate un po' voi).

martedì 7 novembre 2006


Catena alimentare

Il cameriere è un mestiere molto bello, e questo non me l'aveva mai detto nessuno.
Uno si siede al tavolo, ordina qualcosa da mangiare e bere e non si immagina quale macchina complessa e perfettibile sia un ristorante. Non immagina che ogni cosa che mangia sporca un tavolo, uno o più piatti e bicchieri, varie posate, un posacenere, tutte cose che poi vanno lavate perché la macchina continui a funzionare. Ti vedi il cameriere che passa con i piatti in mano e pensi - quando pensi - che sia la semplice spola tra una cucina remota ed inconscia ed un tavolo.
Ma il cameriere di tavoli ne ha cinque, dieci, ed ogni tavolo va apparecchiato per un certo numero di persone, ciascuna delle quali sporca uno o più piatti e bicchieri, varie posate, un posacenere, tutte cose che poi vanno lavate perché la macchina continui a funzionare. Giacché un ristorante è una macchina complessa e perfettibile che funziona grazie all'abilità del cameriere di arginare la sua (del ristorante) esponenziale tendenza al delirio della distribuzione del cibo ai clienti e del sudiciume che tale cibo diviene non appena il cameriere lo depone su un tavolo. Il fatto che il cliente mangi o meno è del tutto marginale. Quando un cameriere affida un piatto al cliente sa che ciò che gli sarà reso è lo sporco. Roba da buttare, da lavare, da asciugare, da riordinare, perché la macchina continui a funzionare.
Oggi ho fatto chiusura, era un turno straordinario, mi chiama coso, Jorge, e mi fa: puoi venire tra un'ora? Sì, posso venire. E piglio e vado, lavoro. E fare chiusura è un bel casino, perché hai voglia ad arginare lo sporco man mano, mentre fai il tuo lavoro di cameriere, quello di facciata, quello di spola: alla fine resta un macello di cose da buttare, pulire, lavare, asciugare, riordinare perché il giorno dopo la macchina riprenda a funzionare. E bisogna infilare le mani nella merda, bisogna portare fuori i secchi della mondezza, spazzare, passare il mocio, tirare le sedie sui tavoli.

Capite bene che il cameriere, il lavoratore, è demiurgo, è geogono.
Perché la mia permanenza in questa città continui a funzionare, perché tutto il mondo continui a funzionare, devo lavorare.
Il mio lavoro è il cameriere in un ristorante, in una catena di ristoranti, ed è un lavoro che ancora non so fare bene. E' un mestiere, ed ogni mestiere per farlo bene ci vuole mestiere. Ed ogni mestiere a farlo bene ti dà soddisfazioni, e a farlo male comunque ti dà denaro, ti da da mangiare.
Lavorare è una delle cose più belle che abbia mai fatto.

lunedì 6 novembre 2006


Venerdì un gruppo avviato deve provinarmi come batterista. Fanno rock di quello che ci piace a noi. Ho trovato l'annuncio su loquo, una specie di Portaportese (o Porta Portese?)

Dice che sono disperati, che sono mesi che cercano il batterista giusto e non lo trovano, che c'è gente che non ha proprio idea di come si suona una batteria, si siede sullo sgabello e via, tira avanti, tira indietro e ogni rullata si perde il resto della cricca per strada.
Ecco, io questo genere di problemi proprio non ce li ho e non ce li ho mai avuti. E mai ce li avrò.

Venerdì mi provinano, mi piace 'sta cosa del provino. Me la sento calla quando c'è di mezzo il provino.
Dice: siamo forti, qua si fa il disco, insomma cose così. Dice lui, Kiko, il bassista.

E' giunto il momento di comprare le bacchette. Poi se mi scartano babbè, pazienza, ci mangerò cinese. Una cifra di cinese.

Mi dedico Amberdawn di Malmsteen, in mancanza di meglio.

domenica 5 novembre 2006

Centodieci Collodi

Per un mese porti curriculum in giro. Dici che sei uno studente, un laureando, e che non hai molta esperienza ma che ti va di lavorare. E non ti si fila nessuno.

E poi una mattina uno si sveglia e riscrive il curriculum, lo riscrive pieno di fregnacce, e manco la foto ci incolla. Ci togli tutta la fresca che sei uno studente, che tanto non gliene frega niente a nessuno. E lo distribuisci tipo volantini della discoteca, a chi capita. E allora vedi che ti chiamano in diecimila e tutti che ti vogliono a lavorare, non fa niente che poi non sai fare un cazzo, non sai manco passare lo straccio, basta che dici così: che hai lavorato già: ho già lavorato, eccome, e che non ho lavorato allora? ti sembro uno che non ha mai lavorato? c'ho la faccia di quello che non ha mai lavorato in vita sua? eh?
Toccherebbe riflettere su questo.
Mi sono immaginato davvero le esperienze di cameriere che non ho mai fatto, a Londra, a Parigi, a Ostia. Ti fanno l'intervista, il coso, come si chiama, il colloquio e tu racconti, ho fatto questo e quello, anni e anni l'ho fatto. E a loro gli va bene.
D'altra parte in un qualsiasi posto dove si vende qualcosa ci vuole gente che sa raccontare le fregnacce. Allora se dici che hai lavorato anni e anni e poi non sai manco passare uno straccio, il manager dice, fa: eccolo, abbiamo trovato l'uomo che fa per noi, uno veramente bravo a raccontare le fregnacce.

mercoledì 1 novembre 2006


Cose molto interessanti

Il mio centesimo post è passato del tutto inosservato, come speravo.

E insomma ieri stavo ad un corso universitario, un seminario di Filosofia presso la facoltà di comunicazione dell'Autonoma, Barcellona. Si parlava di molte cose, soprattutto di cose che non sapevo. Si diceva, o almeno questo ho voluto capire, che "natura umana" è una definizione lievemente ossimorica, poiché ciò che (per quanto ne sa l'uomo) distingue l'uomo dagli altri animali è la ribellione alla natura, la Hybris che sta alla base di molto mito e che troviamo, ad esempio, nella Genesi biblica.

Insomma: l'artificio, l'utensile, il simbolo, c'est à dire la capacità d'astrazione. E la capacità di riconoscersi che comunque non è slegata dalla prerogativa umana di poter/saper costruire specchi. Se venga prima il concetto o l'oggetto non ci riguarda, si tratta ad ogni modo di astrazioni di cui un gatto ed un elefante non sono capaci; anzi, si diceva che l'elefante, pare, si riconosce allo specchio, ma con quelle zampe prova tu a costruirne uno.
Gli uccelli fanno il nido ma non si chiedono perché. Alcune scimmie hanno polsi adatti ad un orologio ma non dissertano sul sentimento del tempo.
Gli altri animali, diceva il prof, esistono e punto. L'uomo, la donna, l'essere umano, si astrae.
La natura dell'uomo è artificiale (tautologia e ossimoro, quest'anno vinco il nobel), è simbolizzata.

L'utopia del ritorno alla natura ce la spiega Kubrick, in un'ellissi che ha fatto la storia del cinema: l'utensile osso che si dissolve (ora non ricordo se era una dissolvenza o uno stacco, ma no, era una dissolvenza) nell'utensile astronave, in 2001. Odissea nello spazio; la differenza è solo quantitativa, non qualitativa.
Quando l'essere umano si intuisce tale il danno è fatto, hai voglia a rifugiarti in campagna.
Centesimo post.

lunedì 30 ottobre 2006



" Le anime belle della sinistra... le figurine del presepe... Ne ho incontrate tante di persone così"...

Io ne ho incontrate moltissime. Spesso mi hanno lasciato indifferente, ancor più spesso mi hanno sospinto alla riflessione.

Serve ancora, essere di sinistra, in questo nostro tristo paese? Io credo di si. Forse non abbiamo bisogno di sinistri alla sinistra. Basterebbe cercare la verità, ogni tanto. Ed interrogarsi sui problemi reali, fingere di essere migliori per potersi migliorare.

Bah, astrusità mattiniere..

domenica 29 ottobre 2006


Energy (aborted)

Vado a suonare. Boh, vediamo un po'. La batteria. Vediamo se mi ricordo ancora come si tengono in mano le bacchette. Che non ho, non le ho comprate, per carità, un gesto troppo serio, comprare le bacchette. Se ci stanno nella saletta bene, sennò suono con le mani, con quello che capita. Vediamo che esce fuori.
Sto ascoltando Energy degli Apple Device, un pezzo germinale che promette bene e prometterebbe meglio se potesse passare per le mani giuste: le mie. Vero Maso'? Mettici un sassofono e lima il metallo, che gli spigoli non vanno più di moda.
Da quant'è che non scrivo una canzone? La verità è che ne ho scritta una sola, in varie versioni. Ora devo scrivere la seconda. Sono anni che la rimando.
Andare a suonare può essere un bel modo di rimettere in circolo una dozzina di note musicali tra le spire della mia mente digestiva. Forse sta per chiudersi il decennio sabbatico.
Ma è più probabile che io sia un musicista in pensione; in tal caso oggi vado a sottoscrivere l'adesione all'albo dei geni abortiti.
Bravo Maso', bel pezzo. Mettici un sassofono.

giovedì 26 ottobre 2006



Siamo nell'era dell'amore scettico.

L'amore dai guanti di velluto, dai piedi di piombo. L'amore che deve vedersela con la distanza mobile, le intemperie assiomatiche, la rete (che chi la butta pesca), Babilionia, l'emancipazione dello sguardo; e l'amore che soprattutto deve guardarsi da sé e che di sé ha paura, o almeno così dice, a mio avviso mentendo. C'è di fondo un'incoerenza, una singolare disonestà che consiste nel predicare male e razzolare bene. Mi piacerebbero mille donne al mese ma di una sola non posso fare a meno. Oppure, che poi è lo stesso, amo tutte le donne fuorché la mia.
Il problema è problematico, cangiante, inconsistente, pazzesco, anvedi, una fresca, una frasca.
Sai c'ho una storia un po' così, non si sa, intanto ci vediamo, poi dopo vedremo.
È soprattutto l'era dell'amore differito e intravisto, in nuce e mai in luce, vissuto sull'istante-lama, sull'aïon; un amore che non si sedimenta e non si progetta.
Io vedo solo coscienze contese tra deliri di emancipazione sessuo-sentimentale da un lato e un senso del possesso d'origine sottilmente cattolica (e che fu prealessandrino) dall'altro.
Certe volte, dopo eccessivi bagordi, mi viene addirittura voglia di sposarmi in chiesa, domani, dopodomani al massimo. Con trecento invitati, e poi si va a mangiare a Formia. Il pesce. Buono, il pesce.

Intanto, dice, in Italia calano i matrimoni tra connazionali e aumentano quelli “misti”. In un'altra vita sono stato un poeta di un certo livello e non credo che tale incremento dipenda dalle agenzie matrimoniali. È che il proverbio moglie e buoi dei paesi tuoi è uno dei peggiori che si siano mai tramandati.

Per me il discorso è serio. L'amore scettico.

Vado a mangiare.

domenica 22 ottobre 2006

Mercoledì ci hanno dato il congedo a lavoro. Così mi ritrovo senza niente da fare nel mezzo della settimana. Il Venerdì si presenta in anticipo di almeno un paio di giorni, ma solo per me. Solito problema per incastrare impegni altrui e tempo libero mio e viceversa; fatto sta che mi ritrovo a interrogarmi sul da farsi e il primo giorno mi sembra non passare mai: vado al cinema un paio di volte e vedo due buoni film; spendo un po' di soldi in vestiario adatto al clima prossimo venturo; gironzolo pomeriggio e notte in quasi perfetta solitudine; vado a dormire tardi senza motivo.
Soprattutto cammino per strada con quell'aria distratta di chi deve pure passare il tempo senza farselo pesare. Passo davanti a una vetrina che espone teschi di plastica, parrucche viola, abiti da strega, pipistrelli finti e la cosa mi mette di buon umore, non so perchè, e non capisco che negozio sia quello che ho di fronte. Poi mi accorgo che altro non è che il cartolaio vicino casa e mi ricordo che siamo a Ottobre, quindi fra poco è Halloween.
Ci rimango male, deluso.
Ma poi mi chiedo perchè.
Allora capisco che l'unico motivo valido per criticare la festa di Halloween qui da noi non è la sua provenienza statunitense con i soliti strascichi annessi; non è neanche solo un fatto di tradizione; ma la consapevolezza che è un divertimento vuoto, legato a niente, quindi una spinta un po' isterica al divertimento, un divertimento con la coscienza sporca e che non potrà mai avere quel senso di liberazione del vero divertimento: un divertimento giusto per rompere la monotonia.
Peccato, anche se per un attimo mi sono sentito riconciliato con la festa di Halloween.
Ma mi viene in mente una cosa che c'entra poco.
Più o meno lo stesso giorno, di sera, mi interrogavo davanti a una bancarella sull'opportunità o meno di spendere qualche centesimo in più di otto euro per un romanzo di Palahniuk quando mi passa davanti una ragazza dalla bellezza devastante. Magra, vestita di nero, con uno strano copricapo che non ricordo, forse un cilindro, trucco nero: una tipa che assomiglia parecchio alla Death del fumetto di Neil Gaiman, per intenderci.
Rimango senza parole e la mia testa si fa brulicante di pensieri che non saprei ripetere, tanto che devo allontanare lo sguardo da lei per non soffrire troppo. Darei dieci anni della mia vita per starle affianco, diciamo quelli dai 12 ai 22, ai quali rinuncerei volentieri.
Una persona così non può girare da sola, mi dico. Allora mi accorgo di una compagnia di ragazzi poco più piccoli di me sul fondo dello stand, probabilmente amici suoi: gente con la quale, a prima vista, non scambierei neanche due parole. Prima di andarmene mi volto di nuovo e la vedo vagare ancora tra le file di libri mantenendo un aristocratico efficacissimo distacco da tutto e tutti. Chissà che libro cercava, chissà che cosa legge di solito.
Ma anche... ieri sera in videoteca: una trentenne con una lunga gonna azzurra, capelli rossicci, occhi chiari. Qualcosa che colpisce, più che altro per l'insieme, per il look inusuale e studiatissimo, o forse perfettamente naturale. Si accompagna a un tipo torvo, nerovestito, con un cilindro (questa volta sono sicuro), piercing al naso, pizzetto puntuto. Una sorta di Slash diabolico, ma magari anche simpaticissimo in privato. Anche in questo caso non ho capito bene che film hanno preso alla fine.
E... mentre uscivo da una discoteca tempo fa, e mezzo ubriaco mi avviavo verso la macchina parcheggiata a un chilometro di distanza. Una coppia di dark in un ampio spazio vuoto: lui un Jack Skeleton timido; lei forse calze a rete, stivalone con zeppa, trucco pesante regolamentare, capelli rasati a metà nuca, piercing vari. Eppure mi faceva una gran tenerezza perchè parlava con grande calma a voce molto alta scandendo bene le parole, forse per abitudine, diceva qualcosa a proposito di certe "mezze verità", il tutto con un marcato accento che non sono stato in grado di identificare, forse pugliese.
Una dark pugliese. Fantastico. Il mondo è pieno di cose bizzarre, meravigliose da scoprire.
E' a lei che dedico questo mio ultimo post.

sabato 21 ottobre 2006

Storia avventata di merda e altre cose

Eppure ci si scorda sempre qualcosa. Salutare qualcuno, l’asciugacapelli, la macchinetta per la barba, gli occhiali da sole, il vestito della festa. L’asciugacapelli. Salutare qualcuno.
Insomma, cammino e cammino, e a un certo punto mi succede una cosa, e mi dico “Questa cosa mi resterà impressa, sarà il primo ricordo di questo viaggio.”
E la cosa, roba da non credere, la cosa è una gran puzza di merda, mi spiace, sembrerà una barzelletta, di quelle che si ride quando c’è la parolaccia, cacca, culo, pipì, e più la dici grossa e più la dici a voce alta e più si ride, cacca, pipì, scemo, cretino, culo. Ma non è così, non è una barzelletta, è tutto vero. Una puzza avvolgente, inconfondibile. Tanto che Piòtr mi fa capolino dallo zaino e mi fa, dice: “Dove siamo? Siamo già arrivati?”
Gli faccio, “Mi manca l’aria, con questa puzza. Ci avessimo messo anche l’aria, nello zaino… Ma ci si scorda sempre qualcosa. L’asciugacapelli, salutare qualcuno. L’aria.”
“E senz’aria,” mi dice Piòtr, con la testa fuori dallo zaino e le mani aggrappate al bordo, “senz’aria le farfalle colano a picco, caro mio”
“E senz’aria niente vento, e senza vento i soffioni sembrano pali della luce, sembrano”
“E i capelli sembrano un cappello, sembrano”
“E non c’è il gusto di tirarsi su il bavero della giacca”
“E nemmeno di fumarsi una sigaretta, insomma non c’è il gusto di fare un po’ i misteriosi, con i capelli al vento, il bavero alzato, la sigaretta in bocca, e mettersi ad un angolo di strada a guardare le donne che passano”
“E poi senza vento le donne non devono reggersi la gonna”
“E gli uomini tanto meno”
Ma insomma Piòtr, l’avrete capito, è uno che sa le cose, uno che ha studiato. Piòtr è uno che le cose del mondo le guarda in un certo modo suo particolare, e non è da tutti. E allora mi fa, dice “Vedi, non tutti i mali vengono da soli, a volte sono pure male accompagnati. Ma in questo caso bisogna guardare il lato positivo della faccenda”
“Come sarebbe a dire?”
“La puzza di merda,” mi fa, “è pur sempre una traccia, un indizio da seguire.”
“Porca miseria,” faccio io, “e perché mai?”
“Perché mai? Porca miseria,” mi fa, “perché mai? E la puzza di merda chi la porta, se non il vento?”

venerdì 20 ottobre 2006

Per prima cosa entro che mi son scordato di strofinare i piedi sullo zerbino all'ingresso. Così lascio impronte di scarpe sul pavimento, ché in questi giorni ha piovuto parecchio e ho le suole bagnate.
Mi levo la giacca sgocciolante e ma la appoggio a fianco mentre prendo subito posizione sul primo divano. Poi, compiaciuto, mi liscio i baffi con ostentata noncuranza.
Baffi? Quali baffi? Si, insomma, i baffi non ce li ho ma faccio comunque il gesto.
Sorrido. Se non fosse per questi miei denti nessuno direbbe che sono ancora giovane.
Toh, ho anche il bastone. Mi da un'aria così demodé.
E l'andatura curva? E i miei capelli bianchi insolitamente lunghi?
Oh, e il mio tono di voce? Il mio capolavoro! Una voce così' grave, roca che non so nemmeno io da dove mi è uscita fuori. Mi fa venire voglia di parlare, di dire tutto quello che mi passa per la testa, ora!
Così apro subito bocca: " Che io possa mangiare frittura di rane per il resto dei miei giorni! Esigo spiegazioni! Che d'è sto nome all'ingresso CAFE ABSURD? E chi è stu curnutu di Higuerra, e chill'autro fetente di Sgamas, e chillu quaraqquaqquà di Falena? E stu premio Oscar de Scalia? Lecannù e madama e tutti l'autri, chi minchia sono?"
Alzo la voce per incutere rispetto ma nessuno che si faccia vivo.
Meglio, così posso parlare ancora un po' senza imbarazzo.
"E che è chesta storia che ci vuole l'invito per entrare? E sto Higuerra mò m'ha scassato la uàllera, tirasse fora sta facc'e fess.."
"Higuerra non c'è."
E' una voce di donna, e la cosa mi fa sobbalzare perchè lei non c'è, sono solo nella stanza. Lo spavento mi ha fatto perdere l'accento e sto ancora tremando quando mi accorgo di un gatto- o forse no, una gatta- immobile, a pochi passi da me.
Mi guarda con'aria così severa, addolorata, che mi fa quasi vergognare di quello che ho detto, di come mi sia ridotto a fare il buffone triste.
E' ovvio che la gatta la sa lunga.
"Higuerra?" le chiedo ancora, con un filo di voce.
"Non è qui."
"E' partito?"
"No."
"Quando torna?"
"Quando torna lei non sarà più qui."
"Lei?"
"Tu."
"Io?"
"Si, tu."
"Non capisco."
Allora la gatta sembra scuotere la testa e questo è un segnale della sua superiorità su di me.
" E Sgamas?"
"Non è qui."
"E Falena, tutti gli altri?"
"Non ci sono."
"Ci siamo solo tu e io. Qui dentro si entra soltanto uno per volta. Sono le regole."
"E tu? "
"Io ci sono sempre. Per ogni comunicazione puoi lasciare detto a me."
"Chi sei?"
"Io sono..." e per un istante sembra quasi dirmelo chi è; o forse me lo dice pure ma non ci faccio caso perchè con un gesto fulmineo, con una rapidità, un'eleganza, una determinazione e una sfrontatezza che si ritrovano raramente e soltanto nei gesti migliori degli umani, mi salta tra le gambe.
Il contatto, così improvviso, mi coglie impreparato e tremo tutto d'un brivido che credevo perso; e vengo, quasi con spavento, prima ancora di prender coscienza d'un desiderio qualsiasi.
Quando tutto finisce sono ancora sul divano. La gatta non c'è più. E non c'è più il mio bastone, i miei capelli non sono più bianchi nè lunghi, sono scomparse le rughe, la mia voce ha perso ogni teatralità.
Solo i miei denti sono irrimediabilmete marci che non potrò mai più sorridere senza vergogna.
Mi alzo e con la mia andatura di sempre raggiungo la porta, esco.

giovedì 19 ottobre 2006

Vi comunico che ho aggiunto alla lista dei link qui a destra (sotto la lista dei membri) il blog Maledetti vi amerò

E per i più pigri eccovelo qua: http://zerosettantadue.blogspot.com/

Attendo altresì con ansia che K decida di prendere parte alla follesca comunità di Café Absurd

Hasta luego

martedì 17 ottobre 2006


Busqueda

Per andare in un posto spesso c'è una strada dritta. Ma le città, se le guardi da sopra, sono reti di strade scavate in mezzo al cemento, e ai palazzi non è che ci si può passare attraverso. E allora non è che tutti i percorsi siano strade dritte, è difficile che si possa andare in diagonale. E succede che per un po' vai dritto, poi ad un certo punto devi girare. A me succede di girare troppo tardi. Una volta che hai girato tardi che fai? Mica torni indietro, no, vai dritto, è un fatto di coerenza. No, il fatto è che ti accorgi tardi che hai girato tardi. Poi, quando te ne accorgi, devi rigirare. Ma succede che ancora una volta, alla svolta seguente, giri troppo tardi, e così via, e allora pian piano una strada dritta o quasi può trasformarsi in una spirale. L'obiettivo è al centro della spirale e prima o poi forse ci arrivi, girando e rigirando sempre un po' troppo tardi, ma te ne accorgi sempre un po' meno tardi della volta prima, della svolta prima. E allora ti avvicini al centro. Forse.
Si sa, dalle spirali non sempre se ne esce vivi. Ma nel frattempo ti sei visto tutto un quartiere. Poi il caso vuole che arrivi a destinazione. Oppure no.
Il giorno dopo torni allo stesso posto. Torno allo stesso posto. O almeno ci voglio tornare, e succede che rifaccio l'errore di girare tardi, e alla fine mi perdo, mi perdo nello stesso modo del giorno prima, ripassando il percorso a spirale. E finisce che imparo le strade nel modo sbagliato, e che rinuncio alle strade dritte, per principio o per necessità, che poi è la stessa cosa.

mercoledì 11 ottobre 2006


Esperando Rodriguez...

La casa è ferma, il cielo è fermo, il vento è fermo, le auto sono ferme, la gente è ferma, con un piede sollevato verso il prossimo passo, per le vie del centro, Laietana, La Rambla, il porto, in perfetto equilibrio, ma più che una foto è un incanto, una cosa strana insomma. Mi dispiace per chi stava addentando un calamaro fresco a Barcelloneta, per chi stava pisciando, per chi stava andando a divertirsi, mi dispiace per chi stava venendo, per chi stava perdendo il treno, per chi stava per segnare il gol più bello della storia della parrocchia di San Pepito, per le donne-statua e gli uomini-foto della rambla, sempre fermi per scelta, mi dispiace per chi stava rubando una borsa a Raval, per chi stava skatando al Macba, per chi stava inviando una mail dal Pakistani Computer, per chi stava parlando al telefono col Papa, per chi stava nuotando nella piscina climatizzata qui, dietro casa mia, tutti fermi, tutti zitti. Giovedì è la festa di Spagna, o algo así. E arriva Rodriguez.

martedì 10 ottobre 2006


La casa 3.

Prima di tutto in una casa ci si entra, poi una volta che sei entrato vabbè, dipende.
Si entra attraverso cunicoli bui, scale rotte da cui si intravede una chiostrina di quelle che fanno paura. Entri e a destra ci hai le statue di tre supereroi, Batman, Superman e Gesù Cristo. La chiave, per entrare si gira al contrario, per uscire anche. Quindi ti pare sempre un po' di stare uscendo quando entri e viceversa.
La stanza ve l'ho detto, per trovarla ogni volta un casino. La finestra sta su un lato corto della stanza e dà sul patio. C'è luce e c'è silenzio. E gatti, che mi imboccano in camera, e uno in particolare, che è una gatta ed è nera, e pare che gli sto simpatico, pare.
Sotto la finestra c'è un letto a due piazze ma di lunghezza ci entro giusto. Si dorme bene.
Di fronte alla finestra, sull'altra parete, c'è un quadro, un santino, un santone, ora non mi ricordo bene se è un Budda o non so che, ma a colpo d'occhio pare anche Sant'Antonio. Su un lato lungo, di fronte alla porta, c'è una scrivania rivestita di una cosa morbida che rende piacevole la scrittura, quando si scrive su un foglio di carta.
Il salone principale, da cui si accede al patio, manco a dirlo, oh, è giallo. Giallo.
Nel patio si mangia bene, si stendono bene i panni. Se c'è il sole, dice Manu, si prende il sole.
Ma non cè n'è molto, in questa stagione.

domenica 8 ottobre 2006

Rettifica

I salotti sono tre. Uno che ci si pranza, ci si cena. Ma io non ci ho ancora mangiato. Un altro che ci sto adesso, scrivendo, scrivando. Dice, coso, Manu, mi fa, dice "Usa internet quanto minchia ti pare e piace, fai come ti pare in questa casa, porta ospiti, gente, amici, cose, fuma tre pacchetti di Lucky Strike al giorno, tie', te le do io, fatti otto docce al giorno, basta che non mi rompi i coglioni, io sto andando ad una disco gay. Se è, vieni con me?" Dico "No, guarda, stasera no, magari domani."
L'altro salone non mi viene voglia di entrarci da solo, che è un posto un po' assurdo, assardo, assordo. I pavimenti fanno su e giù come le dune e c'è una luce rossa e se smuovi una tenda ti ritrovi in un laboratorio chimico.
Le stanze, apri una porta e non è quella giusta, pensavi fosse il cesso e invece è un armadio, volevi prendere il sale nella dispensa e ti ritrovi in camera di Manu che dice fa "Allora forse non sono stato chiaro", ma questa storia di Manu non è vera, è per fare un esempio, esci in terrazza dal salotto dove si mangia, rientri da un altro punto, ti giri di scatto, passi per la cucina che è una stanza corridoio, dici, ora torno in camera mia, apri una porta e ti ritrovi al cesso.
Il terrazzo di notte si illumina tipo Natale, e siamo tutti più buoni. I gatti sono quattro e due sono neri, uno pare il mio gatto, Tina, però è un po' più grande, ma tutto in proporzione.
L'uomo invisibile è ancora invisibile, però dice che si chiama Stefan, cose così.
Incomincio a capire che è successo, ho fatto un po' di casino mettendo tutta quella roba nello zaino.

venerdì 6 ottobre 2006

Una stanza nel Born, come vivere in bocca al Colosseo, che ne so, Santa Maria dei Monti, oppure piazza Campo de' fiori, Santa Maria in Trastevere, che ne so. Sotto la cattedrale di Barcellona.
Pavimenti surrealisti, spazi enormi e metafisici, cose da romanzi, non credevo che esistevano case così. La stanza Yoga, due salotti, 3 gatti di cui almeno uno nerissimo. La terrazza, grande quanto la casa. Un guardaroba grande quanto la mia stanza.
È la mia prima stanza, la mia prima casa a Barcellona, non so per quanto tempo, almeno un mese.
I coinquilini sono un tipo tranquillo e un sudafricano invisibile. E tre gatti, di cui uno nerissimo.
A presto per tutto il resto.

mercoledì 4 ottobre 2006

Ciao.

Un saluto 2
Nei viaggi di higuerra troneggia la ciclicità, almeno per noi che restiamo in terra italica come spettatori. Al dispiacere che proviamo nel salutarlo ogni volta si accompagna la consapevolezza che presto ci rivedremo e sarà festa. Questa volta sono felice di poterlo salutare direttamente nel suo spazio, e sicuro che questo viaggio sarà, ancora una volta, un successo.
Bon voyage, ancora una volta, ancora di cuore.

Mi dice, Piòtr, mi fa, dice, “Ma insomma parti, te ne vai? Ma domani, proprio?”
Dico “Sì sì, anzi no, mica domani, me ne vado oggi”
“Hai fatto le valige?”
“No, le valige no, ho fatto uno zaino, ho riempito di vestiti uno zaino. Uno zaino abbastanza grande. Ho i cambi per una settimana, dieci giorni, poi conto di lavare le cose man mano. Sette otto mutande, sette otto magliette della salute, sette otto paia di calzini. Quattro jeans, due paia di pantaloni normali, una tuta, qualche felpa, maglioncini e altre cose. Una sciarpa, un berretto, cose così. I borselli con lo spazzolino, il dentifricio, le lenti a contatto, un bagnoschiuma e uno shampoo, il tagliaunghie. E altre cose. Medicine, medicinali, cose varie”
“Il biglietto ce l’hai?”
“No, il biglietto adesso funziona che vai all’aeroporto e gli dici un codice, e loro ti fanno ‘Tutto ok, buon viaggio’, niente biglietto, solo un codice, tipo sette, kappa, enne, mille, acca, ipsilon, quattro, una fresca, una frasca, e ti dicono, dice ‘Ok, va, buon viaggio’ e chi s’è visto s’è visto”
“Ah. Vabbè”

E insomma io sono quasi pronto, e Piòtr sta col labbro di sotto cacciato in fuori e gli occhi a palla, e guarda lì, da qualche parte, ma da quella parte non c’è niente da guardare, sì, vabbè c’è un letto, una scrivania, cose così, cose che non c’è niente da guardare. Poi mi fa, dice:
“Ma…”
“Che?” gli faccio io
Dice “Ma le scarpe? Eh? Le scarpe non te le porti?”
“Eh, le scarpe, certo che me le porto, un paio me le metto ai piedi, altre paia in valigia, nello zaino, due, tre paia in tutto, quattro paia, così”
“Ah. Beh, sì, infatti. E… e col computer? Come fai col computer?”
“Mi porto pure il computer, mi porto uno zaino grande, uno zaino piccolo con dentro varie cose, e la valigetta col computer”
“E le casse? Per ascoltare la musica, le casse te le porti?”
“Sì sì, che vuoi che non c’è un posto nello zaino piccolo per le casse, le infilo da qualche parte, nello zaino piccolo”

Sono pronto, quasi pronto, Piòtr ruota la testa in giro, la gira di qua dove c’è un letto, una scrivania, la gira di là dove c’è una libreria, carica di libri.
“E quei libri?” dice Piòtr, prendendone in mano uno, “I libri te li devi portare, no?”
Gli faccio “Certo, nello zaino piccolo metto anche i libri, tutti i libri che vedi lì su, anche quello che hai in mano”
“Ma non fai prima a portare tutta la libreria?” dice lui, facendo un ampio gesto col braccio.
“Ma infatti hai ragione, me la porto, tutta la libreria con i libri, la smonto, pezzo pezzo, la faccio entrare nello zaino grande, dai, aiutami a smontare”

E iniziamo a smontare la libreria. E pezzo pezzo la infiliamo nello zaino grande. E poi mettiamo anche lo zaino piccolo nello zaino grande. E anche la borsa del computer.
“E poi, nel posto dove vai, se devi leggere come fai?”
Dico “In che senso, come faccio? Come faccio a fare che?”
“Eh,” dice “se devi leggere ci avrai bisogno di una scrivania, oppure di un letto, almeno”
“Ma infatti,” faccio “ma infatti la scrivania me la porto, per leggere, studiare, per metterci sopra il computer, le casse. E il letto pure, sennò come faccio, mica solo per leggere, per leggere basta una scrivania, più che altro per dormire, mi serve il letto. Metto tutto nello zaino grande, lo zaino è grande abbastanza. La scrivania, il letto, il termosifone, la chitarra,” dico io, e intanto infilo tutto nello zaino.
E poi attacca Piòtr “La sedia per sedersi, la tv per guardare la tv, la radio” e infila tutte queste cose nello zaino grande, “l’armadio, che fai, lasci l’armadio? E poi dove le metti le cose, i vestiti?”
“L’armadio, la scarpiera, i lampadari, la tazza del cesso, la cucina, il soffitto,” gli faccio io, e anche io infilo tutto nello zaino, l’armadio, la scarpiera, eccetera.
“I muri, le stanze, ti porti tutta la casa, insomma,” e la infila nello zaino.
“Sì sì, infilo tutto nello zaino grande, casa mia, casa dei vicini, Nicola, Franco, Scalia, Arduino, Maria, Gianni, tutti nello zaino”
“Il fornaio, l’ufficio postale, la signora Ferrauto, il figlio di Anna, coso, Michele, e poi il Bisca, Falena, e il camion della mondezza” e ficcava.
“Il distributore di benzina, la macchina, le Cannù, la Cannù, Nicolò, Nicolà, Pasquale, il luna park, la piazza del mercato con tutte le bancarelle, lo zerocinque barrato, l’aeroplano” e infilavo.
“Tutto nello zaino grande, il municipio, l’aeroporto, la pineta, la spiaggia…” e mettiamo tutto nello zaino, tutto.
“Tutto, il mare, il Paese…”
“Gli oceani, le isole, i continenti”
“Il mondo, la luna, il sistema solare”
“Il sole, le galassie, il giorno, la notte, l’amore”
E a un certo punto ci siamo solo io e lui, e basta, in mezzo ad uno sfondo nero.
“E l’universo?” chiede lui, e allarga le braccia come uno che sbadiglia, e poi chiude i pugni come volesse stringere qualcosa, e tira via tutto quel nero come fosse una tenda, un grande telo nero, leggero leggero, e se lo mette addosso a mo’ di mantello.
“Tutto nello zaino grande,” gli faccio, “anche quel mantello, dai, non perdiamo tempo”
“Tutto.”
E ci siamo io e lui e lo zaino grande e basta.
“Allora buon viaggio,” mi fa Piòtr, e si infila pure lui nello zaino.
E resto io solo, con lo zaino, e niente altro, e me lo metto sulle spalle. E parto, vado.

martedì 3 ottobre 2006


UN SALUTO


Buon viaggio, Higuerra!




Scrivi, mi raccomando!
E non ti scordare il cestino del pranzo!

(tratto da Alla Ricerca Dell'Higuerra Perduto, AA.VV., romanzo di formazione a puntate dell'almanacco a cadenza variabile Cafè Absurd, spedito in abbonamento retribuito ai lettori di O La Nave O Un Altro Animale, prodotto dalla casa editrice Maestri Del Delirio & Co.; immagine tratta da un album di famiglia di un membro rimasto volutamente anonimo della Maestri Del Delirio & Co., raffigurante Co. ai bei tempi)

lunedì 2 ottobre 2006


¿como podría no quererte?

E UGUALE EMMECI ALLA SECONDA

Inchiniamoci ai punti di vista. Croce e delizia di tutti; una delle cose belle della vita; tra le giustificazioni più abusate e sfortunatamente più valide; stimolo di ogni pensiero e ogni turba mentale; il cibo quotidiano dei sensi di colpa e della voce della coscienza; linfa vitale della bellezza e del gusto. Senza di essi addio contrasti, addio chiaroscuri, addio sorrisi, addio lacrime. Inchiniamoci ai punti di vista, senza i quali saremmo tutti uguali, tutti banali, tutti sicuramente indistintamente migliori.

Fuma' nella volante cor permesso

Passeggiavamo pe' via der Monte Oppio,
con alle spalle quer fantasmaColosseo.
Ragionavamo e ci vedevamo doppio,
fumando erba con savuàr fèr da Galateo.
Una volante, colle sirene spente,
che evidentemente invece aveva visto quer fumo denso o l'odore, almeno penso,
li aveva attratti. E noi esclamammo "Crishto!"
Altroché, poveri cristi erano loro,
indovinate che ce fanno in coro?
"Bella regà, c'avete na cartina?"
E noi di getto ci guardammo in faccia
e l'espressione tua fu pressappoco questa:
"Secondo te ce stanno a pijà per culo?"
L'agente pronto, che s'era reso conto,
pe' aggiustà tutto disse in tutta fretta:
"Ce sta Beretta, è questo qua de dietro,"
e na vocetta disse 'tutto a posto,'
"C'ha du' cannette e io c'ho le sigarette,
ce manca giustappunto na cartina,
non semo mica proprio tutti infami."
E io che so' più bono c'ho creduto,
ho preso tre cartine e gliel'ho date.
E hai visto che poi invece ho fatto bene?
Ma di' la verità, nun hai goduto?
Fuma' nella volante col permesso,
e sì, perché ce fanno "Dai, salite,
guardate che fra un po' comincia a piove."
A me me vie' da ride ancora adesso,
fuma' nella volante col permesso.
"Sarà legale e non sappiamo niente?"
Ti dissi sottovoce nell'orecchio.
La faccia ti vedevo nello specchio,
diceva pressappoco "Tu sei scemo."
Il buco che j'ai fatto cor tizzone!
E poi lo dici a me che sono scemo,
che so' sicuro che l'hai fatto apposta,
fortuna che non t'hanno visto.
Nun te sto a di' che nun hai fatto bene,
però nun te sei popo regolata.
E l'acqua che era cominciata
e quer passaggio lo accettamo a forza,
"Per la stazione prego conducente,
sennò perdiamo il treno delle nove"
"Ma quale treno e per andare dove?"
Tu me dicesti piano nell'orecchio,
io ti sorrisi e dissi "Fuori piove."

sabato 30 settembre 2006



L'incredibile storia di Piòtr Proletariovic e del funzionario


Una volta insomma dovevo andare da solo in vacanza a Parigi, una settimana neanche. Biglietto: fatto. Documenti: fatto. Valigie: fatto. Prenotazione albergo: fatto. Panino parma e parmigiano: fatto. E insomma parto, vado. A Ciampino prendo pelo pelo l'ultimo aereo, alle 23.30, e mi metto a sedere sul lato oblò. La fermata dopo, sarà stata Firenze, un tipo mi si siede accanto e mi fa:
"Buonanotte. Lei dove scende, dove va?"
Dico "Io a Parigi, Parigi centro centro"
Dice "Ah, che casualità, anche io"
E finisce che ci mettiamo a chiacchierare, gli dico della mia vacanza e scopro che lui è un'agente dei servizi segreti che deve andare ad assassinare un funzionario. Dice che è russo, non il funzionario, ma proprio lui, l'assassino. Il funzionario invece è francese. Gli chiedo, ma insomma, si spieghi meglio, che vuol dire "un funzionario?"
Mi fa, dice: "Guardi, abbia pazienza, adesso non le posso dire di più, ma domani, dopodomani al massimo si compri Le Monde, che se tutto va bene in prima pagina il nome del funzionario ce lo trova. Ah, mi presento, Piòtr Proletariovic, assassino."
Gli faccio "Beluga Higuerra, visionario."
Mi fa, dice "Di solito noi agenti segreti non diamo certe informazioni al primo che capita, ma lei mi sembra una persona proprio affidabile, e poi sa, lo faccio per scaramanzia; che se il mio nome lei lo venisse a sapere da Le Monde domattina, allora significa che qualcosa è andato storto."
"Capisco, eccome se la capisco", gli fo. Poi mi metto a mangiare il mio panino, gliene offro un po'.
"No, grazie," mi ringrazia, "non riesco mai a mangiare prima di un assassinio, ma domani, dopodomani al massimo non ha idea di che mangiata mi faccio. Se vuole, la invito anche a lei, ci vediamo o domani, o dopodomani all'ora di pranzo al Temps Perdu, offro io. Lei si regoli con il giornale, per sapere se deve venire o no."
"Volentieri. Scusi, sa, ma adesso mi metto a dormire," gli dico io, "che il viaggio è ancora lungo"
"Prego," mi prega, "e se non ci rivediamo, buona vacanza."
"E buon assassinio" gli auguro io.
E di fatti un istante dopo mi sveglia una hostess e mi fa, dice "Signore, siamo arrivati a Parigi centro, non è che per caso lei scende qui? Glielo chiedo perché, sa, sono scesi praticamente tutti."
Dico "Sì sì", e scendo di corsa. Dell'agente segreto manco l'ombra.

La mattina dopo mi sveglio nel letto dell'albergo e mi guardo attorno come quando ti svegli in un posto e non ti ricordi dove sei. Poi dico "sì sì, adesso mi ricordo. Sono in albergo. A Parigi."

In quel momento bussano alla porta, vado ad aprire e mi si presenta un ragazzotto vestito di Salvatore Ferragamo che mi dice qualcosa che mi sfugge. Mi dà un vassoio con un paio di fette biscottate, due ciotoline di marmellata, una gusto albicocca e l'altra frutti rossi, un panetto di burro, un cruassà, un caffelatte, un succo d'arancia, un tozzo di pane, tre fette di salame e un cetriolino sottaceto.

Poi mi dà anche il giornale. Però è Le Figaro. E di fatti lo sfoglio attentamente, dalla prima all'ultima pagina e niente assassinio, niente Piòtr Proletariovic; ci sono tanti funzionari, tutti vivi, ognuno con la faccia di quello che un giorno o l'altro lo ammazzano, ciascuno a modo suo, però ancora tutti vivi. Corro in edicola, prendo Le Monde, e niente neanche lì, più o meno come Le Figaro, ma con meno foto di funzionari. Dico, vabbè, me l'aveva detto, domani dopodomani al massimo.

Intanto mi faccio i miei giri, Torre Eiffel, Notre Dame, Sacré Coeur, Quartier Latin. Le ore passano. Scende la sera e mi dico, ora non vado a dormire finché non esce Le Monde; così poi vado a dormire più tranquillo. Alle 2 di notte o quasi, passeggiando per un Bulevàr incrocio un indiano che vende i giornali. Gli faccio "Le Monde" e pago. In prima c'è scritto "Assassinato il funzionario Jean Marougon". E c'è pure la foto del funzionario. Bene bene, mi dico, Piòtr ce l'ha fatta e domani mi paga il pranzo.

L'indomani, verso mezzogiorno e mezzo - che mi hanno insegnato che pare brutto presentarsi all'ultimo momento se ti invitano a pranzo - vado al Temps Perdu. E ti incontro Piòtr Proletariovic e Jean Marougon seduti allo stesso tavolo, che fumano sigari e dicono qualcosa uno per volta e poi ridono insieme. Piòtr mi vede e mi fa "Buongiorno caro Higuerra, la stavamo aspettando; le presento il mio vecchio amico, il funzionario Jean Marougon, che ho assassinato ieri sera verso le 7 e mezza."

"Salute," mi dice la vittima. "Salute" faccio io, "come si sente?"

"Bene," mi fa, "è sempre un piacere farsi assassinare da professionisti come Piòtr Proletariovic."

E Piòtr prende la parola e mi dice: "Adesso mangiamo con calma; poi lei se ne torna in Italia e appena arriva scriva questa storia assurda che le è capitata e aspetti che qualcuno le spieghi che cazzo significa."


W. I. P. (WORK IN PROGRESS)

Talvota abbiamo bisogno di piccoli gesti, altre volte di grandi orizzonti. Talvolta ci basta un fischio per richiamare la nostra attenzione, altre volte aspettiamo che di notte il bat-segnale squarci il velo di Maya delle tenebre. Talvolta cerchiamo noi l'attenzione di altri, altre volte l'aspettiamo. Talvolta non ci interessa fare nessuna delle cose. Talvolta basta il silenzio, altre volte serve un commento. Talvolta rispondiamo con un semplice si, altre volte con lunghe frasi di giochi di parole. Talvolta quello che facciamo ci piace, altre volte meno. Talvolta sottovalutiamo, altre volte sopravvalutiamo. Talvolta beviamo e poi vomitiamo, altre volte sorseggiamo e poi gustiamo. Talvolta non ci servono immagini, altre volte abbiamo bisogno di incollarle in un post. Talvolta abbiamo bisogno di pensare e ricordare, altre volte ci basta una foto. Talvolta abbiamo bisogno di leggere, altre volte, come in questo caso, abbiamo più bisogno di scrivere. Come sicuramente avrà detto almeno una volta nella sua vita quel relativista di Albert Einstein: lavori in corso.

(AAVV, dal saggio La Realizzazione Di "O La Nave O Un Altro Animale", dal capitolo O Il Lungo Intermezzo O Il Lungo Intervallo: In Ogni Caso Pausa Di Silenzio; immagine tratta da un cartello autostradale alle porte di Bagdad, recante in basso la scritta Lavori In Corso Per Un Nuovo Vecchio Corso, riportata nel libro fotografico a pop-up Da Hollywood Alle Favelas: Dai V.I.P. al W.I.P.)

venerdì 29 settembre 2006


Cafè absurd mette in palio un biglietto per Lourdes (fa pure rima). Pubblicate i vostri post sul blog entro la mezzanotte di domani, anche sotto forma di comment. Il fantastico premio andrà al più trishte. [nella foto il presidente della giuria di qualità]

IL PASSO IN AVANTI

Talvolta di notte mi fermo sull'orlo del baratro e guardo l'abisso. Lo osservo. Prima mi raggiunge la gioia dell'oscurità che mi circonda con il suo tepore, quindi mi assale lo sconforto del vuoto. Poi, come dico spesso, mi rendo conto che confido troppo nella vista. Allora ascolto. Se si chiudono gli occhi ci si può concentrare meglio sui suoni. Non sento nulla. In compesno mi accorgo di una brezza gelida che si solleva, mi accarezza, quasi a sussurrare sulla mia pelle dolci sinfonie. Prendo quello che ho in tasca. E' una lacrima, la conservavo con gelosia e vergogna nello stesso tempo. La getto con dolcezza nell'abisso, senza rimpianti: non ho problemi a liberarmene e sono stupito del fatto che mi sia tornata utile. Aspetto un suono. So che l'abisso ha un fondo e quando la lacrima lo toccherà, ne sentirò il suono. Lo spero e tanto mi basta per saperlo con certezza. Non mi sbaglio, non ho bisogno di farmi coraggio perchè non mi sbaglio. Non mi sbaglio eppure il suono non arriva. Per quanto lo aspetti non arriverà. E so anche perchè. Il mio udito, per quanto mi sforzi, non arriva a percepire un suono così lontano. La speranza lo percepisce, l'udito muore prima, tutto muore prima della speranza. Questa la lezione: la vita non è bella e costellata di situazioni infelici, la vita è infelice e costellata di situazioni piacevoli e di conseguenza ingannevoli; le mie speranze rimarranno, io morirò prima, tutto muore prima della speranza. E non trovo alcun senso. Per cercare il senso riapro gli occhi ed è nuovamente giorno, nella naturale routine della vita morente. Mi guardo intorno e vedo che sono sì sull'orlo del baratro, ma solo perchè sono in cima ad una torre. La presuzione umana! L'illusione umana! Quando credo di essere sprofondato sono ancora in alto, per questo cerco di scendere al livello dell'umiltà. E quando le mie fatiche verranno premiate raggiungerò quello che avevo gettato, ma non potrò raccoglierlo: è passato troppo tempo, ormai è troppo tardi. La lacrima si è distesa sul fondo senza che avessi potuto udire alcun suono: pensavo di dominarla, avendola in tasca, tenendola nel pugno, invece si è vendicata. Capisco che le mie convinzioni sono sbagliate, ed è sempre troppo tardi. Le mie speranze rimarrano, io morirò prima, tutto muore prima della speranza, sul letto delle proprie lacrime. Ma almeno questo, capire che nella vita bisogna solo scendere e non salire, questo è già un passo avanti: un passo in avanti che stranamente ti porta verso il basso. Perchè è il passo in avanti di quando stai sull'orlo del baratro.

29 Settembre...

..Grandi Compleanni, grande Radio..

..29 modi diversi per celebrare 29 compleanni...

..29 ragioni per celebrare 29 modi di festeggiare 29 compleanni..

.. Sempre da Ischitella, sempre collegati co' vvoi!

La stella che non c'è (e non ci sarà mai)

Il caso, si sa, ha il gusto del complotto; e così, la ricerca degli acquirenti di un altoforno difettoso spinge Vincenzo Buonavolontà sino in Cina, facendoci presagire un intrigo alla Angolo rosso.
Ce ne frega assai se questa centralina nuova, che andrebbe al posto di quella che non funge, alla fabbrica cinese ce l'avevano per davvero oppure no, prima che la portasse Vincenzo Buonavolontà. Alla fine il bello, se così si può dire, è proprio lì: non occorre stabilire se il tizio ha fatto un viaggio inutile con una zavorra d'acciaio in tasca oppure (vel) se gli operai cinesi non c'hanno capito niente (e domani, dopodomani al massimo scoppia tutto e qualcuno si fa male). Perché questo è un film sull'incomunicabilità, sugli il-limiti dell'interpretazione; e non c'è che una interpretazione possibile, limitata o sospesa, come volete voi, purché non univoca. Il paradosso è solo apparente.
Vincenzo è straniero tra gli stranieri; quel che conta è la reciprocità del gesto e del silenzio. Difficile identificarsi con un italiano come lui: troppo ingenuo. Non impossibile identificarsi con una ragazza cinese che parla l'italiano con quel pizzico d'esotismo che all'uopo corrobora i nostri (nostrani) prodotti.
Vincenzo non ha passato, non ha storia; direte: non ha profondità. Ma che significa? La profondità psicologica è una categoria sorpassata, ora al cinema c'è il sottile; lo spettatore più sprovveduto è in grado di inferire il viaggio senza vederlo, basterà che Castellitto si faccia la barba tra una scena e l'altra. Inferiamo pure che c'ha un passato disastrato, magari ha lasciato la moglie, magari ha rinnegato un figlio; lo inferiamo da quello che Vincenzo e la ragazza non si dicono. E ancora una volta l'intelligenza dell'opera sta nell'omissione.
Certo, il sospetto di stare assistendo ad un remake del film con Richard Gere ci attanaglia per metà del tempo; Castellitto però è bravo forte (peccato che gli abbiano messo in bocca battute talora indulgenti), e allora tutto ha un sapore diverso, diciamo europeo.
L'omissione del viaggio d'andata garantisce meglio la resa di certe distanze cinesi. Sì, ma perché la Cina? Perché la Cina è attuale, è probante. Però è meglio pensare che essa sia in fondo un valido pretesto per spazializzare massimamente una storia di non amore e non comunicazione, altrimenti tutto l'impianto somiglia ad un'invalido pretesto per farci vedere la Cina; e poi, anche qui, le due possibilità sono intercambiabili, ovvero (vel) convivono. Ma insomma il film mi è piaciuto o no? Non l'ho capito... Di sicuro una stella gli manca.

mercoledì 27 settembre 2006


CLIFF ’EM ALL

CLIFF BURTON (10/02/1962 – 27/09/1986)

To live is to die

When a man lies he murders
Some part of the world
These are the pale deaths which
Men miscall their lives
All this I cannot bear
To witness any longer
Cannot the kingdom of salvation
Take me home

martedì 26 settembre 2006


HA DETTO...

ti ho letto con piacere..carina sta cosa dell'agenda.

(da Commenti Su Smemorandum, prefazione all'appendice della nona edizione o postfazione al commento in terza copertina dell'ottava edizione, pubblicate entrambe in edizione limitata per sole librerie e caffetterie specializzate)

lunedì 25 settembre 2006


Smemorandum

Oggi ho comprato un'agenda, avevo troppi fogli volanti in tasca, mi serviva un po' di carta per annotare nuove idee, appuntamenti, numeri di telefono; mi serviva un nuovo mazzo di carte. E poi pioveva, e ancora piove, e certe cose se non le fai con la pioggia quando le fai? Ho comprato anche una matita, sapessi come scivola la matita sulla carta, sembrano fatte proprio l'una per l'altra, roba da non credere, cose dell'altro mondo. La prima cosa che faccio quando compro un'agenda è annotare il mio indirizzo in prima pagina; è importante ricordarsi dove si abita. Annoto anche il mio nome, ma il nome è raro che me lo scordi.

Però la sorte delle mie agende è sempre la stessa, dopo un po' le dimentico in una borsa, dimentico la borsa a casa e parto, vado. A un certo punto dimentico dove devo andare, allora mi dico: ora consulto l'agenda, ma subito mi accorgo che non ho con me la borsa con dentro l'agenda. Allora addio appuntamento. Dico: torno a casa. Ma senza agenda non so più dove abito, me l'ero scritto apposta, in prima pagina. Senza agenda addio casa, addio borsa; senza agenda addio agenda. E così di colpo mi saltano tutti gli appuntamenti, il dentista, la palestra, gli amici. E dimentico gli amici, e gli amici dimenticano me, e mi tocca ricominciare da capo a fare conoscenza con chi capita, sulla metro. Sulla metro che prendo così, senza meta, perché non ho più un'agenda che mi dica cosa devo fare, dove devo andare. E la gente che conosco così, per caso, mi lascia il numero di telefono, scritto su un foglietto volante.

Il più delle volte, per fortuna, mi ritrovo qualche soldo in tasca, e allora posso fermarmi alla prima cartoleria che incontro e comprare un'agenda nuova, e tutto si risolve. Ma quando mi ritrovo pure senza soldi, allora devo fare un po' il mendicante, dormire qualche giorno in strada, raccattare quei 5 o 6 euro che occorrono per un'agenda e una matita. E poi, subito dopo mi metto su una panchina, alla stazione della metro, e mi copio sull'agenda nuova tutti i numeri di telefono che ho in tasca, sui fogli volanti, quelli della gente che ho conosciuto sulla metro, e poi chiamo un numero a caso, il primo che capita. E mi risponde qualcuno e io gli dico come mi chiamo, che è l'unica cosa che so, e quello di solito si ricorda di me, e mi aiuta a rinfrescarmi le idee. E finisce che mi ricordo anche dove abito, allora torno a casa, ritrovo la mia borsa, la vecchia agenda. E la metto in uno scaffale, insieme a tutte le agende che non mi occorrono più.

sabato 23 settembre 2006


Rodriguez, te echo de menos..

venerdì 22 settembre 2006


Cafè Absurd ripropone Arduino Kakor, il massimo rappresentante della poieutica sub-capitolina.
Magmatico iper-espressionista, umorcronista nerissimo, esperto allusionista; il suo tocco è sempre in equilibrio sull'istante-lama, tra verità e bestemmia, tra dramma e avanspettacolo.

Il 21 settembre abbiamo pubblicato Er seguestro, dalla sua ormai celebre raccolta Poesie nere. Gradiatelo e commentiatelo.

giovedì 21 settembre 2006


Fluxus.
Salud dinero y amor

El colectivo de los amigos de radio 29 septiembre se encontra (?) junto en el grito: Lucìa non partire! Aunque si eres la novia de un hombre que aburra y mata los cojones a todo el mundo, nosotros te queremos lo mismo.

Buon viaje y vuele pronto a encontrarnos.

p.s. siempre corrigendome..

mercoledì 20 settembre 2006


Puoi anche credere nelle pietre.
L'importante è che non me le tiri contro.


(Una donna alla CNN)
Er seguestro

Tonino, Franco, Luigi Enzetto ed io, me metto in coda perké sono educato, a cena l'antra sera a Centocelle, parlanno de bùsinness e de affari, che de 'sti tempi sono cose rare, ce so' venute 'n paro de idee assi belle.
Chigliu sfaccimm'! Ma chi s' crer' 'e ess' - dicett' Toni, che viene da Afragòla, parlanno carezzava la pistola - 'Stu strunz , st'omm' 'e merd' 'stu f'tend' - si riferiva a un tizio co' la grana al quale je voleva fa no sgarbo, adesso vi ricconto la faccenda.
Il tizio, un pezzo grosso su ar comune, j'avea promesso in cambio di un pestaggio, de faje pija' l'articolo da matto, così ke Toni sistemava quarke noie; st'articolo però nun arrivava e il lavoro lui glielo aveva fatto, eccome, kiedetelo alla vedova Roselli.
Io invece de menaje... - disse Toni , ke parlava scioltamente due dialetti - senti ke famo: noi lo rapimo, lo portamo giù in cantina da mi' nonna e kiedemo er riscatto alla famija, u'mijardo sinnò lo famo a pezzi! E lo rimannamo a casa un po pe' vorta.
A me che io de affari ce capisco, m'era sembrata n'idea pe' gnente male, apparte i scherzi!
Tra il dire e il fare, nun c'amo messo un cazzo.
Rubbamo na giulietta a Via Ceprano, spettamo sotto casa er signorino, quello arriva parkeggia er motorino e quanno ke s'abbassa pe' mette la catena, Franco esce di dietro da una fratta, e bidibì, 'na tortorata in testa. Enzetto 'na sgommata e un testacoda, raddrizza la Giulietta e via. Affacciata alla finestra na vecchietta: "L'hanno rapito gesummìo madonnamia!".
'Mboccamo 'a Casilina senza fretta, portamo er signorino giù in cantina, e annamo a magnà er pesce a Fiummicino.
Er giorno appresso se semo divertiti. Sentite sto fattaccio.
Me metto du' cerase 'n bocca, pe camuffà la voce, annamo a 'na cabbina, Luigi detta er nummero e io faccio: "Pronto casa Ragneri, amo rapito tuo marito ieri... come dice? pasticceria allerchino? Attacco, tutti a ride ke casino.
A Lui' mortacci tua ke cazzo de nummero m'hai dato, ma ke ne so, e me sarò sbajato.
Ennò.
L'antr'ieri era la festa de mi' moje e j'ho ordinato 'na torta de mimosa, fa' stantro nummero 'sta botta è quello giusto.
Vojo vedè .
Pronto casa Ragneri? - co nantre du' cerase 'n bocca - Suo marito, l'avemo seguestrato, si lo rivole ce devi da un migliardo, sinnò sta bene qui hai capito kokka, te rikiamamo e te faccio sape' come.
Regà come so' annato? Tutto a posto?
Il giorno appresso scennemo giu in cantina, pe dà n'occhiata a come stava er tizio, nun se moveva e c'aveva er collo storto, a regà porkamado--a questo è morto! Emmò ke famo?
E ke famo? Je ne mannamo un pezzo alla famija, così sbrigamo sta faccenna, la recchia no, la recchia è robba vecchia, hai mai sentito noi je mannamo un dito.

L'affare stava a fa la ruzza er corpo de 'n morto dopo tre giorni puzza, la polizia girava pei quartieri, perquisizioni, marecialli, brigadieri, mitragliatrici e un pezzo grosso morto, sinceramente se stavamo a cacà addosso .

Un mese dopo.
Il Messaggero
"Trovato corpo la notte scorsa al fiume, probabilmente Dott. Ranieri Bruno , rapito il mese scorso a centocelle, le indagini, complessa la questione, il corpo in avanzato stato di decomposizione".

martedì 19 settembre 2006


Sino a che ti contrai nel vuoto puoi ancora pensare di essere in contatto con l'Uno, ma non appena pasticci con la creta, sia pure elettronica, sei già diventato un demiurgo, e chi si impegna a fare un mondo si è già compromesso con l'errore e col male.

[idem]

lunedì 18 settembre 2006


Logica mistica, il mondo delle lettere e del loro vorticare in permutazioni infinite è il mondo della beatitudine, la scienza delle combinazioni è una musica del pensiero, ma attento a muoverti con lentezza, e con cautela, perché la tua macchina potrebbe darti il delirio, e non l'estasi.

[U. Eco, Il pendolo di Foucault]

SE LO DITE VOI...

"Finchè ho un desiderio, ho una ragione per vivere. La soddisfazione è la morte".
"La vita livella tutti gli uomini. La morte rivela gli eminenti".
(George Bernard Shaw, drammaturgo, narratore e saggista irlandese)

"Fino al giorno della sua morte, nessun uomo può essere sicuro del proprio coraggio".
(Jean Anouilh, drammaturgo francese)

"Gli dei nascondono agli uomini la dolcezza della morte, affinchè essi possano sopportare la vita".
(Lucano, poeta latino)

"Gli uomini, fuggendo la morte, l'inseguono".
(Democrito, filosofo greco)

"Il continuo travaglio della vostra vita è costruire la casa della morte".
(Michel De Montaigne, filosofo e scrittore francese)

"Il più terribile dei mali, cioè la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c'è, e quando essa inesorabilmente arriva, noi non siamo più".
(Epicuro, filosofo greco)

"La morte distrugge un uomo: l'idea della morte lo salva".
(Edward Morgan Forster, scrittore inglese)

"La morte mostra all'uomo ciò che egli è".
(Christian Friederich Hebbel, drammaturgo tedesco)

"La morte si sconta vivendo".
(Giuseppe Ungaretti, poeta italiano)

"L'interesse per la malattia e la morte è sempre e soltanto un'altra espressione dell'interesse per la vita".
(Thomas Mann, scrittore tedesco)

"Morte... è l'unica cosa che non siamo riusciti a volgarizzare del tutto".
(Aldous Huxley, scrittore inglese)

"Noi tutti siamo rassegnati alla morte: è alla vita che non siamo rassegnati".
(Graham Greene, scrittore e drammaturgo inglese)

"Non cercare la morte. La morte ti troverà. Cerca piuttosto la strada che rende la morte un compimento".
(Dag Hammarskjold, politico svedese)

"Non è la morte, ma il morire, che è terribile".
(Henry Fielding, drammaturgo, giornalista e scrittore inglese)

"Non temete tanto la morte, ma più lo squallore della vita!"
(Bertold Brecht, drammaturgo, regista e poeta tedesco)

"Quanto più un uomo è forte e tanto più dolorosamente sente pesare su di sé la morte".
(Anonimo, tuttologo, nazionalità sconosciuta)

"Vai e prova a confutare la morte: la morte confuterà te, ed è tutto!"
(Ivan Turgenev, romanziere e drammaturgo russo)

"La morte è dolce a chi la vita è amara".
(Tommaso Campanella, teologo, filosofo e poeta italiano)

"La morte è spaventosa, ma ancor più spaventosa sarebbe la coscienza di vivere in eterno e di non poter morire mai".
(Anton Checov, medico, scrittore e drammaturgo russo)
...


[dal romanzo Poca fantasia, di Francis Pagliacci]

venerdì 15 settembre 2006



Mettete dei fiori nei vostri cannoni...

giovedì 14 settembre 2006

GENIO ISPIRATO E/O ISPIRAZIONE GENIALE



L'Ispirazione non è un interruttore che si accende o si spegne. Non è bianco o nero. Non è yin o yang. E' l'insieme delle cose.
Per qualcuno è una particolare eccitazione della mente, della fantasia, del sentimento. Per altri è semplicemente una irrazionale ed incomprensibile esplosione di creatività. Secondo i romantici l'Ispirazione era causata dal Genio. E cos'è il Genio?
Quegli stessi romantici lo consideravano una specie di dio (ma sarebbe stato meglio dire: una specie di demone) interno all'artista. Per Gastone Moschin in "Amici Miei - Atto II", cito testualmente, "è fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione".
Ispirazione e Genio hanno lo stesso viso, ma non sono uguali. Piangono le stesse lacrime, ma queste scivolano con lentezza differente. Così mentre l'una sembra piangere di dolore, e mente; l'altro sembra piangere di gioia, e mente. Ispirazione e Genio sono lì per trarti in inganno, sempre. Ti deliziano con i loro trucchi, e poi ti lasciano a bocca asciutta; sono scintilla ma non fuoco. Inutile aspettare di vedere la scintilla se quello che guardi è già il fuoco. E talvolta, purtroppo o per fortuna in base ai casi, si può avere fuoco anche senza scintilla...come hai ben capito, il mio accendino non funziona.

(AAVV, dal saggio La Realizzazione Di "O La Nave O Un Altro Animale", dal capitolo Intervista Di Un Anonimo Lettore, risposta alla domanda "scusa, hai da accendere?"; immagini tratte da Genio Ispirato e/o Ispirazione Geniale, libro fotografico-citazionista incluso nell'edizione espansa in lingua esperanto de O La Nave O Un Altro Animale).
HERE COMES THE WINTER
















Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane. / Ascolta. Piove / dalle nuvole sparse. [...]


(Gabriele D'Annunzio, La Pioggia Nel Pineto, da Alcyone; data di composizione ignota, presumibilmente tra luglio 1902 e agosto 1903)

EFFETTI DILUCE E/O GIUOCHI DIPAROLE


La Sfinge insegna che le avversità vengono superate al tramonto. Quando ormai è troppo tardi. O forse, quando ormai c'è rimasto solo il tempo di guardare alle proprie spalle il percorso fatto, per giorire dei propri successi e piangere delle proprie disfatte. Ma, se alla fine del labirinto nel quale ti eri perso, vedi la luce del giorno, allora sai che puoi andare avanti e che c'è ancora molta strada da fare, lì fuori. E tu potrai solo gioire, perchè a piangere saranno le avversità che non sono riuscite a trattenerti così a lungo. Non avere pietà o rimorsi per quelle lacrime, tentano solo di commuoverti per poi aggredirti, ma per questo ci sarà tempo al tramonto; quindi adesso fai l'unica cosa giusta da fare: vai avanti.

(AAVV, dal saggio La Realizzazione Di "O La Nave O Un Altro Animale", dal capitolo Il Numero Diciassette: Un Finto Ostacolo Superato; immagine tratta da Effetti Diluce e/o Giuochi Diparole, AAVV, libro fotografico-citazionista incluso nell'edizione speciale limitata de O La Nave O Un Altro Animale).

LA DAMA NERA (Parte XVIII)

Il Selvaggio camminò svelto: ampie falcate come se stesse scappando da qualcuno, bavero alzato come se si stesse nascondendo da qualcuno, lo sguardo fisso a terra come se non si fidasse dei propri piedi e rapide fugaci occhiate verso l’orizzonte di quella via, tanto per essere sicuro su dove stesse andando. La luce era fioca e soffocata dalla condensa di aria pesante che, quasi tangibile, avvolgeva tutta la strada. La mente in quel momento era spoglia. Il camminare veloce e le folate gelide di vento rallentavano i pensieri che non riuscivano a stare al passo, erano troppi, si accavallavano, si ostacolavano, non facevano gioco di squadra e inevitabilmente rimanevano confinati in una parte marginale di cervello, senza riuscire a mettersi in mostra, mescolandosi a sprazzi di ricordi e sensazioni andate.
Arrivò in poco tempo davanti ad una porta di legno. Piccola. Si apriva solo una delle due ante e lo spazio era appena sufficiente per far passare una persona di traverso. Esitò per un attimo. Era tentato di bussare al custode del condominio per farsi aprire, in quanto non voleva che la sua visita fosse annunciata, temendo un secco rifiuto. Si era fermato e i pensieri stavano per assalirlo nuovamente, senza scampo e bloccarlo in vorticosi dubbi amletici.
Ma fu presto destato dal cigolare della porta che si stava aprendo dall’interno. Inizialmente rimase immobile, quindi si fece cortesemente da parte per far passare. Dal buio dell’interno del palazzo uscì una figura ancora più oscura, dai contorni non definiti. Era paralizzato, impietrito. Quando la nera figura si affacciò lentamente oltre l’uscio capì che era una donna. Di nero vestita. A lutto. E sul viso portava un velo che non mostrava i contorni degli occhi, della bocca e del naso, li faceva intuire con il riflesso della luce, li faceva immaginare con la trasparenza del velo. Il Selvaggio in un secondo momento, ripensando a quell’istante, non poté esimersi dal riflettere che tutto ciò era terribilmente sensuale e sensualmente terribile. Sapeva che per un istante almeno i loro sguardi si erano incontrati. E si era perso nella notte.
Era rimasto a bocca semi-aperta, come quando si sta per dire qualcosa ma la lingua si rifiuta di pronunciarla, come quando si sta per balbettare ma ci si interrompe prima di emettere un qualsiasi suono. Probabilmente non era la massima espressione di intelligenza quella che il Selvaggio aveva mostrato in quel momento. In passato si sarebbe rammaricato di ciò: teneva molto ad apparire al mondo straniero (rappresentato da chiunque purché sconosciuto) una persona tutta d’un pezzo, ormai formata, intaccabile, impossibile da prendere di sprovvista; la prigione lo aveva cambiato, gli aveva fatto accettare la spontaneità che la società gli aveva imposto di togliere.
Il tutto durò una frazione di secondo. Perché la Dama Nera uscì dal portone, e scomparve avvolta dal velo della notte che, allontanandosi, si avvolgeva alle sue spalle come a proteggerla, come ad abbracciarla.
Il Selvaggio aspettò interdetto finchè la strana figura non scomparve del tutto alla sua vista, la quale in galera si era tanto abituata al buio ma non riusciva a penetrare se non di pochi metri l’assoluta oscurità che come un muro si ergeva al di là della luce del lampione. Quindi si fece nuovamente carico dei buoni propositi, quei buoni propositi che per un attimo d’incanto aveva d’incanto dimenticati.
Salì come una furia le scale, per scrollarsi di dosso quella immagine scura, affascinante, tremenda che gli sussurrava la mente, e quando arrivò alla porta dell’appartamento, neanche riuscì a stupirsi più di tanto nel trovarla socchiusa.

Il senso di Rodriguez per la pioggia...

mercoledì 13 settembre 2006


L'UNICO MOTIVO

"La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore. Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno. L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro è per cambiare il passato".

(Milan Kundera, 1929, scrittore ceco; immagine tratta da Moznosti dialogu, regia di Jan Svankmajer, 1982)

CITAZIONE

"C'è sempre un momento nella vita di un attore, nella vita di un uomo, quando comincia a possedere la sua taglia, quando cominci ad accettare responsabilmente le tue opportunità, ammettendo la profondità della tua ambizione, entrando in un diverso livello di maturità".

(Ed Zwick, regista, intervistato da Mary McNamara per Los Angeles Times, tradotto da La Repubblica, riferito a Leonardo Di Caprio)

Chi perde non piglia pesci

E' dunque ormai chiaro come l'atto di scrivere non sia altro che un processo di transustanziazione. Come il pane diventa infatti ,per opera dello spirito santo, il corpo di Cristo ed il vino il Suo sangue così la poesia, si legga opera artistica in generale, addiviene a forma cosificata di uno spirito che in essa ancora scorre e del quale ne è inevitabile alienazione. A trans-formare l'opera singola nell'Opera archetipicamente intesa ci pensa lo spirito, non Santo, ma dei tempi, così come inteso d aHegel in poi. Dichiaro dunque, solennemente e nel sorgere dello sbadiglio generale, che l'arte è bella perchè a noi ci piace tanto. Anche quando è brutta. E se non riuscite ad apprezzarla è perchè siete ignoranti come delle capre. Bestie!!
p.s. e pensare che le uniche parti che ho copiato sono le ultime due righe..

martedì 12 settembre 2006

Vogliate pazientare, stiamo lavorando per voi.

[dal romanzo O la nave o un altro animale di AAVV]

sabato 9 settembre 2006

CHI VEDE L'USCITA (Parte XVII)
Quando si è al buio gli occhi si abituano all'oscurità. Ma quando il buio è totale, anche gli occhi si perdono, assaliti da una paura atavica di un vuoto primordiale. L'assolutezza dell'esperienza comporta la totalità di oblio. E viceversa. Se la certezza che l'uomo ripone nel proprio sguardo vacilla, automaticamente la mente si rivolge agli altri sensi, per così tanto tempo sottovaluti o ignorati.
La vista è il senso più ingannevole, non il più fragile ma il più debole, eppure si è imposto da millenari passati. Il gusto, il tatto, l'olfatto di quando in quando si ribellano, sapendo che a turno avranno il proprio momento di gloria; si accontentano di questo. L'udito è il senso più umile ma non scende a compromessi, neanche lascia intuire la sua più nobile importanza; permette altresì che la vista prevalga per mantenere con buon senso il giusto equilibrio.
Così, solitamente, quando la vista viene spodestata dal proprio immeritato trono, facendo cadere la propria corona e donando il proprio scettro per la salvezza, è l'udito il primo tra i fratelli e le sorelle ad accorrere.
Ma l'appello di aiuto gridato dagli occhi non è razionale, è emozionale: una dichiarazione d'amore nei confronti di sè stessi, quando si perde contatto con la materia e si precipita nell'abisso. Talvolta ci si rivolge troppo tardi agli altri sensi; talvolta la fiducia è compromessa e non riusciamo a credere alle cose che tentano di farci capire; talvolta, semplicemente, siamo così presi dalla sensazione di pericolo che siamo sordi ad altri richiami, non riuscendoli a decifrare.
La natura di quell'animale chiamato uomo è strana. Permette di abituarsi a tutto, anche al niente. Quando si ha tempo di riflettere, le aspettative sono tante, i sogni ancor di più, l'ambizione concilia le due cose, ma la speranza è sempre una: quella di riuscire a riflettere ancora per il secondo successivo, per il minuto successivo, per l'ora successiva, per l'eternità successiva. Se ci si accorge di una luce, il corpo prima si ritrarrà dalla luce, poi la vista tornerà ad usurpare con tracotanza il suo scranno, quindi il corpo si avvicinerà alla luce; ma la mente no. Perchè quello che prima era un desiderio, adesso, per la diffidente mente abituatasi alla mancanza, si rivelerà solo un tardivo e comunque deludente regalo atteso da tanto.
Ci si accorge che l'oscurità amniotica che ci avvolge possiede uno spazio, possiede una forma, possiede inevitabilmente un nostro giudizio, possiede inevitabilmente anche un nostro biasimo.
Tutto questo sentiva il Selvaggio, tutto questo lo faceva sentire spaesato: era uscito dal Cafè Absurd, praticamente per la prima volta. Vi era entrato alle 7 e 03 di allora e ne usciva alle 7 e 03 di ora. Nulla era cambiato dal suo ingresso eppure tutto era così diverso. Non sapeva se il brivido di freddo veniva da fuori o da dentro. Per farsi coraggio rimboccò il bavero del giacchetto, si infilò le mani nelle tasche e giocherellò delicatamente con il barattolo. Imbacuccato, lo sguardo fisso a terra come sconfitto dal peso di una amarezza ineluttabile, si incamminò a grandi prudenti falcate verso il suo obbiettivo, l'orizzonte di quella strada che si apriva alla sua destra.

venerdì 8 settembre 2006


LE BACCHE DI RIBES (Parte XVI)
"Si, si, come no Doc, il succo di ribes è l'antidoto e l'aranciata amara è il veleno". L’affermazione doveva essere spiritosa, ma invece uscì fuori come l’ennesima dimostrazione dell’antipatico, offensivo e superficiale atteggiamento denigratorio maturata nei silenzi del braccio di Eltersdorf.
Il Dottore mostrò una notevole capacità di autocontrollo e pazienza, doti che in casi come questo avevano il potere, quasi magico, di rimarcare con sottile discrezione l’inopportunità delle parole pronunciate, facendole rimbombare con impudica insistenza nel baratro d'oblio nel quale erano destinate a cadere. Quindi, per niente mortificato, aggiunse in tono bonario: "Senti, Selvaggio, non nego che l'aranciata amara possa essere sgradevole e sicuramente non piace a tutti, ma mi devi credere, il succo di ribes è l'antidoto. Anzi, non ti dico di credermi. Dall'alto della tua pragmaticità, semplicemente, provalo!". L’ultima frase la pronunciò rallentando, svelando la semplice soluzione di un problema inesistente.
"E se anche fosse così, dimmi, come potrebbe una pianta comune in Africa o in India essere coltivata su un'isola del Baltico? Voglio dire, il clima e tutte quelle cose là...".
"Semplice. Una serra artificiale. Di spazio, viste le dimensioni del complesso ne dovrebbero avere tanto. E anche di risorse. Convinto?”. Ovviamente non ci poteva essere risposta che non fosse negativa, lo sapevano entrambi, e il Selvaggio preferì far finta che la domanda fosse retorica. “Ecco qui”. E mise sul tavolo con un gesto plateale un barattolo di vetro, chiuso con una stoffa sottile fissata da un elastico.
All’interno del recipiente erano costipate in ordine sparso piccole praline variamente colorate. Bacche di ribes, alcune delle quali ancora mostravano orgogliose all’apice le vestigia del fiore. Ora spuntava una sfera accesa di rosso, ora una timida di rosa, ora una pallida di giallo, ora una austera biancastra, ora una decisa di nero, ora una elegante in viola scuro. L’effetto ottico era meraviglioso. Nella trasparente tavolozza i colori brillanti si mescolavano in un innaturale arcobaleno con le tonalità più opache, regalando alla vista un effetto di indicibile bellezza.
Nel locale c’erano giusto un paio di individui: uno con il cappello e l’altro con un maglione rosso. Non facevano altro che gesticolare e fumare, presi e persi un discorso che nessun altro avrebbe appassionato. Probabilmente non si erano accorti di nulla.
Il Selvaggio, ormai poco avvezzo a lasciarsi andare con spontaneità a comportamenti che fanno trasparire quella sensibilità ritenuta a torto tipicamente “umana”, non riuscì a trattenersi dall’afferrare il barattolo ed annusarne il contenuto avvicinando il naso alla stoffa che ne imprigionava il contenuto ad una estremità. Sapeva bene che non sarebbe riuscito a trovare alcun aggettivo adatto a quel profumo, così unico.
Il Dottore se ne accorse e aggiunse per confortarlo: “Quello più chiaro è ribes rebrum. La polpa è dolce-acidula, acquosa. Quello più scuro è ribes cassis o ribes nigrum, dal sapore e dall’aroma volpino. Quando le assaggerai capirai la differenza”. La spiegazione risultò comprensibile e confortante come l’analisi di un fenomeno meteorologico fatta ad un bambino che per la prima volta vede la pioggia, ma almeno la scientificità dell’affermazione non riuscì minimamente a scalfire il fascino di quell’incredibile oggetto che il Selvaggio si ritrovava tra le mani.
Questi allora fece qualcosa di inaspettato: si infilò il giubbotto, vi sistemò il barattolo adagiandolo accuratamente in una delle tasche e si congedò dal Dottore, stupito ed interdetto da tanta risolutezza: “Vecchio, mi hai detto cose che probabilmente non sa nessuno al di fuori delle mura di quella vecchia prigione. E mi hai anche detto altre cose che non avevo detto a nessuno. E non so come hai fatto a saperle. E anche se ti torturassi qui e adesso sono sicuro che non mi riveleresti la tua fonte. Quindi devo risalirvi io, ed ho già un paio di idee riguardo a quali porte bussare. E soprattutto, Doc, la cosa più importante: ci sono cose che non mi hai detto”. Quindi si alzò il bavero del giubbotto, e girò le spalle al proprio interlocutore, incamminandosi verso l’uscita.
Quest’ultimo, quasi impaurito, con frenesia giovanile scattò dallo sgabello e fece per fermarlo, afferrandogli il braccio, ma a parte uno sguardo minaccioso non ottenne risultati.
Fece un ultimo disperato vano tentativo: “Non puoi andartene così!”. Aveva alzato la voce. Il tizio con il cappello smise di gesticolare e di parlare, ignorò perfino la sigaretta fumante appoggiata sul posacenere; quello di spalle, con il maglione rosso, girò la testa e sbirciò la curiosa scena, gustandosela con fugaci assaggi di tabacco. I melodrammi raramente andavano di scena da quelle parti.
“Lasciami stare, vecchio. Tu mi hai fatto una proposta. Io te lo avevo detto, devo riflettere. Tu hai accettato. Nessun rancore. Quando vorrò darti il mio responso, mi rivolgerò all’Oste e lui saprà come e dove trovarti. Ma anche tu dovrai esser pronto a dirmi tutto”.
La presa del Dottore si allentò, il Selvaggio voltò di nuovo le spalle al suo mondo e uscì dal locale, lasciandolo bofonchiare qualcosa che lì per lì non capì: pensava fosse un rimprovero o una espressione di delusione, solo molto tempo dopo sarebbe riuscito a decifrare quell’ultimo misterioso avvertimento.