mercoledì 16 gennaio 2008

Ancora una volta di fronte a questa casella bianca da riempire ... eppure mica mi obbliga nessuno?!¿! Pero' che ci vuoi fare, e' l'istinto. Quel bisogno di buttarla li', cosi', senza ragione. Di portare avanti quel discorso ... MA CHE DISCORSO?¿?¿?¿? Criticavo a Beluga la mancanza di contenuti, e come al solito ritrovo in lui piu' di quanto vorrei capire di me stesso. Vediamo un po', scriviamo dei fatti reali. Ieri ho mangiato la lasagna di Sabrina ... LA PIU' BUONA MAI ASSAGGIATA NELLA VITA! Veramente l'ha fatta la sera prima perche' avevamo Peppe a cena e si e' messa li' a scartabellare fra i suoi libri di cucina: lasagne di ragu' e spinaci per primo, coniglio alle olive nere per secondo, patate novelle e cipolline in salsa di aceto balsamico di contorno. Visto che le sfoglie di lasagna erano di quelle gia' pronte, ha dovuto modificare la ricetta ed ha messo gli spinaci lessati in acqua salata foglia per foglia a formare uno strato, alternandosi con besciamella vegetale e ragu' ... MMMMMMMM. Senza parole. Tiruttiru' ... tiruttiru' ... plim plim plim plim plim ... tiru' ... Felix the cat, the wonderful wonderful cat ... Cazzo la sveglia! E il gatto sul petto che ti annusa le caccole degli occhi. Ormai sente la canzoncina e sa che ti alzerai per dargli i croccantini. Mi alzo e la prima cosa che penso e': "LAAASAAAAGNAAAA"; e sembro proprio quel ciccione giallo pelato che sbavando fa: "CIAAAMBEEELLEEEEE". Mi trascino mezzo zoppo verso la cucina e resisto ai vari kilobar che premono sulle pareti della mia vescica, apro l'anta del frigo e tiro fuori il succo di pompelmo ... glug ... diretto dalla bottiglia. Una rotazione in senso antiorario di 90º mi permette di dirigere il mio arto sup sx in direzione del forno, applicare una trazione/torsione dello sportello e catapultare le mie fauci su la lasagna fredda. Pensate solo che potevo mangiarla con le mani per quanto fosse ben compatta: da manuale! Ritorno a letto, faccio il vago ... "Felix ha mangiato?" ... "Si tesoro, riposa". Che bello quando non devi andare a lavorare. Felix si che ha capito tutto, lui si ...

sabato 12 gennaio 2008

salvo certe -e non sporadiche- emorragie inventive, la mia mente, ringraziando madre natura, funziona.
è vero, a volte la fantasia sbizzarrea e rischia grosso, galoppando senza capire un cazzo giusto in pizzo al precipizio. ma per farsi risucchiare dal vuoto tocca essere pazzi per davvero, e non è il caso mio, mi spiace.
l'equilibrio vero, però, è una dote rara, spettro traslucido di tutte le doti. è raro perché consiste nel reciproco annullamento di due forze. se le forze sono due, s'intende.
se sono più di due esso è ancora più raro, per ovvie ragioni. e, oltre che più raro, sarà tanto più bello quanto più numerose sono le forze in gioco. ogni forza coinvolta nell'equilibrio risulterà scevra da ogni vizio e brillerà -umilmente compartecipe del tutto- di sola virtù, assieme ad ogni altra forza e a tutte le altre.
troppo facile buttarla in caciara e dire che l'equilibrio appartiene al cosmo tutto, e basta. se anche così fosse, a me, in quanto higuerra, me ne frega poco.
mi interessa invece capire come raggiungere un equilibrio tutto mio, di cui cospargermi come di un unguento, per andarmene in giro, o restare qui, ma insomma per fare solo ciò che è utile e dilettevole fare. in parte già mi riesce, ma si deve poter fare di più.

giovedì 10 gennaio 2008

Sono grato di essere frai i tuoi eletti.
Ne ho approfittato per rivedere il vecchio blog di Barcellona ... ti dico solo che sono le 23:48 del 10-01-2008 e sto nel turno di notte. Non mi sento affatto in colpa per rimandare il lavoro all'ultimo, relegarlo nell'infimo ultimo posto dei miei pensieri meno urgenti (il passo successivo e' l'oblio).
Rileggere le proprie cose fa bene e fa male allo stesso tempo, quasi in maniera incrociata: ti rileggi e pensi "che bello quando pensavo ste cose" poi ti critichi con "ammazza pero' sta cosa la potevo scrivere meglio, ma forse stavo fattissimo" e ti giustifichi. La metti vicino a cio' che scrivi ora e ti accorgi di quanto arido sei diventato e di come ogni post non sia nemmeno un passo ma uno strascicarsi verso la sedia a rotelle da dove la tua creativita' e' caduta. La scena si svolge nel bagno pubblico di una metropolitana. Che tristezza.
Hai ragione Beluga, hai ragione. Quelli erano i tempi non troppo andati degli pseudonimi fra noi, dei Remo Remotti come liturgia, delle trasmutazioni del senso per assonanza nelle chat, della fantasia e degli stimoli del genio Boada, delle partite a scacchi con la speranza di perdere, dei P(aki)C(omputer), delle storie a distanza, dei detournement, delle scarse ambizioni accompagnate da grandi soddisfazioni personali, della nostalgia dei Session Garage (che oggi c'e' sempre meno), di Alice e delle sue meravigliose espressioni di stupore, della voglia di credere che Barcellona fosse casa mia e delle mie idee, dei giorni di festa che sembravano durare di piu', di casa Amarilla e degli specchi riflessi.
Erano tempi migliori, senza dubbio. Non so se fare come Proust o generare qualcosa di nuovo, momentaneamente non hho l'energia per nessuna delle opzioni possibili.
Tornero', lo prometto. A modo mio.
O<-<
c'est génial!!!

café absurd ha ottenuto la nomination al thinking blogger award!!!



non so, museum, se un blog disattento, egoista e autorefenziale come questo meriti cotanto riconoscimento.. ma davvero, mi ha fatto immenso piacere ricevere la targhetta.

ecco cosa ha scritto museum di café absurd:

"È come sedersi a un tavolino in un Caffè degli Artisti e aspettare che qualcosa di insolito accada davanti ai nostri occhi e ci sorprenda. Non importa che ti abbiano appena servito una tazza di cioccolata calda o una tazza di té all'arancia e cannella, un aperitivo o una birra alla spina. Quando meno te lo aspetti uno dei membri del team farà il suo ingresso e lancerà il suo messaggio in bottiglia. Vale la pena aspettare."

prometto - così da guadagnarmi a posteriori la fiducia accordatami - di ricominciare ad interessarmi a ciò che scrivono gli altri, al di fuori delle mura di questo café :)


milioni di grazie, ancora e ancora!!!

ecco a voi le regole del concorso:

-partecipare solo se si è nominati

-linkare il post originario

-inserire nel proprio post il logo del thinking blogger award

-indicare 5 blog che abbiano la capacità di farti pensare

ora sta a me "nominare".. eheh!

1- anzitutto grex, http://lowcostgeneration.blogspot.com/ , blog fecondo, immaginifico, mai superfluo, sempre ispirato e ben scritto. Grex è un pensatore, un provocatore, un affabulatore.

2- ancora grex, perché il suo genio post-sovietico trasborda e un blog solo non gli basta. Ma qui troverete anche gli exploit micidiali di altri (abbastanza) straordinari pensatori: http://cronachelowcost.blogspot.com/

3- http://haikelbak.blogspot.com/. Sì, premio anche bak. Ma è più che altro un premio alla carriera :) Il premio va al blog succitato, ma date un'occhiata anche (e soprattutto) qui: http://www.tripwood.it/haikel/

4- il blog del cannù ha vissuto tempi migliori; ma un blog è un libro, una storia, una specie di vita, e dentro c'è tutto, il bello e il brutto. d'altronde sono più che certo che il ricciuto istrione saprà tornare a stupirci. eccovi il link: http://noneraprevisto.blogspot.com/

5- e a proposito del buon vecchio fibbio tripwood - che ospitò presso di sé il primo glorioso blog di bak - nomino anche lui: http://memoriediunpescerosso.blogspot.com/. Quasi soltanto letteratura, e della peggiore. ma tripwood ha prodotto talmente tanto, e in così poco tempo, che di perle in mezzo al guano ce n'è a bizzeffe. comunque il suo blog mi fa pensare proprio perché c'è la quantità, quello che a me manca; e con ciò non voglio dire che in questa sede ci sia la qualità!

Mi unisco al dolore di museum per la scomparsa precoce e forse un po' "personaggesca" di un blog veramente fico: http://zerosettantadue.blogspot.com/. Ora il link, tristissimamente, vi porterà in uno degli innumerevoli non-luoghi della rete. Una lapide, un nulla -io dico- più significativo di tanti sprechi di parole.

mercoledì 9 gennaio 2008

dev'essere successo qualcosa. qualcosa che spieghi il tempo ignorante.

nei racconti di vita certe persone rimpiangono.
per me è più comprensibile restare esterrefatti. mettersi a urlare parole senza senso, senza senso per chi non vuole riconoscervi una sfilza di succulente bestemmie.



il problema è che non capisco com'è che sono ancora uno studente universitario. siamo nel 2008, è ridicolo. e infatti rido. ma nemmeno troppo; solo che non voglio amareggiare nessuno, quindi faccio buon viso a cattivo gioco, come quando mi dicono che come musicista mi butto via.

che bisogno c'è di cercare il tempo perduto? sarà lui a trovarti e ti farà un culo così.

certe persone sanno fare ogni cosa al momento giusto. altre no. e io faccio parte di altre.

la consolazione è che, a quanto vedo, non è quasi mai il tempismo che fa la differenza tra un fico e un coglione. la fortuna ci mette del suo. e aiuta gli audaci ma soprattutto incoraggia i fortunati.

epperò l'essere umano davvero dotato è quello che sa stare comodo nell'abito che indossa, sia esso (abito) una tuta da meccanico, una tunica, la pelle nuda, un paio di occhiali da sole. certe tute da meccanico sono belle, che peccato sporcarle di grasso.

tant'è che l'università mi è diventata un fardello grottesco, le scadenze sono calci sulle gengive. ma anche chissenefotte, tanto con quello che studio posso finire a fare solo il ricercatore, e se avevo la stoffa del ricercatore non ci mettevo nove anni a laurearmi :D

finire tocca finire, per carità.

la necessità, si dice, aguzza l'ingegno. ma la fretta, si dice anche questo, è cattiva consigliera. cosa c'entra? non lo so. pensavo alle scadenze e al fatto che non so come fronteggiarle, o meglio lo so ma non mi piace.
nel frattempo riconosco il peso di mille giorni ignoranti, duemila giorni. ma non avrei potuto viverli diversamente, e non si tratta di rimpiangere o rimordere. m'è andata davvero bene così. sono stato in giro, ho fatto il cazzo che mi è parso per un sacco di tempo. non mi è mai piaciuto niente e mi son sempre piaciute troppe cose insieme. ho sempre ottenuto quello che volevo.

ma è qui il punto: essere in grado di volere mooooooooolto di più. e non è per niente facile. non per uno che come musicista si butta via.



si tratta di restare esterrefatti e cacciare bestemmie delle più croccanti e profumate. e poi basta. poi si ricomincia. magari dall'acqua. bere e nuotare.

magari dall'aria e dalle gambe, correndo.

magari ancora dal sonno.

magari ancora dal dormire meno.

dallo smettere di fare qualcosa che fa male.

dall'iniziare a fare qualcosa che fa bene.

dal desiderare di nuovo partire.

dal desiderare la roba d'altri.


ah, torbida comodità della stasi, fatiscente accontentezza del gioco.

a fare le persone serie non si comincia di punto in bianco. si nasce, si cresce seri o poco seri.
e io sono poco serio; ma porto avanti il mio progetto comico con estremissima serietà.

e chi non mi conosce non lo sa.

ho voglia di andare a cena da zeeshan kebabish. mi basterebbe fare un biglietto per barcellona.

sabato 29 dicembre 2007

Come non bastasse arriva internet a rovinarci i luoghi comuni.

venerdì 28 dicembre 2007

I sogni erotici del numero 49

Diciamo che compro un biglietto, lo faccio; e parto, intorno al 2 Gennaio. Sto via qualche giorno e vado a Reggio Emilia.
No, il biglietto non l'ho preso e forse non lo prenderò. Dipende da come vanno a finire una serie di cose. Ma siccome la fantasia batte la realtà 99, 9 volte su cento, io combatto la fantasia con un'altra fantasia. Fantasia solitaria, perchè parto da solo e vado, se vado, a Reggio Emilia.
Diciamo pure che odio le mie radici. Me ne sbatto di DeFilippo, Totò, DeSimone, Troisi, Murolo e tanti altri. Mi piacerebbe rinascere emiliano figli di emiliani. Dialetto più gentile, altro clima e punto d'osservazione. Vacanze di Natale in famiglia vicino Reggio Emilia e non in un posto buco di culo vicino Napoli con vista sul Vesuvio.
Ma, diciamo pure: io a Reggio Emilia non ci sono mai stato. Non so proprio come sia fatta e non riesco neanche a immaginarmela.
Per questo (forse) vado.

M'immagino: una partita a carte, sempre la stessa tutti gli anni. Solo che quest'anno è venuta a mancare una carta. Non una carta qualsiasi ma una figura.
Ehi, ehi, ehi...qui c'è qualcosa che non va. Che fine ha fatto il nove di coppe?
Non c'è più.
Come non c'è più?
Non c'è più.
Allora non si può mica giocare!
Si gioca lo stesso.
E come si fa?
Si gioca lo stesso e si fa finta di niente.
C'è chi trova 10 euro nella tasca di un vecchio pantalone che non mette più.
Io sogno la ragazza della lavanderia che trova il mio nove di coppe nella manica della giacca che le ho dato da lavare. L'avevo nascosto così bene da non riuscire più a trovarlo. Forse è per questo che si dice i panni sporchi si dovrebbero lavare solo in famiglia.
Ma come si chiama questo gioco?
Non me lo ricordo più.
E quando finisce?

Un'idea della reincarnazione: un grande cesto, un pallottoliere che contiene tante anime, ciascuna contrassegnata dal proprio numero specifico, da 1 a 90. Qualcuno, una mano qualsiasi, scuote il cesto ed estrae attraverso una minuscola fessura, in maniera del tutto disordinata, senza alcun principio se non la più insensata casualità, un'anima alla volta.
Per rimediare allo scempio del suo atto che qualcuno trova pure divertente, dispone le anime, una alla volta su un enorme tabellone. Per ogni anima un posto e solo quello, al numero corrispondente e tutti i numeri sul tabellone sono messi in fila, uno affianco all'altro, divisi in orizzontale per decimali, in verticale lungo la linea del cinque. Ecco, l'illusione di un ordine cosmico e tu caro 49, è meglio che ti adatti perchè 49 sei e 49 resti e stai tra il 48 e il 50. In caso contrario la tua unica speranza è di non uscire, restare a dormire nel caos imperscrutabile e ingovernabile ma del tutto limitato del pallottoliere. Mentre magari qualcuno fuori aspetta proprio te per esultare il compimento della sua vittoria senza senso.
Poi una volta finito, la mano che ti ha estratto ti rimette nel cesto, pronto per un'eventuale nuova vita che illuminerà o meno un'inedita combinazione di eventi.
Ma ecco che la distrazione, la fretta o un raro gesto di insubordinazione delle cose inanimate ti libera dal tuo destino e tu finisci chissà dove. Sotto il mobile in legno, dietro il comodino schiacciato alla parete.
Che fine ha fatto il 49?
Non si trova più. Cerca ancora. Niente da fare.
Ed ecco che l'assenza di un solo numero, perduto per sempre?, fa saltare tutte le regole del gioco e mette in crisi un'intera cosmogonia tramandata da generazioni. Evvai!
49, ti amo.

Ho fatto un sogno erotico nel pomeriggio, a ridosso del pranzo che ho saltato. Forse per compensazione tra appetiti?
Non ricordo l'inizio, ma che importa? Ricordo abbastanza bene la fine!
C'è questa donna bassina, un po' tarchiata e pure bruttina ma con due seni enormi che non so chi sia. La faccio spogliare, ci finisco sopra e Ole! mi ci accanisco con una foga faticosa che non mi riconosco. Tanto esagerata che a un certo punto mi sveglio, come ogni volta che il sogno si sta facendo inverosimile, e mi ritrovo con la mia verosimile erezione, qualcosa che conosco bene e che tutto sommato mi ridimensiona. Perchè uno che si sveglia da un sogno così come minimo si aspetta di ritrovarsi all'improvviso qualcosa di mostruoso tra le gambe. Invece si ritrova il solito vecchio pisello che conosce bene, stretto dalla stoffa delle mutande, che rivendica la sua prossima liberazione con comunicati osceni e provocatori al mio cervello benpensante affaticato dormiente.
E tu lettore, ridi pure quanto ti pare, ma è una settimana che faccio sogni erotici a occhi chiusi, di solito così poco frequenti.
Il bello è che mi chiedo che ci azzecca col fatto che sono in ferie per Natale, lontano da casa e soprattutto lontano, fisicamente lontano, dagli oggetti delle contorsioni del mio desiderio; e col fatto che i sogni siano cominciati nel posto più lontano dal sesso che io conosca, cioè la casa dei miei nonni materni, dove si respira piuttosto l'odore di urina del catatere di mia nonna e, a livello morale, l'integralismo cattolico di mio nonno, indurito dagli anni; dove la limitatezza degli spazi rende impossibile la privacy, dove regna un'aria di morte o perlomeno di cose morte, di epoche passate, dove il Natale 2007 si sovrappone ad altri venti e ad altre estati, tanto che credo la casa non regga più il peso dei ricordi perchè anche una vasca da bagno o una tazza del cesso mi parla di qualcosa che è successo; dove non posso fare altro che cercare di tenere a bada l'ansia col cibo e coi libri e ritrovarmi triste, anestetizzato, appesantito, invecchiato.
C'è così poco di erotico in quel posto eppure mi addormento e sogno sogni erotici indefinibili, di quelli che scompaiono al risveglio.
Fino al sogno di oggi pomeriggio, quello con la tettona, molto più vivido.
Forse è perchè proprio oggi sono tornato a Roma, sono cioè tornato alla mia vita, alle mie abitudini, ho cioè ripreso possesso della parte autentica di me e il corpo a modo suo sussulta per la liberazione dell'anima.

venerdì 14 dicembre 2007

non si muove una paglia

martedì 11 dicembre 2007

in quel tempo, mi si perdoni il tono biblico, qualcuno mi diceva: sei disattento, oh, eh, concentrati, rispetta il prossimo, guarda che non ci sei soltanto tu qua in giro.
eh, ma io lo so, rispondevo.
ma io penso che il mio peggior difetto sia, rispondevo, che quando il prossimo non rispetta me non sto lì a farglielo notare a tutti i costi. e un altro difetto che ho, peggio del peggiore, è che quando chiudo un occhio vorrei che mi si ricambi la strizzata, capisci a me, capisco a te.
mannò, mi dicevano allora, mannò, devi essere onesto e dire a tempo debito quello che va e quello che non va, a tempo debito, né tutte le volte, né nemmeno mai.
fatto si è che gli uomini siano spesso assai vicini ai cani, nel modo che hanno di comportarsi. più alzi la voce e più ti leccano le mani, pensavo sotto sotto. ma non dicevo niente. perché anche io mi sentivo un cane, una specie di cane ignudo e ricco di una gravissima zavorra tutto in cima.
mi veniva da pensare anche che gli uomini, per l'appunto, fossero tutto il contrario d'una mongolfiera: di sotto cacciavano l'aria, di sopra ci avevano la zavorra. ed era come se mi sentissi di vivere un po' a testa in giù, quando pensavo questo. tutto il contrario di una mongolfiera, pensavo; eppure gli uomini sono tutti un po' mongolfieri, a pensarci bene. ero e sono mongolfiero anche io.
i giorni stramazzavano come galline al macello, e io stavo a fare il portiere in un albergo. da qualche parte affacciato ad una finestra, con la pipa tra i denti, c'era per forza qualcuno che invece di fare il guardiano in casa d'altri pensava a dove infilare la rivoluzione.
in quel momento, un qualsiasi momento, capii che quelli che fanno le rivoluzioni, in verità in verità, non è che vogliono cambiare il mondo: le fanno perché è bello farle. è bello come la festa di paese, ma in più c'è che puoi fare la pelle al sindaco, al parroco e al maresciallo dei carabinieri tutti e tre in un colpo, e proprio sulla piazza. e c'è ancora di più quell'odore di fuoco e di natale. e c'è anche che tutti, in questa grande festa, fanno finta di essere incazzati, chi per difendere qualcosa, chi per offendere. così come ci si accanisce, da bambini, quando si gioca a fare le guerre o i criminali, e il rumore delle bombe vorresti riuscire a farlo con la bocca.
poi quel tipo con la pipa richiudeva la finestra e si chinava sul pianoforte, per scrivere le ultime note dell'inno. ecco, pensavo, quello che manca alle rivoluzioni di oggi: la musica giusta.

lunedì 10 dicembre 2007

23 ... un buco!

giovedì 6 dicembre 2007


mercoledì 5 dicembre 2007

come non averci pensato prima? certo, l'operazione poteva essere preparata meglio, e invece di culo potevo utilizzare tette, figa, o cose molto, molto più spinte.
ma andiamoci piano, alla fine culo è ancora una parola suscettibile di innumerevoli, e non sempre volgari, interpretazioni e utilizzi. culo va bene. ho motivo di credere che stanotte mi faranno visita centinaia di nuovi possibili fan, traghettati da un qualche motore di ricerca. e vuoi che non ci siano 4 o 5 guardoni talmente guardoni che si mettono persino a leggere quello che scrivo? nella migliore delle ipotesi scoppia un caso letterario, ora che è anche rientrato il decreto imbavaglia-rete e ciascuno può continuare indisturbato a farsi i suoi monologhi.

martedì 4 dicembre 2007

johnny cash, a boy named sue.. sulle prime m'era sembrata addirittura the ghost song dei doors.

del giorno c'è solo l'ombra. tra un'ora o poco più potrei andare a letto. se potessi non andarci, non ci andrei. sarebbe bello poter ricominciare senza aver concluso, fare tutta una tirata. ma non resisterò alla tentazione di prendermi ciò che merito: la mia dose di riposo dopo un turno di lavoro. mah..

il lavoro, inizio a pensare, è sopravvalutato. pensa se ciascuno potesse essere pagato - per un anno, mettiamo - per assecondare la propria vocazione, ottenendo così l'opportunità controllata di trasformare tale vocazione in produttività. il fatto è che si deve produrre; non sarò io a dire che invece no, che è tutto sbagliato.

ricominciamo. il lavoro è sopravvalutato. ma il rischio di un pensierino simile è la vertigine nichilista; il lavoro è quasi sineddoche della vita, negando il lavoro finisci col negare tutto, persino l'isola deserta, l'uovo, atene, l'amore, la libertà, le cose buone da mangiare. vorrei sapere cosa intendesse john cage quando diceva: ma neanche bisogna aver paura di non lavorare. e stavolta, a quanto pare, a parlare di rivoluzione non era un figlio di papà tipo marx, parlava uno che s'era inventato davvero un modo di non lavorare: ecco forse il vero genio di cage; non gli andava neanche di scrivere la musica. concerti pieni di silenzio, partiture simili (o uguali) a scarabocchi. non dico che non credesse in quello che faceva: gli riusciva proprio perché ci credeva fino in fondo: non bisogna aver paura di non lavorare. ecco. ecco cos'è rubare il fuoco agli dei; con tutte le lacrime che si addensano in una nube di orgoglio pronta a tuonare sul sopruso.

ma attenzione, io non parlo di lotta sociale, per caritààààà: il grande sopruso è la convinzione diffusa che la vita interiore e quella esteriore siano destinate a non incontrarsi.
poco fa è entrato prometeo dalla porta dell'albergo. credevo di aver chiuso a chiave, anche perché al cambio di turno norbert mi aveva detto che un tipo era passato per di qua con l'intenzione di estorcere denaro dalle casse dell'albergo. prometeo ha detto questa frase:

io, t'assicuro, non cambierei la mia misera sorte con la tua servitù. Molto meglio lo star qui ligio a questa rupe io stimo, che fedel messaggero esser di Giove.

e infatti tutt'ad un tratto non stavo più in albergo, ma sulla rupe con prometeo.
gli faccio: prometeo, io vado a dormire.

come se dormire fosse un posto dove andare.

martedì 27 novembre 2007

quando ti viene in mente una cosa da fare, devi farla subito. questo pensavo 7 ore e mezza fa, all'inizio del mio not-turno. stavo per scrivere un post, poi mille cose mi hanno distratto, o impegnato. la notte è scivolata via, tra poco vado a dormire anch'io. e per di più ho intascato €6,10 di mancia da una coppia di americani pignoli ma evidentemente soddisfatti della mia - rarissima, loro non sanno - disponibilità. ho - tra le altre cose - preparato e servito loro la colazione, ché dovevano prepararsi a partire, loro, prima che partisse il servizio in sala colazione.

quando ti viene in mente una cosa da fare, devi farla subito: questo pensavo appena arrivato al lavoro; la mia testa si riaffacciava sul fotogramma raffigurante un libro - Q di Luther Blissett - su uno scaffale di casa. vedendo il libro sullo scaffale, ieri sera, ho pensato: non ho mai finito di leggerlo, stanotte lo porto con me al lavoro, avrò tempo di dargli una sfogliata. il libro è rimasto su quello scaffale, immobile come nel fotogramma. se avessi voluto portarlo con me dovevo assicurarlo alla mia borsa nell'istante medesimo in cui ho pensato di portarlo. tralasciamo il fatto che stasera, al lavoro, non ho portato neanche la borsa.

ripenso a tante cose rimaste immobili in mille fotogrammi per via di questa negligenza terrificante, questa cosa del rimandare le cose da fare.

giovedì 22 novembre 2007

sfogliare un dizionario etimologico, ancorché virtuale, è divertente.

scopri, per fare un esempio anche banale, che oriente e occidente stanno, in pratica, per originante (orior è "nasco") e uccidente (da obcido).

mercoledì 21 novembre 2007

a me piace la scorza di cinnamomo, quel che basta distante dalla lingua, ché non è buona creanza confondere un senso con l'altro. talora è nei biscotti, nelle candele, tal'altra sulle tue labbra e nel colore degli occhi. l'aroma è memoria, non appaga violentemente come invece fa il sapore delle cose.
non è la prima volta che penso a questa affinità: l'olfatto e la memoria, il ricordo e l'odore. bisognerebbe ri-portare in auge il naso, forse è lì che si nasconde una nuova sensibilità artistica. immaginiamo un museo fatto di stanze il più possibile ermetiche e separate da lunghi corridoi, stanze sinestetiche colme di un odore, uno alla volta, ma di tanti e tanti oggetti e colori diversi da guardare, così che allo stesso odore possa associarsi a propria scelta un oggetto o l'altro o l'altro ancora. come quando parlavo dell'agrume verde-azzurro. immaginate l'artista, certamente orientale, eremizzarsi chissà dove, purché lontano dalla città oppure proprio dentro di essa, a cercare l'odore che sa di conoscere ma che anche sa non esistere ancora; crearsi una camera, come dire, anecoica, laddove l'assenza di eco è assenza di memoria, ovvero di odore.

e tutto questo, invece, esiste già, mi ci gioco il vestito che indosso. tanto più che non vedo l'ora, scarsa, che finisca il mio secondo not-turno lavorativo. sicché il vestito è quasi tempo di sfilarselo, mentre la piupparte di voi lavoratori sta per cascare giù dal tiepido giaciglio, e rovinosamente.
esiste, dicevo, esiste nell'industria del naso, nella profumeria di lingua francese e no, un'arte del profumo; il tale disse che l'arte, anzi, non cessa mica di esistere quando è tecnicamente riproducibile. strano che non si sia estetizzata oltre il campione pubblicitario questa incredibile potenzialità che è nel profumo. il profumo è spesso indotto, rinviato ad altri sensi. c'è chi coltiva profumi in casa propria, e lì si passa all'estetizzazione della vita. ma non si è pensato, o non si è detto, di rinchiudere i profumi in un grande museo. anzi sì, lo si è pensato e fatto, mi ci gioco il vestito: il grande museo del profumo e della memoria, in cui la memoria finalmente cessa di essere la fotocopia drammatizzante di un passato tradito e inizia ad avere valore per sé, per quello che solo potenzialmente è, e che mai è stata e mai più sarà. la memoria astratta, come a dire l'odore perfetto. come a dire la nostalgia, che racconta menzogne, d'accordo, eppure talmente bene, le racconta, da farci emozionare e ri-vivere qualcosa che - forse - non abbiamo mai vissuto tanto intensamente. non abbiamo mai vissuto e basta. e così è l'odore, ci affascina tanto più del gusto quanto meno ci appaga. ci ricorda qualcosa, a volte molto chiaramente, ma non ci dà nulla.
inseguite gli odori ma soprattutto producetene di nuovi. anche in maniera estremamente scostumata.

giovedì 15 novembre 2007


frattanto la strada qui di fronte, la notte, è solida e praticamente immobile. fare la notte, al lavoro, non è nemmeno noioso. il sonno, ho sempre pensato, ti avvicina ai tuoi desideri; non necessariamente il sonno realizzato, il fatto cioè di dormire. è avere sonno e non poter dormire, anzi, che rende più vicini alle proprie pulsioni; o forse genera pulsioni palliative, la fame, la libido, l'improvvisa esigenza di scrivere due righe. mentre dormendo, si dice, le pulsioni le realizzi col sogno.


e il punto è qui: capita che il sogno uccida l'ambizione, che talora i sogni siano talmente reali da toglierci la libido di realizzarli. ed è per questo che bisogna smettere di sognare e iniziare a dedicarsi agli oggetti.

accettiamo e glorifichiamo la società dei consumi, coccoliamoci nella lucentezza di giovani lamiere, di solidi legni, di ikea e di mc donald's. chi non subisce il fascino commosso della funzionalità unita alla perfezione geometrica? chi non desidera comprare il comprare?


lo so, non è niente di nuovo. ma c'è ancora l'orgoglio ebete di schiaffare le chiappette su un sedile che profuma di fabbrica, i peperoni in un frigorifero miracolosamente inodore, i libri in uno scaffale che non ha ancora mai conosciuto la polvere, le dita fra le pagine illibate di un profumatissimo, geometrico libro. e se siete musicisti saprete che uno strumento musicale nuovo di zecca è la prova schiacciante dell'esistenza di Zeus con tutto l'Olimpo.


e per comprare gli oggetti c'è il lavoro. lavori e qualcuno stampa denaro per te; poco, fattelo bastare.

ma se l'illusione del benessere è data dalla potenza d'acquisto, non è altrettanto vero che cotanta potenza d'acquisto segue - e non precede - l'illusione del benessere? il dilemma è, in altre parole: compro l'euforia o euforizzo l'acquisto? e può, l'economia di mercato, basarsi su questo paradosso sostanziale?


non saprei cosa rispondermi, ma fortunatamente riesco a darmi una regolata, resisto alla tentazione di comprare tutto il comprare. non resisto però alla tentazione di dire che la vera libido del mondo occidentale è il fantasma dell'acquisto di là da venire, quando la tasca sorride ancora e l'oggetto del desiderio - per sempre e per un istante lungo una strisciata di bancomat - non ci appartiene. dopo, inesorabilmente, il sogno e la dedizione all'oggetto implodono l'uno nell'altra.

mercoledì 7 novembre 2007


il sole basso delle 16, ed è novembre, mette in scena la primavera. e d'autunno questa luce sorprende di più, come al cinema: oggi è davvero una bella giornata. al lavoro c'è poco da fare, trovo il tempo di scrivere un post. ho portato con me un libro ma non è abbastanza.

da domani mi porto l'uncinetto, avrò tempo di imparare a fare maglioni. mi porto un pad di gomma e mi metto a ristudiare i 26 rudimenti ufficiali. mi porto un puzzle, un kubo di rubik. il lavoro toglie tempo, ci si lamenta di questo, ma a me il lavoro di tempo ne da.

potrei studiarmi la storia del mondo su wikipedia e capire dove possa infiltrarsi la prossima rivoluzione.

potrei allenare l'olfatto. ascoltare le 9 sinfonie di beethoven. già, questo mi sembra un bel punto di partenza, in ogni caso.

c'è un gran bisogno di quel tipo di ordine lì, ottocentesco. di quella perfezione armonica tutta occidentale, orecchiabile e coltissima, lontana da certe drogherie moderniste del secolo passato. il secolo breve ebbe il complesso di edipo, credendosi Zeo uccise Crono facendogli vomitare tutti i suoi figli, scoprendosi Attis fece all'amore con Cibele, sua madre, la Storia, o la Scienza, in tutti i modi la Madre. La Grande Madre. Essa è raffigurata in trono, tra due leoni, e col tamburo in mano. devo rimettermi sui 26 rudimenti ufficiali.

e poi Attis tradisce Lei, e perde la Vis, e si trasforma in Pierpaolo Pasolini. Barbaramente qualcuno lo uccide, appena 5 giorni e 22 anni dopo.

e poi basta, il secolo breve non crede nella reincarnazione. C'è proprio un gran bisogno di quell'ordine lì, ottocentesco.

frattanto il sole è andato via. allenerò il gusto sottraendo indebitamente all'hotel un gianduiotto alla cannella.

Come vedo Beluga fra circa 5 anni ...

martedì 6 novembre 2007

perché mi è così difficile capire chi cazzo sei, e perché più di ogni altro essere umano che conosca mi ispiri questa penosa, assurda domanda?

tutto è dietro quelo naso discretamente ingombrante.. un mistero fitto, appassionante, una gioia amara e discontinua.. un fiume dubbioso, regolare e gigantesco, un dolore che so domare e che poi inaspettatamente mi trafigge, mi lacera, mi getta nel sonno più ignorante che c'è..

la Domanda, il Perché di tutto, la semplice soluzione, l'affetto puro, l'Amore immaginario.. l'abbraccio senza pace, il Bacio, l'apnea..

non ti senti addosso questa insostenibile grandezza, indipingibile bellezza, inevitabile sconfitta?

non esiste cellula tanto piccola da non poter essere baciata.

lunedì 5 novembre 2007

ho pensato a volte di essere l'interprete autentico della mia epoca. un uomo perfettamente medio, né un genio, né uno sprovveduto. uno che si muove piuttosto bene nella realtà delle cose ma che non disdegna l'evasione. ammetto che non si sta male ma vorrei sempre che le cose andassero diversamente. le cose mie e quelle di tutti; che vanno anche bene, lo ammetto, ma anche no.
e sono uno che si affanna a rispettare e far rispettare la verità ma che ha qualche nascondiglio inoppugnabile, quando serve. e anche quando non serve.
ci si rende conto, ad un certo punto, che non si può fare a meno degli altri.
soprattutto non si può fare a meno di capire, di sforzarsi di capire quali desideri, quali pulsioni, quali malattie e quali ambizioni spingano gli altri ad agire come te, o diversamente da te.
quello che non ho capito mai del tutto è come facciano gli altri a non essere me; o come facciano a smettere di esserlo se lo sono stati.
la simbiosi degli essere è ciò per cui vale la pena respirare, respirare è ciò per cui vale la pena la simbiosi, per quanto la simbiosi sia a volte faticosa, tanto faticosa che stai lì lì per mandare tutto in vacca e arrivederci, a volte.
c'è bisogno di essere davvero vicini, tanto vicini che toccarsi non è abbastanza. c'è bisogno che gli occhi si incontrino in un unico punto di vista, almeno per qualche istante.
vorrei che i miei occhi e i tuoi vedessero allo stesso modo, per qualche istante almeno. che il tatto fosse quello di ciascuno, e quello di tutti e due insieme, e quello di tutti.
quando si parla di diritti non va usato il condizionale: voglio che sia così; voglio vestirmi della pelle del mondo.
non mi attendo nulla, da questo. solo che le cose abbiano un po' meno le fattezze del vetro, e un po' più quelle della carne che respira e che sente. il vetro smorza le voci, rifrange le luci, deforma le forme, isola gli odori, illude di poter toccare.
voglio un rumore di vetro che si spezza, uno sguardo improvvisamente diverso e condiviso.
voglio te, voglio Altro, voglio tutto quello che voglio.

lunedì 29 ottobre 2007







Stavolta sono depresso ... veramente tanto. Cosi' tanto da accorgermene e non poter fare piu' finta.



Dico che non ho tempo per suonare ma non e' vero.



Dico che non ho tempo per scrivere ma non e' vero.



Dico che il lavoro che faccio non mi soddisfa ma non e' questo.



Dico che i soldi non bastano mai ma non e' vero.



Dico un sacco di cose ma non sono vere.



Non ho scampo: se mi lamento le persone intorno a me mi evitano (e forse e' per questo che lo faccio), mentre se non lo faccio comunque non risolvo la questione.



Se do la colpa al mondo maledetto brontolo a vuoto, ma se do la colpa a me stesso le cose rimangono uguali.



Ho voglia di restare solo, convinto che l'isolamento e' la cura migliore su questa terra.



Ho voglia di restare solo affinche' della mia assenza possano tutti soffrire un po' ... e contemporaneamente essere li' per ascoltar parlare di me. Con la speranza che almeno uno chiami gli altri e gli chieda dove sono finito, se sto bene ... il tutto accompagnato da "mi manca molto" o un "gli voglio bene".



Ma sono vane le speranze di chi si organizza un funerale. Oltretutto ci vorrebbe troppa faccia tosta per riapparire e dire che era tutto per finta, che non sei morto davvero. Avevi solo dei dubbi sul loro affetto.



Perche' uno non si basta da solo?



Perche' uno non riesce a vivere felice e basta?



Perche' sogniamo grandi cose quando non sappiamo come raggiungerle?



E perche' gli altri ci sembrano sempre cosi' felici e sicuri di se'?



E quante cazzo di domande farei al mio guru ... se solo apparisse finalmente, se solo la smettesse di camuffarsi da passante o vecchietta o cane o cartellone pubblicitario. Questo fottuto "maestro diffuso" che sono stanco di inseguire, stanco di decifrare.



Sono stanco, cosi' stanco da superare la vergogna e digitare su google "depressione perche'" come parametro di ricerca.



Cosi' stanco che se qualcuno mi parla dico "si" senza pensare.



Cosi' stanco da non voler piu' scegliere o scaricare musica ma semplicemente far finta di ascoltare qualsiasi playlist messa in shuffle o random che sia.



Cosi' stanco da vivere in parallelo. Ignorandomi. Ignorandoli. Ignorandovi.



E' perche' tutto questo stupido post? Beh, con qualcuno me la devo pur prendere visto che ho appena litigato per telefono con la donna.



Eh si', e non immaginate perche'? Perche' e' stufa di vedermi depresso. Di ascoltare le mie lamentele. Di sopportare con me il peso della mia profonda insoddisfazione. In piena nostalgia della mia autostima.



Ha ragione, come darle torto? Sono cosi' depresso che nemmeno saprei vendicarmi. Non riuscirei a incazzarmi con lei per le sue di depressioni. Infatti perdo apposta, cosi' posso dire a buona ragione di essere depresso.



E' un bivio e al contempo una gara. Sono depresso, che faccio? Mi spingo oltre cosi' toccato un nuovo fondo mi rialzo e torno in superficie oppure faccio finta di nulla mi compro un buddha di plastica e fingo per il resto dei miei giorni che "l'amore e' la via per la felicita'"?



Sinceramente sono troppo depresso, persino per arrabbiarmi sul serio. Troppo depresso per essere serio ... convinto solo della mia depressione.



E' un caldo cuscino nei giorni di inverno, il dolce crogiuolo delle mie pippe mentali, la vecchia e insostituibile maglietta per dormire ... dormire ... e ancora dormire.



Dormire fino a che i sogni si diluiscono in un infinito effetto psichedelico del media player.



Dormire fino a non sentire piu' alcun suono ... alcuna voce. Ne' fuori ne dentro la testa.



Dormire fino a fregarsene del giorno e della notte.



Dormire in un eterno grigio-purgatorio.



Poi ci pensi su e sai che non ti e' permesso. Chi paga le bollette? Chi va a fare la spesa? Chi porta i soldi a casa per permetterti di dormire?



Dormire come unica cura al dolore.



Dormire come anestetico locale-globale.


Dormire ... morire ... dormire ... Porcaccio Amleto!


Dormire per non fare sesso.


Dormire per non sognare.


Dormire per non pensare.


Dormire per godersi un preludio di oblio senza affrontare la paura di morire.


Dormire ... Standby.


Metti su la lucina rossa e togli le pile dal telecomando, cosi' gia' sai che non ti alzerai mai dal divano per mettere su un qualsiasi canale. Ti accontenti dello schermo spento ... riesci addirittura a fissare il tuo distorto riflesso che ti fissa a sua volta.


...


O<-<



domenica 28 ottobre 2007

uovo sodo, zero spesa tante proteine.. notte piena di additivi, benissimo.
sono contento anche di aver accontentato il cliente, il principale fa le bizze ma io umanamente accontento il cliente. il cliente sorride, soffre, si lamenta come me. a differenza del principale che mi impone di vendere una tripla a una povera mamma spagnola, bellissima, a prezzo maggiorato pergiunta..
il cliente soffre.. fino a ieri ero il cliente, e ora che vendo, ok, vendo, e faccio quello che vuole il principale, ma il principale paga in orgoglio, io sono uomo, il principale o impara a essere uomo oppure addio.
il principale dice letteralmente porcoddio vendi tutto e fregatene degli occhi lucidi del cliente, ma io fino a ieri ero cliente e non posso, non posso.
vendo tutto, sì, ma poi c'è il mio orgoglio, che è quello del cliente.
il capitalismo è perfetto e funziona quando tiene conto dell'occhio lucido del cliente.
tutto funziona quando l'emozione è attiva,,
grazie I., grazie villaggio, grazie S.
solidarietà
ufficio internazionale per lo sviluppo delle attività emozionali

sabato 27 ottobre 2007


A Roma c'è la Festa del Cinema ma non entro nel merito.
Di film non ne ho visti, non ho tempo per fare la fila, accaparrarmi biglietti per grandi eventi.
Vado al cinema, all'Eurcine per la precisione. Non ci sono mai stato. Faccio la piccola fila per vedere il film di Coppola, entro in una sala molto grande, siedo un po' troppo lontano e una volta tanto non sono solo.
Premessa soggettiva: Coppola (Francis Ford) è il più grande dei registi viventi
Premessa oggettiva: Coppola comincia ad avere una certa età, e di solito dopo una certa età è indiscutibile che certe facoltà vengano meno, la creatività si appiattisca. In più sono dieci anni che Coppola non gira un film. In questo tempo si è occupato di produzione soprattutto, perchè oltre che regista è anche a capo di un piccolo impero economico tutto suo che risponde al nome di American Zoetrope.
Seconda premessa soggetiva: del film non so niente, ho visto solo una locandina ma non un trailer, nè una recensione. Mi considero fortunato perchè non ho la più pallida idea di cosa mi aspetti.

Ma allora questo film è bello o no?
E' bellissimo, ma forse molto di più. E' un po' presto per tirare giudizi. Il film è molto complesso, stratificato e insegue un discorso filosofico non sempre facile da seguire.
Ma se spegni il cervello, se non dai ascolto alla parte più pedante della tua intelligenza non puoi non essere d'accordo che "Un'altra giovinezza" è un capolavoro, se non addirittura un Capolavoro, una pietra miliare, un film da amare, da rivedere, da studiare, un film raro, bello da vedere se si hanno occhi per vedere il bello.
Coppola gioca sempre con cose molto più grandi di lui, tira in ballo l'assoluto, straborda, esagera, raggiunge la profondità, viaggia su binari che non sai mai dove ti potranno portare ma è sempre un passo oltre. Fa parte di quella schiera di pochi grandissimi che hanno saputo guardare al Cinema come qualcosa più grande della vita e a ogni film come un percorso di morte, che debba contenere tutto il possibile, dire tutto, mostrare tutto, emozionare, assimilare e riassumere tutto, perchè il film è un sogno lungo due ore dal quale ti sveglierai nel momento crudele in cui si riaccenderanno le luci in sala.
Non so cosa hanno pensato gli spettatori alla prima di "Otto e 1/2". Non c'ero quando Godard cambiava la storia del cinema con il "Fino all'ultimo respiro".
Però ieri ho visto questo nuovo film e ho avuto l'impressione di stare vivendo un momento importante della mia vita da spettatore.
Il film è uscito da un giorno soltanto.
Presto arriveranno le recensioni, poi gli articoli sui giornali, poi i volumi monografici, le tesi di laurea, i dibattiti e in fine anche "Un'altra giovinezza" troverà la sua collocazione. Sono proprio curioso di sapere come andrà a finire.
Intanto, andatevelo a vedere.

giovedì 25 ottobre 2007


ho di nuovo bisogno di nuovo
ma non riesco più a dire "vorrei..."
dormirò nell'albume di un uovo
per svegliarmi nel panta che rei

martedì 23 ottobre 2007


Io sono tutto scemo,
pongo su pongo noncurante
delle diverse densità
burda palla infantile
irta di alberelli voodoo
scagliata sulla parete
già tutta macchiata di grasso
come un bavaglio
e sul bavaglio una casetta
nella casa un libro
nel libro soltanto lettere
e nessun postino.

Io sono tutto cretino,
mi faccio il nido di rovi
tu svolazzando mi trovi
ma il vento non porta da me
ti seguo io allora
e sono un segugio
niente ali ed un muso
irto di alberelli voodoo
e tra gli alberi una scimmia
che ha tutta l'aria di una pulce
più si è piccoli
e più aria si ha.

Io sono un quaqquaraqquà,
mento dall'alluce al mento
la fisionomia puoi cambiarla
puoi ingrigirti i capelli
solcarti le rughe
a colpi di lento e gratuito chirurgo
solo la mente non mente
dice tutto quello che sa
come un bambino
e se non glielo permetti
scaglia una palla burda
sulla parete macchiata.

domenica 21 ottobre 2007

Presto altro.

martedì 16 ottobre 2007

Titolo: Parigi e l'Amore. Storia di un mago 2.

martedì 9 ottobre 2007

Ci sono momenti in cui vorresti far sparire una donna, ma quando pensi di esserci riuscito ... beh ti riappare da un'altra parte.

Allora la ignori, ma non ci riesci.

La sposti in un altro luogo, ma lei continua ad essere presente nella tua vita.

Ti sposti tu, ma scopri tuo malgrado che lei e' anche li'.

Allora provi a sparire, ma poi riappari sempre ... e' come trattenere il fiato. Nessuno e' mai riuscito a suicidarsi cosi'.

Accetti l'inevitabile, ci scherzi su. Sei innamorato.

Non puoi sfuggire alla donna dei tuoi sogni.

O<-<

sabato 22 settembre 2007

Essere sfacciati e perdere la faccia non è la stessa cosa.
Lo sfacciato non teme di perdere la faccia, perchè agisce come se già non l'avesse. Chi perde la faccia non può più farsi vedere in giro.
Il ricercato è un volto su un manifesto con sotto una taglia, una foto su un fascicolo delle indagini, l'identikit fornito da un testimone. Il criminale agisce a volto coperto per non farsi riconoscere. Il criminale a volto scoperto è il criminale romantico. Anche Bin Laden sarebbe molto meno di quello che è senza la sua faccia scavata in qualche ripresa video di scarsa qualità.
Per perdere la faccia bisogna prima giocarsela; e anche se la sconfitta è umiliante può valere la pena. Soprattutto nei giochi a due. A volte bisogna perdere la propria faccia per riuscire a vedere la vera faccia di chi ti sta di fronte.

sabato 15 settembre 2007

Cercando la Roma di Antonioni

La sera della Notte Bianca ho fatto l'unica cosa che per me potesse darle un senso e sono andato a vedere la rassegna su Antonioni alla Casa del Cinema. Sono entrato che stava finendo "Deserto rosso", sono uscito pochi minuti dopo l'inizio de "L'avventura".
In mezzo c'era "L'eclisse", l'unico film che ho visto per intero.
Antonioni mi ha sempre fatto freddo. Non ho pianto granchè la sua dipartita. Il fatto che fosse ancora vivo nonostante la paralisi e la malattia era qualcosa di penoso.
Chi l'ha conosciuto di persona, chi ha lavorato con lui, mi racconta di un uomo dall'intelligenza e dalla cultura vastissima.
Tra le cose che mi sono piaciute del film:
1_ la Vitti, regina drammatica con scoppi di umorismo straniante.
2_Alain Delon, dalla bellezza invidiabile, marionetta frenetica. Il suo personaggio non compare subito ma si insinua poco a poco nella storia. Confesso che nel buio della sala ho più volte desiderato in gran segreto di essere affascinante e sfacciato come lui.
3_il bianco e nero del grandissimo Gianni Di Venanzo, uno dei più grandi maestri della fotografia per il cinema del dopoguerra.
4_il sapore del film che oscillla nella sottile linea tra la realtà e l'irrealtà che a volte sa di notte, altre volte di sogno arido al confine con la malattia mentale . La visceralità onirica di Antonioni è più problematica per carattere di quella vitale e dionisiaca di Fellini, ma raggiunge esiti profondissimi.
Il genio di Antonioni è stato quello di essere stato inimitabile. Il suo cinema è difficile ma senza compromessi o strizzate d'occhio.
5_la Roma svuotata del film, il quartiere riconoscibilissimo dell'Eur. Ho l'impressione di essere stato più volte proprio in quei luoghi esatti. La protagonista abita a Via dell'Umanesimo, 381.
Qualche anno fa ho conosciuto una donna portoghese che vive da più di dieci anni in Italia. Mi ha raccontato che prima di trasferirsi tutto quello che conosceva del nostro paese erano proprio i film di Anonioni e Fellini che confondeva con l'Italia intera.
Mi ha fatto sorridere.
Ho ripensato a lei la mattina dopo la Notte Bianca.
Mi è venuta voglia di prendere la macchina e farmi un giro all'Eur cercando da quelle parti una traccia- se ce n'è ancora, ammessa che ce ne sia mai stata- della magia di un film di quarant'anni fa.

venerdì 31 agosto 2007


TRECENTO

Mi ritorna in mente la selvatica ebbrezza di chi, bambino, non è sorvegliato compiere l'avventura immaginaria. La distanza dallo sguardo familiare ti avvicina al sogno che poco ci manca per toccarlo, ed è un miracolo, e grazie al cielo, che il bastone non si trasformi in fucile, e che tu non faccia "saltare le cervella" al tuo migliore amico. Bdrsch, fai vibrare le labbra, e quant'è bello imitare il suono di uno sparo, e sentirti imitare dalle facciate dei palazzi, un istante dopo. L'irresistibile nitidezza dell'eco. Ancora meglio arrotare tra i denti una e più scariche di mitragliatore, ma si tratta di un gesto più intimo. Che sia solo il tuo migliore amico a sentirlo, anche da morto, quanto gli stai facendo risaltare le cervella, rosso sul grigio della terra, colpo di grazia, ovvero il gusto dell'orrore più efferato che ti venga in mente, senza paura. Non te l'hanno ancora insegnata.

E le cartucce non finiscono mai, fino al giorno in cui le perdi tutte, in un solo colpo preciso, ma questa è un'altra storia.

Il cantiere assolato è un canyon di pozzolana, no, è un canyon vero e proprio, il Grand Canyon. Ed io sono un ladro, un carabiniere, Indiana Jones, l'ultimo dei Mohicani, una tigre, un drago, WARP! warp!, un cavaliere appena sceso da cavallo, o pronto a risalire.

La drammatica ebbrezza del gioco. Nessuno sa quanto davvero tutto sia in gioco, nell'avventura immaginaria. E' un miracolo che la gran parte di noi ne esca viva.

Esca viva, il ragazzo, per un mondo pescecane.

Poi, all'improvviso, cadavere a quattro di spade, sotto un diluvio che vorrebbe non finire mai. Eccolo che resuscita, ed è Gesù - di Nazareth e di Zeffirelli -, salma baciata dalla giovane madre, in quel modo goffo di fare le cose che si vede al cinema e che ti fa vergognare segretamente dei tuoi stessi occhi. Niente cartucce, solo una ventiquattrore. Hai tempo sino al luogo e all'ora dell'appuntamento per decidere cosa c'è dentro. No, hai più tempo ancora, purché tu sappia trasformarti - nell'istante della consegna - da te stesso in chi la ventiquattrore prende in consegna. Dettaglio di mani che se la scambiano e poi un carrello segue lateralmente i passi dell'altro che si allontana. E nel giro di un paio di quadri si scopre che sei sempre tu, sono sempre io, e sorrido, sorrido perché so che mi stanno inquadrando, anche se faccio finta di niente. E nel frattempo ho poggiato sulla testa un cappello, barba sfatta, e la luce è cambiata, è un'alba, o un tramonto. Ma stavolta occorre davvero stabilire cosa contenga la valigetta, salvo rimandare il problema a data da destinarsi. Unico indizio: niente cartucce, e forse un'arma, non necessariamente letale. Ma di certo mai utilizzata.


mercoledì 29 agosto 2007

Poi si dirà che parlo difficile, ammesso che qualcuno ancora mi legga, che qualcuno ancora legga i blog, che qualcuno faccia ancora uso di internet, che qualcuno ancora faccia uso di qualcosa. E di fatti il punto, secondo me, il punto è che IO non faccio più uso delle cose, e mi sembra come se, a volte, le cose facessero uso di me. A volte oppure sempre. La questione è meno banale di quanto non si creda, non è la schiavitù agli oggetti. A me sembra che non sei tu che scrivi il blog, mi sembra che sia il blog che ti scrive. Ogni volta che metti piede in questo luogo senza spazio anche tu smetti di averti, le mani assenti ti scrivono, il blog ti crea, ti ricrea nel giro di poche parole. Il blog si alimenta del tuo vizio, e lo alimenta, come il cane che si morde la coda, come il gatto che si morde la coda, come il serpente che si morde la coda, come la coda stessa, che è attributo diabolico e nelle lucertole, se gliela tagli via, vive addirittura di vita propria, sebbene per qualche istante soltanto.
E' la coda che ti vive, è il blog che ti scrive, è l'oggetto che ti pensa.
Mi sono chiesto, allora, mi sono chiesto se poi possano cambiare le cose, almeno in parte, almeno un po', quando smetti di lasciare che le cose ti pensino e inizi a pensarle sul serio.
Inizia col pensare, ad esempio, che sei in grado di pensare. Diciamo che sei condannato a farlo ma la condanna non è mai nell'opportunità, la condanna è nella costrizione, giusta o ingiusta che sia. E allora lasciarti pensare è una condanna, ma prendere sul serio il pensiero e metterti a pensare significa dare all'opportunità il valore che merita. Che poi le qualità che hai non devi metterle a frutto, devi semplicemente metterle in moto. C'è un solo modo per farlo, ed è smetterla di aspettare che le qualità mettano in moto te, perché potrebbe non avvenire mai. E' come attendere che un giorno, al risveglio, ogni cosa sia chiara come l'acqua chiara. E' assai probabile che non accada mai, e ad ogni modo può accadere e non accadere, cinquanta e cinquanta.
E allora svegliati un giorno e osserva l'acqua. Se l'acqua non è chiara sarai in grado di capire perché non lo è. Se l'acqua non è chiara non devi lasciare che ti beva. Ma questa metafora non mi porterà lontano.
La volontà è un'arte piena zeppa di futuro.
Se hai una poesia, non lasciarti recitare, scavala nel sasso.

sabato 18 agosto 2007

Tina mi guarda impagliata, ed e' un rimprovero.
Ce l'avra' forse col fatto che parlo e mi muovo in maniera imprudente. Gli oggetti hanno pesi diversi, bisogna ponderare i gesti.
Andro' a dormire, scacciando di peso Tina dal mio letto.
Ci andro'. Ma non perche' sia tardi, non perche' abbia sonno. Solo perche' ho voglia di sentire la differenza tra oggi e domani, tra oggi e ieri.
Ogni mattina, da qualche tempo a questa parte, mi sono pesato, prima di colazione.
Da domani, da oggi, vorrei pesare tutto il resto, tutto quello che non sono costretto a portarmi addosso.

venerdì 17 agosto 2007


Mi annoio - Resisti!

giovedì 16 agosto 2007

Il mio gatto ne' robusto ne' magrissimo confonde il sonno con la liberta',
mangia sempre poco meno o poco piu' ma mai precisamente quel che gli si da'. Se gli dai una mano capovolge il secchio dei rifiuti e semina cartacce mozze ai quattri venti. Sara', non e' il mio gatto quello, quello e' il tuo. Ma i gatti sono tra loro tutti simili, altrimenti non li chiameremmo tutti gatto. I gatti hanno un nome se gliene dai. Senno' i gatti fanno tutti miao e tra loro si chiamano miao.
Il gatto e' curioso. Curiosity Kills the Cat, ho sentito dire.
Azzope'. Si' (avrete notato che mi mancano le lettere accentate), bisogna piantarla con la curiosita'. Il gatto va ucciso ma la curiosita' uccide il gatto soltanto dopo sette vite e nove code. I titoli di coda, o di testa, e comunque una volta per tutte, dichiareranno che ogni riferimento a fatti accaduti o persone esistenti e' puramente casuale. Ma non puo' essere vero. Non e' il caso.

Ha ragione Pio'tr a dire che cercando non sempre si trova qualcosa ma pur sempre qualcosa si perde.
Uscito dal lavoro m'ero ripromesso di riposare e invece ho ritrattenuto. Finche' non ti pagano il lavoro sembra un gioco stupido. Quando ti pagano ti chiedi se davvero fosse necessaria la tua forza per fare quel che si e' fatto. Lo stipendio sembra un regalo di quelli inutili, tipo una cornice d'argento.
Serviva proprio che lavorassi io? Non bastava la forza degli altri? E perche' dirmi quanto vale la mia forza senza trattenute? Posate le trattenute, trattenete le posate, a tavola. E' la pausa pranzo. L'ora d'aria. Non torno, lavorate voi per me, questo direi ogni volta.

E io frattanto andrei a fare due passi in citta', una citta' a caso. Anche sotto la canicola, che importanza ha. All'occorrenza rientro al lavoro e mi godo l'aria condizionata. Aria condizionata sembra un sinonimo di liberta' vigilata. Non ci avevo mai pensato.

martedì 7 agosto 2007


Le parole sono importanti? Dipende per chi. Nel momento in cui non riesci ad esprimere a parole uno stato d' animo, magari particolarmente turbolento, aggravi una crisi già in atto? Oppure stai già filtrando attraverso canali non convenzionali la tua angoscia?

Le parole sono importanti. Per me. Adesso. Quelle giuste, quelle che permettano magari soltanto a me davanti allo specchio di di far arrivare alle mie orecchie e al mio cervello, quindi ad uno stato conscio, pensieri turbinanti e spessi come coltri invernali.
Per superarli ci sarà poi tempo, presumo.

Cercherò, butterò giù qualche schema di parole incrociate e nel frattempo fumerò dieci sigarette davanti ad una planimetria della Tessaglia antica.

Salud a tutti.

sabato 4 agosto 2007


- Tu che ne pensi Piòtr? Significa forse che io sia un dispiacere?

- Un dispiacere necessario, attenzione

- Che cos'è che rende necessario un dispiacere?

- Il fatto che sia a tutti gli effetti un piacere mancato

- Allora è quello che faccio anche io, quando cerco di dispiacermi a tutti i costi..

- Certo

- Sarà perché mi sembra poco stare nella pelle?

- No, sarà perché ti sembra difficile starci. Eppure è tutto quello che sai fare

- E non lo faccio. Perché?

- Perché hai capito che gli occhi sono più di due. Ma il fatto che tu l'abbia capito non vuol dire che sia vero

- Non si può stare nella pelle e al tempo stesso avere più di due occhi?

- E' tutto quello che fai. Si può fare. E chi ti benda dapprincipio non lo sa, ma poi lo capisce, che ci vedi ancora. Le cose le capiamo sempre con un isante di ritardo

- E poi se ti bendano gli occhi capita che le orecchie sentano più forte

- Capita che le orecchie sentano cose che non esistono

- Davvero non esistono quelle cose?

- Esistono se vuoi sentirle a tutti i costi. Devi scegliere: il vaso, o i due volti l'uno di fronte all'altro

- Tra me e te c'è un vaso, ora mentre parliamo?

- Come puoi pensare al vaso mentre io e te stiamo parlando?

- Il vaso è il piacere mancato, no?

- Anche i due volti lo sono. Ma se ci pensi non capirai quello che stiamo dicendo

- Ma è di questo che stiamo parlando, di due volti e un vaso

- No, stiamo parlando e basta, potremmo cambiare argomento senza per questo smettere di parlare

- E senza per questo smettere di essere due volti, oppure un vaso

- Già. E' un dispiacere necessario

- E' un piacere mancato

- Levati quella benda

- Che succede se me la levo?

- Niente di niente

- E allora perché dovrei?

- Perché non è saggio fidarsi di quello che ti dice Piòtr
E io mi levo la benda, e c'è Piòtr. E' già di spalle, cammina lontano. E anche io mi volto, me ne vado. Se qualcuno ci stesse guardando si sarà accorto che s'è rotto un vaso.

martedì 31 luglio 2007

Bergman è morto. Antonioni è morto. E io non ho ancora girato un film.

domenica 22 luglio 2007

il mio viaggio ha finito per darmi l'umore dell'acqua termale. tutto sta a capire da dove viene quella calda, da dove quella fretta. miscelare le acque a dovere richiede un po' di tempo e un po' di pazienza; la pazienza è la virtù di chi ne ha, così come la forza è la virtù dei forti. chi ha forza e pazienza non sarà costretto ad ingannare l'attesa: potrà dire, anche all'attesa, com'è che stanno esattamente le cose. e l'attesa, prima o dopo, capirà. il tempo è la sola virtù dell'attesa.
l'impazienza è sentire col dito se l'acqua va bene per buttarci la pasta. la debolezza è avere sete e bere cose ghiacciate.
l'umore tiepido, come ogni giusto mezzo, fa bene alla pelle.

martedì 17 luglio 2007

Dormo e veglio. Nel sonno e in ciò che lo segue e lo precede c'è una segreta tranquillità che mi appartiene. Non è impossibile trarla fuori del sonno e disporne in ogni momento. E' tutto quello che devo fare.

mercoledì 11 luglio 2007

Forse cercavi me compiendo il tuo giro con.
fuso
ora.
rio.
rdini lancette
attesa a quel pensiero
che
forse circa 2 volte al giorno
un orologio fermo
dice davvero

forse cercavi:
me.
te.
orologi.
a

lunedì 9 luglio 2007


Se vuoi delle fotografie in cui ci sei tu procurati una macchina fotografica. Le foto sono sempre piene di altri, tu non ci sei mai. Vorresti trovarti anche tu nella foto. Trovati. Prendi una macchina di quelle digitali. Trovala. E fatti una foto, fattela fare. Oramai tutti posso permettersi una di quelle digitali, se non ti piaci ti riscatti, vedrai che prima o dopo viene fuori una posa accettabile. La trovi, una posa. Le foto più belle le fa il caso, sempre, senza eccezioni, il caso le fa.
E una macchina la trovi, una macchina. Magari ce l'hai in casa, in casa c'è sempre qualcuno che ce l'ha.
Se vuoi ascoltare finalmente un bel disco mettiti in moto, come facevi un tempo, insozzati le mani scartabellando scaffali di negozi, bancarelle, case di amici ubriachi, non soffermarti su ogni titolo/volto, va' un po' ad istinto, trova il tuo disco, non lo cercare, trovalo. Lo trovi. Costa troppo? Rubalo; nel caso di casa dell'amico ubriaco non sarà difficile. Se non ti va di rubare allora è un altro paio di maniche.
Allora facciamo che hai una chitarra, trova una chitarra, da qualche parte tutti abbiamo una chitarra. Trovala. Le manca qualche corda? Allora, se le corde costano più del disco torna dal tipo della bancarella e compera il disco. In caso contrario, per 6/7 euro t'avranno dato delle corde nuove. 8 euro, toh.
E che fai? Trovi una canzone nuova. Dai, l'hai fatto mille volte, che ci vuole. Ritrova quel piglio genuino di chi tocca uno strumento per la prima volta.
Non è facile, lo so. Troppe domande, ti fai. Lo so, lo capisco. Una volta che hai iniziato a farti domande sono cazzi amari. Domande come: Come si trova una canzone? Prima il testo o la melodia? O gli accordi? Ma fare domande è cercare. A noi interessa trovare, non è così?
Comunque ecco la risposta: Io non ricordo più. Questa sì che è una risposta.
Io non ricordo più
Come ti chiami? Io non ricordo più
Cosa ti piace? Io non ricordo più
Cosa sai fare? Io non ricordo più
Ricordi? No, evidentemente no
Mi ami? Io non ricordo più
Trovo di amarti
La canzone, credo, è qualcosa che trovi, la canzone esiste. Tutte le canzoni esistono, e non è Platone: è un fatto di possibilità. Fermo restando il sistema temperato, perché se te ne fotti di doremifasollasi allora ci sono molte possibilità in più. E non è escluso che una chitarra domestica sia in grado di assecondare velleità orientaliste.
Ad ogni modo la canzone la trovi, ciascuno trova le sue, i più attenti trovano le più belle, ma le più belle non tutti le capiscono. I più fortunati trovano quelle che tutti capiscono, e diventano ricchi. I più aprono un myspace.
Trovo di cambiare, trovo di capire.
Basta col cerco, è ora di trovare. E non è niente che abbia a che vedere con la rivoluzione, e non è un manifesto, e non è una di quelle illuminazioni adolescenziali.
Si tratta di cambiare una parola. Ogni volta che vuoi dire cerco, prova a dire trovo.
Trova di farlo.
Chi trova trova.

giovedì 5 luglio 2007

Tanta gente parla nel sonno. Molta più gente parla nel sogno, e non se ne ricorda; e nessuno saprà che cosa dice mai; il sogno è la cosa più mia che ho io, la cosa più tua che hai tu. L'uccello prima o poi lo devi tirar fuori dai calzoni, quel che pensi te lo lasci scappare (se te lo lasciano dire), i segreti ce li raccontiamo, il buco del culo capita che un dottore te lo debba mettere in discussione. Ma i sogni, se non te li ricordi tu, stanno freschi stanno, e restano nel boh.

Sento dire, infatti, che dimentichiamo i sogni al risveglio, che ciò che ricordiamo è ben poco in confronto a quello che abbiamo sognato. E i sogni dimenticati sono solo di chi li fa, ahimene. Oppure, magari, vanno nel gran calderone del mito. Vanno ad aizzare il fuoco degli dei o ad ingegnare il piglio di chi lo saccheggia. Hybris.
Questo invece sentii dire da un tipo con gli occhiali, anni fa, a proposito del concetto di cultura (personale): essa è ciò che rimane quando dimentichiamo tutto quel che abbiamo imparato. Bravo. Fatto è che io ricordi bene questa frase, e giusta o ingiusta che sia, è parte della cultura mia.

Come si chiama invece quel che resta, all'alba, quando abbiamo rimosso in massima parte il "sognàme"? Boh, si chiama.

Alle 10 di oggi ho un esame. Ho dimenticato tutto ciò che ho letto. Vado a letto. Quel che mi resta in testa non mi sarà sufficiente, forse, a sbarcare un sorridente sigillo sul verbale. Ma se mi resta un pezzetto di sogno attaccato agli occhi, state certi che dirò boh e andrò di punto in bianco a farmi una passeggiata tra gli scassami di questa città chiatta di sole. Ho bisogno di pentirmi di qualcosa, e il sudore mi darà una mano.

Mentre l'amata mia mi parla in sogno, e sa soltanto lei cosa mi dice.

lunedì 2 luglio 2007

il giugnoventotto café absurd compiva un anno. un fatto che è passato giustamente inosservato.
per l'occasione -sciupata- non farò nulla.

mercoledì 27 giugno 2007


invidio chi sa scrivere di getto, e nel getto dire cose sensate, cose persino belle. ammiro sempre meno chi sa dire solo le cose giuste, chi sa ritagliare i contorni e limare le frasi estemporaneamente. neanche i poeti lo fanno, scrivere è ingrossare e sgrossare, la scrittura funziona come la respirazione, inspirazione, espirazione... ispirazione, espiazione. così per me funziona la scrittura. la scrittura è un fatto di ecco anzi no direi ma non dico epperò secondo me magari ma nemmeno guarda forse hai ragione ma piuttosto è possibile che.

a me il getto non sfugge mai di mano, la mia penna è tirchia, le mie dita pigre, se e quando si tratta di digitare. ma non sono neppure uno di quelli che sanno stampare le frasi su due piedi, nemmeno i poeti lo fanno. saperlo fare significa forse essere scrittori; il fatto, di per sé certo, che io non ne sia uno, non ha bisogno di una simile riprova.

basterà che sia l'amata a testimoniare, ché si sa, l'amore è cieco, e cieco è chi l'amore prova, e ai ciechi non conviene la menzogna, ma l'amata per definizione non è colei che prova l'amore. l'amore una volta che lo provi non è mica come una giacca, lo devi comprare e se non lo compri ci fai una magra col negoziante, che sei tu stesso, perché a tutti puoi raccontare fregnacce, come i negozianti sempre fanno, tranne che a te. e si sente dire che al cuor non si comanda ma se c'è una cosa a cui non si comanda quella cosa non è il cuore ma il sonno. e chi soffre di insonnia lo sa meglio degli altri. e l'amata se c'era dormiva e ancora dorme, o almeno finge di dormire. il che potrebbe impedirle, all'uopo, di proferire testimonianza che io, l'amato in persona, non sia uno scrittore nemmeno se mi rotolo su cento strati di fango in fondo ad una trincea, ché oramai non è neanche tempo di guerre degne di un romanzo del dopoguerra. dormisse pure l'amata se non torno dal fronte, spettinerassi i capelli al corteo che insegue la mercedes station wagon tutta nera che non contiene mica la mia salma, no: contiene i vestiti più nuovi che si fossero rinvenuti nel mio armadio: quelli dell'amante dell'amata. l'amante segue il corteo che segue la mercedes, l'amante è nudo, l'amante è il re.

già scricchiola del re lo scarno scranno

dice chi dice donna dice danno

già scricchiola del re lo scranno/tara

lo dannerà la donna di denara

dorme l'amata sotto cento pezze

di vento, al suo risveglio sarà spettinata ma avrà la sensazione di aver viaggiato lontano. l'amato ride nel sonno per non farlo da sveglio, piange nell'eternità per non farlo da veglio, vive nel rimpianto per non morire nel rimorso, rimuore ogni giorno per rivivere il giorno successivo. la farfalla dorme sotto cento strati di bruco, vede grazie a cento piccole lenti, la farfalla sogna di essermi. io sogno di essere l'amata, e di poter trattenere i capelli a due mani, sicché il vento non mi dia l'illusione di aver viaggiato, visto che sarei rimasto immobile sotto cento lenzuola giusto il tempo di una notte, ché era tutto così buio da non poter vedere, da non poter viaggiare, ed era cent'anni che non capitava una cosa simile dalle nostre parti. ciò qualcuno ha detto al viandante, che -come ogni viandante che si rispetti- cura la propria barba e parla in modo mediamente corretto, oltre ad indossare abiti sì da viaggio, ma sempre ben stirati. la moglie del viandante rispetta il viandante almeno quanto egli non rispetti se stesso, e questo fa di loro due una coppia felice,, per quanto le due parole che precedono la doppia virgola possano sortire, messe così una accanto all'altra, un'esito bizzarro.

l'odio s'annida libero presso le cantine o negli armadi, come un amante, sotto forma di cuscino senza federa, e preda vitto dalle cucine tiepide, preferendo quel che resta però nei piatti, perché non ha genio di cucinare e anzi consuma volentieri cose fredde, come l'insalata di riso, preferibilmente con un po' di maionese. si muove tacito e quando cedi al sonno ruba il cappottone del nonno, il quale se ne accorge suo malgrado percorrendo quei cento metri scarsi che lo separano dal mazzo di carte, sotto vento e col basco rincalcato sulla testa ancora nera, di quel vento che non se ne vedeva da cent'anni, e guarda tu che va a capitare nella notte più buia. le meraviglie non accadono mai da sole. e allora accadrebbe domattina che il cuscino torni ad infilarsi nella federa che meglio gli compete, mentre l'amante precipita giù dal terrazzo dove anzitempo s'era andato a rifugiare, ma abituato com'è alle cantine doveva aspettarsi che l'altura gli desse le vertigini. lo scrittore gli concede il privilegio di pronunciare, precipitando fra cento lacrime che non basteranno a rallegrargli l'atterraggio, le uniche due parole che abbiano senso accanto ad un nome di donna: ti odio.

sabato 23 giugno 2007

Oggi tutto ha il sapore del sonno. Il caffè ha sempre il sapore del sonno, a qualsiasi ora. Ma anche tutto il resto, ha questo sapore, oggi. E' un sapore che sta fuori dalla bocca, sta nel cranio, dietro gli occhi, fra mandibola e mascella, nel petto. Il sonno è un sentimento aggressivo, violento, c'è dentro tutto, il sesso, la fame, la sete, il sonno stesso. L'amore. Il sonno sprigiona tutto, e tutto imprigiona in una specie di bolla d'aria che sta lì, non so bene dove, ma c'è.
Sono certo che il sonno mi avvicini alla vita del gatto; sì, capisco perché i gatti dormono tanto, e non solo di notte. I gatti hanno una vita intensa anche quando non fanno un cazzo, i gatti è gente surrealista.
Dormire di pomeriggio è diverso che di notte, senti il mondo che ti veglia addosso, sei avvolto da una nube elettrica, sei un ascoltatore privilegiato di quello che avviene tra le note di un gingle televisivo, nelle pause che scandiscono il frinire della cicala. La cicala smette, e tu sei sveglio. E di solito, da sveglio, ci sono gli uccelli.

giovedì 21 giugno 2007

Il nero non dura. Il fatto che ti affezioni alle cose, quella è un'altra questione. Sarà che io non so lavare bene, non so fare la lavatrice, diciamo che non la faccio mai, me la fa mia madre, ma il nero una o due volte che lo lavi e già non è più nero, non da metterci la mano sul fuoco. Diventa grigio, ma noi siamo imbottiti di convinzioni e convenzioni, e allora dici: la maglietta è nera, ma non è nera manco per niente, e se guardi bene si vede. Però ti ci sei affezionato, alla maglietta, e la metti lo stesso.
Ma del resto il sole è giallo, no?
Certi blu, poi, sembrano neri. Blu non è neanche una parola latina. La radice è germanica: blaw; in francese diviene bleu, in ispagnuolo antico è biado, che vale ceruleo, azzurro; sbiadito ha lo stesso etimo. E' lecito considerare azzurro anche quel blu che tende al nero. Ma è piuttosto il nero che tende al blu, o al grigio. Perché il nero non dura. Il nero è assenza di colore, dicono, il nero non è credibile.
Dice: la vedo nera.
Vedi nero quando c'è poco da vedere. Se guardi bene si vede: si vede che è di un altro colore. Magari non rosa, il che significherebbe che va tutto per il meglio. Ma nero no di certo, ché tra rosa e nero ci sono mille sfumature, e le strade che portano da un colore all'altro, o meglio dal non colore al rosa, possono essere innumerevoli, puoi passare attraverso qualsiasi colore, tanto tutti i colori sono suscettibili di tendere al nero, così come il nero è capace di tendere a qualsiasi colore seguitando ad atteggiarsi a nero. L'importante e non metterci la mano sul fuoco, ché poi ti si annerisce, e brucia e duole.
Vedi però? Il fuoco. Si dice rosso fuoco, ma il fuoco rosso non l'ho mai visto, tranne quand'è fuoco d'artificio. Tutt'al più è giallo, il fuoco, o arancio, o anche tendente al bianco. Quello della macchina a gas a volte è blu. Non è suggestivo? Il fuoco blu.
Il bianco poi, ah. E' un po' come il nero, ma dicono che non è assenza, ma compresenza di tutti i colori insieme. Non è proprio così, ma meglio semplificare. Eppure anche il bianco a lavarlo male diventa altro. Se lo lavi coi colorati a temperature troppo alte diventa altro; capita che diventi rosa. Ma un rosa improponibile, che non te lo puoi mettere addosso. Neanche se ti sei affezionato alla maglietta.
E a questo punto mi sembra evidente che le cose non siano mai bianche o nere. Non sono mai né bianche né nere. Questi sono colori, o non colori, che non durano.
Vado sotto le lenzuola; è buio ma la mia scrivania è illuminata da una luce verde che si spande timidamente un po' in tutta la stanza. In queste condizioni di luce non so dirvi di che colore sono le lenzuola; nere no di certo, anche se mi piacerebbe [:)]
Ma bianche nemmeno.

sabato 16 giugno 2007

E poi Piòtr non s'è fatto più sentire.
La musica invece è sempre più forte e chiara, e ci son volute orecchie nuove. Le mani confidano nelle orecchie, quando le orecchie sono buone davvero.
Nuovi pure gli occhi, che siano degni di un sorriso anch'esso nuovo e ogni giorno più luminoso. Un sorriso a cui sento di non voler rinunciare per nessuna ragione al mondo. Lo ricambio con un altro sorriso, che non vedo perché è mio. Però lo sento affiorare sulle labbra e oltre, e dicono che anche il mio sia luminoso, e buffo, a volte.

giovedì 7 giugno 2007

Piòtr dice che non poteva. Stasera no. Ma come? Stasera suono, ho una serata, e tu non vieni! Niente da fare, non può. La serata passa. Ma dopo la serata, se non c'è Piòtr tanto vale stare soli. E' che la gente non rispetta la disparte, se ti siedi su uno scalino a fumare e a studiare l'asfalto c'è chi si sente in diritto di richiamarti alla socialità. Non ti resta che aspettare di essere solo per davvero, e imboccare la Tuscolana.
C'è un semaforo, sulla Tuscolana, cinquecento metri prima dello svincolo del raccordo, c'è un semaforo, dicevo, che è sempre rosso. Ed è lì che volevi arrivare. Uno si ferma lì e tutto quello che puoi fare è piangere. E' li che volevi arrivare. E una volta lì c'è tutto il tempo di sfilare le cose più malinconiche che hai e rimetterle in fila in un discorso ipotetico, il Discorso Definitivo. Si dà il caso che una macchina ti si affianchi, e dentro c'è qualcuno che ha desideri simili ai tuoi, e forse anche lui sei tu. Ma tu stai piangendo, il pudore si trasforma in una mano che passa a sganciarti le lacrime dai bulbi per annegarle nei calzoni. Quanti umori si nascondono tra le fibre dei calzoni di un uomo, e non ridete.
Forse c'è anche la radio accesa, ma chi se ne importa. Le orecchie stordite di un batterista, di notte, impastano la radio con il resto, in un flusso stridente, stordente ancora. Quasi non ti avvedi che il cellulare sta bofonchiando, con l'insistenza di un bambino stupido.
- Pronto.
- Ciao.
- Chi è?

Lo sai benissimo chi è.

- Volevo avvertirti che il semaforo è verde.
- Piòtr.

Lui.

- Imbocca il raccordo ed esci sull'Appia, te la fai tutta fino a piazza re di Roma. Di lì prendi via Cerveteri ed è capace che ti ritrovi a piazza Tuscolo, e poi di lì ti ho insegnato come si arriva a plaza Caballeros del Trabajo.
- Che devo fare stavolta?
- Stavolta resta davvero su un pavimento surreale. Se ti siedi e ti fai fare un caffè hai finito i giochi, te l'avevo già detto quella volta e non mi hai dato retta. Sotto lo zerbino trovi anche le chiavi del terrazzo.
- Quelle mi mancavano, Piòtr, le chiavi del terrazzo. Ah, ma se stavolta ci sono le chiavi del terrazzo, allora tutto a posto, allora è fatta.
- Mucha mierda.

E attacca.
E io so solo che il Discorso Definitivo non l'ho dimenticato. Ma gli ho cambiato il titolo, e il titolo non ve lo dico, perché mi piacciono le cose non dette, perché sono le uniche che ancora si debbano dire.

domenica 3 giugno 2007

C'ho una serie di emozioni mischiate che devo abbandolare entro lunedì, in tempo utile per restituire un verso a certe questioni.
Il fatto è che anni fa una cosa del genere l'avrei scritta su un'agendina, un taccuino di quelli che ho ancora, ne ho più d'uno, di quelli che periodicamente perdo e che ritrovo sempre troppo tardi, quando già ho comprato un taccuino nuovo. Ed ecco perché i miei taccuini sono tutti vuoti per metà o più. Il fatto è che ora scrivo qui, e anche se nessuno legge non posso proprio evitarmi un po' di censura.
E mi chiedo se questo non mi porti a ragionare e vivere in modo diverso, in modo censurato. Tutti oramai hanno uno spazio pubblico, un myspace, un blog, tutti. E mi chiedo se questo non impigrisca l'esigenza di una vita segreta. Perché tutti hanno un myspace e tutti hanno una vita segreta. C'è il rischio di sprecare più fantasia sull'uno che sull'altra.

venerdì 1 giugno 2007


Mario Venier (da leggere con accento veneto)


Noi semo na comunità de gente de noantri che se chiamamo Avanti Cristo. Avanti Cristo è na comunità che c'ha un sacco de idee nove su come sarvà er giovane da certe strade de Sattana, perché o sapemo tutti che er giovine è robba de gente che se perde lungo i sentieri de Sattana.

Se proponemio nzomma de annà dentro a sti quartieri de un certo tipo a rimedià tutti sti giovani che soneno a chitara e cercà de fa in modo de sarvalli dala chitara, che la chitara è roba che se inizi a sonalla prima o poi finisce che te suiccidi. E inzomma noi volemo annà dentro a sti quartieri disidratati, sti quartieri depravati de roma, de sta roma bella ma anche de sta roma un po' così, sti quartieri che ponno esse, che te posso dì, Tor Scamarcio, Flamigno Mafia, Tor Tresette, Tor mignotta, Tor bella gnocca, nzomma roba de sti quartieri de sto tipo, che noantri conoscemmio bene perché semo gente che sta vicino ar giovane, tutte ste tori che prima ce stava na tore e adesso nun se sa perché c'è rimasta solo a monnezza e a gente che se vole suiccidà.

E nzomma volemo fa in modo che er giovane se sarvi da tutta na serie de brutte pieghe dea società dii magnaccioni, cose de sonà a chitara, de beve l'aperitivo a frascati e de magnà a porchetta de Sattana.

E insomma, per esempio, sti giovani che fanno ste cose, ste messe nere, sti giovani che se incontreno nei boschi e fanno e messe nere, noi li volemo tirà fori dai boschi e riportalli nee chiese, che ce sta spazio e ce stanno pure tutti i ngredienti pe fa na messa de quarsiasi colore, che poi se manca n'abbacchio da spennà se compra ar mercato a matina, basta che nun annate nei boschi che poi va a finì che accennete un foco pe' sacrificà st'abbacchio e se brucia tutto.

Venite pure voi all'interno de sta situazione, de sta comunità de gente de noantri che se chiama Avanti Cristo, che già dar nome se capisce che semo gente che guarda ar futuro, ma con cristianità.

martedì 29 maggio 2007



Non è detto.

Piòtr - Cosa, non è detto?

Beluga - Tante cose non sono dette

P - Tante cose sono non dette, vorrai dire

B - E' uguale

P - No, è diverso. per essere uguale, come mimino, dovrebbe essere identico. Come minimo

B - Allora è diverso; e infatti io volevo dire che non è detto, non che è non detto. Non è detto vuol dire che non è fatto

P - No, per dire che non è fatto diresti: non è fatto. Invece dici: non è detto

B - E' uguale

P - No, non lo è. Ma comunque, cosa non è detto?

B - Non è detta l'ultima

P - Ah no? E come fai a dirlo? Come fai a dire che non è detta, se non è stata detta? Se non è detta nessuno la sa. Se nessuno la sa non esiste. L'ultima è stata detta, ed è quella che sai, quella che esiste. Quella che è fatta

B - Allora sai che ti dico? Mi hai convinto. Tutto è detto, quel che è detto e fatto. Ma tante cose sono non dette

P - Ecco, lo vedi, lo vedi che vieni al mio discorso?

B - Sì. A me sempre questo è, quello che mi fa stare un po' così. Le cose non dette. Che non sono mai delle cose precise, sono delle ombre

P - Sono delle pure possibilità. Vale la pena?

B - Cosa?

P - Pensare al possibilie quando c'è il detto, il fatto

B - Non so. Ma tutti ci pensano. Si chiama il senno di poi. Ne son piene le fosse

P - Sì, così dicono. E' un detto. Ma ti dirò di più: ne son piene le teste

B - Certo, si sa

P - Non tanto, non si sa, non si sa bene. Sai che ti dico? Ci ho ripensato completamente. Le cose non dette esistono eccome

B - E come? Dove?

P - Nelle teste, t'ho detto. E si accumulano, fanno tappo. Sono la materia prima della follia

B - Bravo, mi piace. E' già tanto riuscire a dire questo, prima di salutarci

P - No, perché ora io e te ci stringiamo la mano, voltiamo l'angolo, ciascuno volta l'angolo suo. E in quel momento vedrai che ciascuno di noi due capisce che c'è qualcosa di sospeso, un'ombra, qualcosa che esiste, una cosa non detta, tante cose non dette

B - E questo ci farà venire voglia di vederci e parlare ancora. E basterà fare così: parlare ancora. Non è così?

P - No, non basterà, perché ogni volta sarà uguale. Ogni volta un'ombra che esiste. Fino alla fossa

B - Ci dev'essere un'altra possiblità, Piòtr

P - Non pensarci

B - E' questa la possibilità? Non pensarci?

P - Non pensarci

E ci stringiamo la mano, e io vado, e Piòtr va, ciascuno dietro all'angolo suo. E io non ci penso, cammino e non ci penso. Arrivo a casa e non ci penso. Scrivo questo post e non ci penso.