domenica 31 agosto 2008


mi piace Tarantino, perché per far capire la serie non deve mostrarla; così il killer di Death Proof, è seriale ma lo è in un colpo solo, e al secondo colpo l'azione è già sventata, il killer è già fatto fuori, nel modo più immediato più stupido più prevedibile e, al contempo, più lento possibile. metà del film è un inseguimento; un inseguimento tra stuntmen, per giunta. anzi, fra uno stuntman e un gruppetto di stuntwomen spietate. 

è sufficiente mostrare due situazioni, l'una per certi versi speculare all'altra; è come un libro aperto alla metà: e da una parte c'è quello che serve a capire quel che c'è dall'altra parte. e il taglio è netto, e già questo taglio è sufficiente a rendere Death Proof un saggio sul cinema, arte del montaggio. ed è un saggio anche per il fatto di ripescare estetiche superate eppure indimenticate (anche se io di B-movie anni '70 non so niente); l'immagine sporca e ripassata, come la pasta del giorno dopo, è bella perché imita, perché plagia, simula il tempo trascorso, simula altre visioni, altri sguardi prima del nostro, altre critiche. e plagiando fa spiccare certi sapori e al contempo guasta qualcosa, si priva diciamo della possibilità di essere "classica"; in pratica è bruciacchiata, ma piace anche per questo.

e poi c'è una trovata fantastica, nella prima parte; c'è qualcosa che Aitor Ibanez (un giorno sentirete parlare di questo giovane catalano) mi fece notare anche in Volver, di Almodovar, una notte a Parigi: c'è l'effetto prima della causa. c'è la ragazza carina col naso acciaccato, quella con le gambe bellissime sciorinate sotto al temporale: e in queste immagini c'è il presagio della fine tremenda che faranno, in cui quei caratteri, quegli effetti -che sono anche "effetti" violentemente sensuali- diventano sensualmente violenti; c'è una terribile portata erotica nella morte delle giovani in Death Proof; c'è il parossismo di eros e thanatos. non c'è niente da fare, è così. c'è un compiacimento sadico, ma proprio sadico, di fronte al macello, alla carneficina. e non è più nemmeno finzione pulp, non c'è il comico a mezza bocca o la violenza secca che troviamo in altri film del nostro. c'è una grande serietà. l'istante della fine (del primo tempo) è mostrata due, tre, quattro volte da angolazioni diverse; il regista non vuole rinunciare ai dettagli, non si fa e non ci fa mancare niente. ci fa, anzi, affezionare a certi dettagli erotici, fino a che non li trasforma di colpo in dettagli orrorici.

e poi, dicevamo, le stuntwomen: il secondo episodio. anche qui c'è il saggio; un film sul cinema, d'accordo: ma tutti i film lo sono. e non è un film sugli stuntmen, o lo è di sfuggita, di cilecca; lo è per la quantità di mito e morbo che il ruolo di stuntman ispira, in un mondo, come il nostro e come quello di tarantino, in cui lo spettacolare, il cinematografico per eccellenza, sono prodotti oramai numericamente, con il computer. lo dice anche Kurt Russel nel film, che di imbecilli disposti a farsi male per realizzare la scena di un inseguimento non ce ne sono più tanti. anche qui, in questo film, c'è l'ausilio del mezzo elettronico, ma ciò non fa che aumentare la validità sempre ironica, sempre "comica" del saggio, che ha e deve avere un valore artistico assoluto. in questo caso ce l'ha.

il bello della seconda parte è che potrebbe essere identica alla prima e non lo è. potrebbe ripartire dalla prima e non lo fa. parte un po' per conto suo. parte dopo un taglio netto. altro stato, altre ragazze. stesso killer, intravisto fuori fuoco sullo sfondo di una tranquilla conversazione tra le simpatiche protagoniste. la fotografia non è più disturbata, riscaldata: qualche minuto di bianconero, poi di colpo il colore: ed è caramelloso, patinato come le riviste che impazzano tra le mani delle giovani donne-di-cinema/protagoniste. poi il colore si fa naturalistico; ma in effetti non cambia mai, è coerente. ciò che cambia, tra il prima e il dopo dell'episodio, è il luogo dell'azione; dall'autogrill alla strada pura e semplice, dal caramelloso al verismo.
in questo secondo episodio il gioco è subito rotto, l'azione del killer è sventata. la cosa bella è che per "fare" il film, per compiere la missione (subendola) le tre protagoniste lasciano "a casa" la quarta amica, colei che interpreta il ruolo dell'"attrice"; ed è -così- depredata, comicamente, di una vera parte. proprio lei.
Death Proof, si chiama il film: a prova di morte; il titolo si riferisce alla macchina. l'automobile a prova di morte, un'arma potentissima. e infatti il cattivo, dopo l'incidente finale, superstite, lo fanno fuori... fuori della macchina, a calci e pugni. cose buffe.
è buffo, quale che sia il messaggio. il messaggio è il mezzo, disse il tale.
a mio avviso questo saggio sul cinema, questo film bellissimo che è Death Proof di Quentin Tarantino, è un film... bellissimo.

venerdì 29 agosto 2008


la bell'alba degli dei dal tamburo.
in cucina mi attende il secondo caffè, dopodiché giù nell'umido del bunker. non penso di aver mai toccato la mia batteria prima delle 9 di mattina. chissà l'effetto sul timpano vergine.
vado che è già tardi.
lo sconsiglio di oggi è: eliminare gli aggettivi.
au revoir.

(nella foto: la batteria di higuerra al vittoria beach)

giovedì 28 agosto 2008

mi viene il sospetto che il mio problema siano le parole, e lo siano sempre state. cioè, che il mio groviglio sia tutto un fatto di afasia. si direbbe che l'afasia sia piuttosto un sintomo che una causa?
non è detto; non ricordo chi sosteneva l'identità di linguaggio e pensiero. ma qualcuno la sosteneva, e io la sosterrei con lui. e quando due termini sono identici non sono tra loro legati -credo- da alcun rapporto di causa ed effetto. non è così?
il problema è non riuscire ad esprimersi, a trovare le parole adatte. salvo rari casi.
quando leggo i post degli altri, ad esempio, ho la sensazione che sapessero esattamente cosa dire prima di mettersi a scrivere. io non lo so mai, io parto e vado. e se questo metodo funziona in un post, nella vita no, non funziona.
è vero che ho sostenuto circa 40 esami universitari nella mia vita; ma è anche vero che ci ho messo 800 anni a sostenerli.
parlare, scrivere, trovare le parole, riempire gli spazi, comunicare, comprare il pane, chiamare qualcuno per nome o per l'appellativo adeguato (papà, mamma, zio, nonna) per me è sempre stato faticosissimo, impossibile. cerco e trovo sempre nomi alternativi per le persone che mi  circondano, e taluni (nomi) attecchiscono talmente bene sui destinatari da farne dimenticare -o quasi- il nome di battesimo al pubblico e a loro medesimi.
non so parlare, non so scrivere. sono incartato, non riesco ad esprimermi. e, quel che è peggio, tra due mesi scarsi ho l'ennesima scadenza per la consegna del malloppone-tesi.
devo salvarmi da cotanto melodramma, cambiare il corso di una storia ridicola che mi condanna alla condizione di laureando a tempo indeterminato. U. Eco, nel suo celebre libro "come minchia si fa una cazzo di tesi di laurea di merda" dice che la mia sindrome è diffusa, e che si tratta di un alibi per tante viltà.
non so cosa passa per la testa al mio inconscio, ma io giuro dinanzi a questa corte, poggiando il palmo della mano destra non già sulla bibbia ma sul dvd di carmelo bene che ho qui sulla scrivania, giuro, dicevo, che non ho paura del dopo e che invero non ne posso proprio più di questa situazione che oserei definire "noiosa".
contribuite alla causa con qualche insulto, please.

sabato 23 agosto 2008

Opere ibride di teatro e cinema attendono meet- up creativo tra ideatori finalizzato a ciò che tu ben sai...

... Quando vuoi, ripeto: quando vuoi!

Pace e bbuono.

venerdì 22 agosto 2008

sarà l'ottimismo a suggerirmi certe cose. ma come sempre, in ogni suggerimento io vedo il suggerimento di un suggerimento, così come in ogni cosa vedo un duplice rimando, un qualcosa di spiroide, una doppia mandata, un'eco di quella cosa.
e quindi nell'ottimismo, sono ottimista. e mi suggerisco la cosa seguente: cioè che: se ho perso tanto e tanto prezioso tempo a non far nulla di interessante nel corso della mia sinora breve vita, c'è un motivo; e il motivo in quanto motivo è una ragione, per un fatto di sinonimia. e la ragione in quanto ragione è una giustificazione, per un fatto semantico, laddove ragione oltre che motivo è anche ratio. e oso che ratio sia giustizia. e la ragione del non far nulla è nella fede dell'estemporaneo. l'ottimismo, oggi che sono ottimista, mi suggerisce che, essendomi io mostrato a me medesimo -in vari frangenti della mia sinora breve vita- in grado di gesta estemporanee ed efficaci, sono capace, anche per i giorni a venire, di gesta estemporanee ed efficaci.
ci ho pensato oggi mentre scrivevo pagine stracce di questo libro un po' inutile, ma bellissimo, che sto scrivendo.
ad un certo punto ho preso a versare giù inchiostro virtuale sulla pagina bianca, e mi son ritrovato a dire (ancora non me lo spiego) cose persino sensate intorno ad un argomento -quello appunto del mio nuovo libro- che, per interessante che sia, divulgandosi non modifica in modo sensibile l'andamento delle cose su questo pianeta (e questa insufficienza, per una bestia ibrida come me, è una cosa non dico grave, ma gravissima sicuramente sì).

Così parlo di me nel mio ultimo libro:

La propensione, la ricerca volta al funzionamento del testo, lo spinge ad agire dall’interno. Il testo, di conseguenza, in lui non agisce secondo un andamento organizzato dei materiali, non è volto ad una espletazione crono-logica delle proprie funzioni. La funzione è individuata ed elaborata, nel nostro autore, per quelli che sono i suoi aspetti, diremmo, sincronici. Ciò è ravvisabile non soltanto nello scardinamento della diacronia,  della marco-sintassi filmica, del climax, in una parola: della narrazione. La sincronia è anche nel trascurare, camuffare, sfigurare, denigrare la forma dialogica e con essa ogni elemento di contiguità, a favore di un approccio, di una necessità, di una modalità rappresentativa fortemente “simultanea”. Lo svisceramento del nucleo del testo ha a che fare con quello che molti critici, a partire da D., definiscono l'amputazione degli elementi di potere, che al nostro autore occorre nella sua maniera di mettere in scena i drammi elisabettiani.  Il dialogo stabilisce inevitabilmente una gerarchia, quindi va soppresso.

Agire dall’interno, rompere il gioco narrativo e interpretativo per svelarne il senso “fermo”, per mostrarne il motore; sospendere il tragico, come scrive un suo contemporaneo: «Una azione fermata nell’atto abortito è quanto m’è piaciuto definire sospensione del tragico. È così che, grazie all’interferenza di un accidentaccio, la surgelata lama del comico si torce lancinante nella piaga inventata tra e pieghe risibili-velate della rappresentazione del teatro senza spettacolo. Annientamento erotico.»

Mostrare sostanzialmente il divenire del testo, così come C. alludeva a trasformazioni, per così dire, bidirezionali. Il nostro autore addita, una volta estirpato il nucleo e soppressi gli elementi di potere, la possibilità di procedere in una direzione qualsiasi, pretestuosa o arbitraria. Ma poi non procede proprio affinché l’atto resti in potenza, o procede in modalità minore.

L’ipotesi è che lo faccia per avere a disposizione non un testo da interpretare, citare, recitare, variare, dissacrare, distruggere: ma per avere un luogo, una chora, un ricettacolo, una partitura aperta o una cavità in cui far risuonare la phonè, in cui muoversi ed esprimersi senza vincoli, senza inibizioni, senza tabù. 

(Luca Gaigher, Lupus in fieri, autoedizione 2008)

domenica 17 agosto 2008

il professore non fu un assistente.
di professore vero si trattò.
niente più esami, niente più niente,
più niente più.
niente più niente uguale trenta, sto.
pochi residui (per ora) di quel dì che fu.

un dì, dico bene, dico, un dì, un giorno solo, un solo giorno è trascorso dall'inizio, che portò, nell'aula uno, piazza della repubblica, roma, italia, ad un passo e dico uno da via parigi, portò, dicevo, il nome, per curioso appunto, di parigi. così si chiamava la prof del mio primo esame. e così si chiama la prof della mia tesi. e si tratta della medesima prof.
ma dai?
parigi, parigi, che piove.

e quindi ora che quel giorno, uno, è trascorso, Bene!, possiamo dedicarci a scoprire, capire, abitare, vivere, pensare, agire il nuovo giorno e trovarne, come fosse una porta, trovarne, dicevo, la chiave, come fosse una porta -che porta!- che porta al domani, che è un giorno nuovo ancora. e fuori di sofisma direi che in fin dei conti sono stanco di quelli che dicono che il tempo non esiste e che l'hanno inventato i cazzo di uomini per sistemare certi guai, perché invece il tempo esiste quanto è vero che siamo uomini, e se il cane il tempo non lo capisce perché è cane, affari suoi, noi uomini il tempo lo capiamo. argo riconosce ulisse, mi ha suggerito bak, riconosce ulisse, dicevo, perché per lui, per argo, il tempo non esiste, è cane lui, e il cane la cognizione del tempo non l'ha, il cane, argo. ergo: il genio del poeta, soprattutto laddove un poeta non è un uomo, ma un mito egli stesso, un turbine, una confluenza di idee, l'opinione pubblica, uno stato di necessità, uno stato di cose, uno stato di diritto, una repubblica democratica, non un uomo, quindi, ma tutt'al più una donna. e forse nemmeno greca.

grecia più parigi uguale adel.
la birra greca la vende, tra gli altri, adel. che se non ho capito male è portoghese. tra gli altri, lui la vende. ma io gli altri non li conosco, io conosco adel. e vado da adel. che fa rima con grange aux belles, anche se dalla grafia non si direbbe, grange aux belles, che è la via dove il bar di adel si trova.
niente rima per gli occhi: ecco il fascino del francese: una lingua estremamente sintetica, io trovo, quando si esprime sul metro o al mercato. una lingua ricca -nelle sue formule gergali più en vogue, almeno nella capitale- di abbreviazioni a volte eccessivamente vezzeggiative:

macdo (nald's)
resto-u (ristorante universitario)
fac (abbreviazione di facoltà nonché sineddoche di università)
science po (scienze politiche)
p.q., ovvero pécu (papier cul, carta culo, volgarmente detta carta igienica)
metro
grec (sandwich grec, ovverosia panino con gyros)
gars (garçons, ragazzi)
manif (manifestazione)
tante altre che al momento non ricordo

e una lingua che secondo me abbrevia perché soffre dei suoni scontrosi e reclamistici che ha, e della grafia prolissa e mnemonica, piena di esse non dette ma pensate, e di altre consonanti e vocali che subiscono la stessa fantasmagorica sorte. non detti che si accumulano e generano, giù nell'inconscio della lingua francese, tutta una serie di patologie:

baudelaire
zidane
sarkozy
rimbaud
il surrealismo
mallarmé
napoleone bonaparte
corbière
villiers de l'isle-adam
verlaine
carla bruni
monica bellucci
moët et chandon
p à p
la banlieue
le neuf-trois

fine primo tempio

martedì 22 luglio 2008


ho scoperto che quel film l'hanno già fatto. vedi cosa succede a pensare e non agire? ci hanno già pensato, a fare un film intitolato La notte prima degli esanimi. Un documentario sul b-movie, forse, non so. Non mi interessa. L'idea è tutta nel titolo, per quanto mi riguarda. Io, un titolo così, l'avrei usato per una parodia del film di Romero. Anche se non ho mai finito di vederlo.
Ad ogni modo è ora di imbracciare di nuovo la mia vecchia mini dv e girare qualcosa.

Anche perché ci siamo, è la notte prima del mio ultimo esame universitario.
Perdonate la reiterazione del tema, dunque.
Ecco, vedete? Sono già diventato più responsabile, ho ricominciato a scrivere le maiuscole dopo il punto. Ho perso il vezzo brizziano, sono già un po' meno tardo-adolescenziale.

A dispetto del titolo, qui non si prova alcun terrore. C'è un vago lezzo di attesa e mi sento complice al tempo, vorrei abbracciarlo come un fratello ritrovato e invitarlo a bere qualcosa insieme. Il programma per metà mi scivola via anzitempo dalle meningi, non esauste ma ironicamente appagate. Pensa, mi dico, pensa se poi l'ultimo esame non lo passo.
Certo, non sarebbe simpatico, il fatto. Ma non mi interessa più nulla, ed è quello che mi accade sempre quando mi siedo dinanzi al professore, che il più delle volte è l'assistente. Mi accade che non mi interessa più nulla di come va e come non va, di quello che so e non so, siamo lì io e quel tipo, e io devo raccontargli qualcosa.
E non posso fare a meno di pensare ogni volta, che questo sia un fatto ridicolo. Ogni volta mi viene la tentazione di montare sulla sedia in piedi come un bambino che recita la poesia di Natale, ma con un'aria ben più esasperata, sbracciandomi, e dire: 

ma è mai possibile? io capirei se si trattasse di istruire lei, e tutti voi, su qualcosa che non sapete. ma se invece il mio ruolo, ora, è raccontare a uno sconosciuto qualcosa che sia io, sia lui, sappiamo -chi più, chi meno, beh, è un bel ruolo di merda, poco affascinante, e francamente ridicolo. ogni volta così, questa farsa, le gesta meccaniche, uff!

Ma poi ci penso e mi dico che in fondo non c'è niente di male. Ad oggi la situazione stressante è l'unico mezzo attraverso il quale, nella nostra galassia, gli esseri viventi sono capaci di evolversi.
Scendo dalla sedia. Mi rimetto al mio posto, incomincio: dunque...

Non so se avrò genio di scrivere nei prossimi giorni.
Ma di sicuro prima o poi si saprà com'è andata a finire.
l'angolo di higuerra

non piango le notti in albergo, quando ad esempio dimenticavo gli occhiali a casa ed erano cazzi amari, a passare la notte con le lenti a stretto contatto con gli occhi, tutta una notte, davanti al pc, o dietro al pc dal punto di vista dei rari avventori, che talora erano persino rapinatori.
per non parlare di dormire sulla branda, che oltre ad essere scientemente concepita per provocare seri problemi posturali agli utenti, conciliava il sonno poco e niente. e con le lenti, poi, se disgraziatamente ti assalta il ghiribizzo di farti un sonno, ti svegli con gli occhi di vetro come un gufo impagliato.

ma mi rimprovero di scrivere sempre in modo dissennato e cattivo, inutile, lontano da un obiettivo qualsiasi, e non si tratta nemmeno di arrendersi allo stile, il quale non solo non mi riguarda, ma se mi riguardasse sarei spacciato, perché nel modo in cui scrivo di stile ce n'è poco, e c'è forse solo un'esigenza pazzesca di rifiutare le parole che si accumulano in un bolo informe e non digesto, come nella pancia del gatto a forza di pulirsi il manto con la lingua. che abitudine schifosa. io se mi ritrovo un capello nella pasta non mangio più non solo il contenuto del piatto, ma nemmeno quel formato di pasta e quel genere di condimento per i successivi sette otto mesi. capito?

ora accade che sto preparando, o meglio impreparando, l'ultimo esame della mia carriera. mi viene da ridere per due motivi: il primo è camuffare il pianto, il secondo è leggere che un fottio di mesi fa, ben più di un anno, ero alle prese con problemi analoghi di tesi insolute e carriere universitarie interminabili.

c'è chi mi consola dicendo che in tutti questi anni ho comunque vissuto, ho fatto cose, ho viaggiato, ho visto gente.

certo, va bene. tutto sta nello stabilire, una volta per tutte, che cosa conta per te nella vita, e cosa invece non conta. e al di là del fatto che chi lo capisce è in gamba, c'è da dire che siamo in molti a non avere il tempo di porci siffatta domanda, perché da un giorno all'altro ci si impone l'urgenza, per dirne una, di lavorare.

vado a dormire, non mai perché merito il riposo, ma perché sono stanco di dire cazzate.

domenica 20 luglio 2008


smarrire il vizio del fumo non ti fa automaticamente guadagnare tempo.
almeno non immediatamente. ma può portarti a farlo. a guadagnare tempo, intendo.
perché -quando non fumi- prima o poi devi trovare qualcosa da fare in quei momenti che -quando fumavi- sacrificavi al fumo.
accade che bevi un caffè. e poi? e poi niente, una specie di vuoto mentale, un fermo immagine. la voglia di un altro caffè. prendi un altro caffè. e poi? e poi basta.
puoi fare tre passi sul posto, riflettere, sonnecchiare, ammesso che ti riesca di sonnecchiare dopo due caffè. puoi fare quello che ti pare, ma quel vuoto lì non puoi colmarlo, ed è questo il bello: impari che quel vuoto non deve esistere. che in sostanza non esiste.
la pausa (ops, stavo per scrivere "paura") non ha più ragione di essere. e (infatti) se svanisce la pausa svanisce anche la paura. la paura di restare senza una sigaretta in bocca, senza quell'amara specie di pisello da succhiare. la paura di restare senza un fido compagno di nulla tra le dita. ma non solo. la paura di non sapere cosa fare quando finisci di fare qualcosa.
e allora arriva un giorno, si spera, in cui dopo la pausa pranzo, la pausa caffè, la pausa pausa, arriva la pausa niente. e la pausa niente è difficile contemplarla. è un qualcosa che ti pesa e che non puoi tollerare, che devi sopportare e non puoi sopportare.
sì, perché giorni fa una persona mi ha detto che se devi sopportare qualcosa, significa che quel qualcosa è insopportabile. non ci avevo mai pensato, e mi sembra una considerazione molto lucida.

la pausa niente è insopportabile. la pausa niente mi costringe ad alzarmi, a fare qualcosa, a farmi una doccia, a prendermi tutte le pause possibili. ma tanto non si sfugge. prima o poi, se non fumi più, ti si impone la pausa niente.
e io allora scrivo un post.
tu invece preferisci fumare, e per quanto la cosa mi faccia francamente ribrezzo, io ti capisco.

mercoledì 9 luglio 2008


giusto due righe. mi chiedo cosa mi spingesse a scrivere tanto, un tempo. sarebbe più onesto chiedersi per quale ragione ora non scrivo quasi più.
che cosa mai m'abbia tolto la voglia di fissare le mie stronzate su un supporto qualsiasi.
una risposta non me la do, e non mi interessa averla.
se apro la finestra per meno di metà, arrivo già a scorgere il cielo oltre il tetto dei palazzi che dirimpettano stanchissimamente la camera rossa. sono orgoglioso di un patio tanto decrepito e scrostato. mi è sempre piaciuto il fatto che le saracinesche bleuette che vedo da qui abbiano il colore del cielo al crepuscolo; così, quando il sole è calato, pare che il palazzo di fronte al posto di tante finestre chiuse abbia invece dei buchi geometricamente organizzati per guardare attraverso la facciata. e se quello che si vede oltre è il cielo del crepuscolo, allora il palazzo di fronte è persino monodimensionale. l'illusione è dove le finestre sono aperte e quello che scorgi sono le interiora delle case, con la gente in mutande che sa di essere vista, come i personaggi della tv. è per questo che non ci credo. credo solo a quello che vedo al crepuscolo, quando la luce inizia a scarseggiare e sei costretto a lavorare di fantasia. quando il sonno è un dilemma lontano. quando la gente in mutande è rischiarata dalle lampade di casa.
allora ti viene il sospetto che si tratti di andare a vedere cosa c'è dietro quella facciata di palazzo. se c'è davvero solo cielo e crepuscolo.
vado.
vado a vedere se trovo qualcosa che mi obblighi a scrivere ancora.

mercoledì 2 luglio 2008


va a spiegare alle zanzare che il mio sangue non è dolce.
mi circola in circolo troppa troppa nicotina.
però c'è un momento in cui insceni un qualcosa, e quel qualcosa, per il fatto stesso d'esser stato inscenato, esiste.
insceni di aver smesso di fumare, e il rituale da sé vale aver smesso, salvo ricominciare.
quando sono entrato in casa -dopo aver buttato al secchio per autoprotesta un pacchetto nuovo nuovo di drum giallo - sulla mensola all'ingresso c'era un pacchetto di marlboro. non era mio, ma di mio fratello. che da poco ha incredibilmente ricominciato. marlboro rosse da dieci. 
mi assale un istinto cleptomane. non è certo per sdegno della cleptomania o del rubare che evito di rubare una sigaretta dal pacchetto. ho smesso, e finché dura fa verdura.
però questa cosa, il fatto che mio fratello abbia incredibilmente ricominciato, mi suggerisce subito una cosa.
e cioè che il demone lo puoi cacciare se fa troppo chiasso e hai bisogno di un po' di silenzio per studiare, per leggere, per lavorare, per concentrarti. ma prima o dopo il demone torna, e assume le sembianze che crede.
e tu sai quanto me che il demone ti piace, perché sa farti compagnia come nessuno. perché è l'unica cosa che sappia nutrirsi della tua solitudine e ridartela indietro sotto forma di profumate veci di autostima.
e non è le sigarette, né il caffè, né la birra - il demone.
è il demone di quando vuoi vedere le cose in un altro modo. uno può smettere di fumare anche per sempre, volesse il cielo. ma il demone resta e in qualche modo prima o poi si manifesta.
ma il demone resta, e in qualche modo prima o poi si manifesta.
ma il demone resta, e in qualche modo prima o poi si manifesta.

venerdì 13 giugno 2008

B O D Y K R A F T

martedì 10 giugno 2008

Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:00)
vengo x il sugo giovedì
sweet home yellow house dice: (13:18:06)
bee
sweet home yellow house dice: (13:18:07)
bene
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:26)
vado a mangiare
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:32)
ah gruz
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:39)
rimedio 1700 euro e me opero
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:44)
è deciso
sweet home yellow house dice: (13:18:52)
agli occhi?
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:54)
si
sweet home yellow house dice: (13:19:07)
bravo, fai da cavia, mi dici com'è e poi vado io
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:12)
...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:14)
grazie...
sweet home yellow house dice: (13:19:35)
ma prima devo fare un'altra operazione perché ho la cornea assottigliata
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:41)
cmq pare che l'uso delle lenti a contatto provochi un assottigliamento della cornea...meglio farlo subirto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:42)
...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:44)
azz...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:52)
ma che c'avemo il cervello wireless?
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:55)
anche io
sweet home yellow house dice: (13:19:56)
ehehe
sweet home yellow house dice: (13:20:01)
troppo tardi
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:05)
eheh
sweet home yellow house dice: (13:20:14)
dopo l'estate cmq
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:20)
io forse sto ancora in tempo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:25)
si, tra ottobre e novembre
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:35)
io mio oculista è forte assaje
sweet home yellow house dice: (13:21:42)
il mio prima faceva il pizzaiuolo e ha fatto pratica tagliuzzando zucchine in fette sottilissime
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:21:54)
mmm...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:21:59)
è più forte il tuo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:22:38)
ma il mio però ha fatto il marines, ha fatto pratica affettando gli iracheni col laser dal Minnesota in fette sottilissime...
sweet home yellow house dice: (13:22:40)
opera con un coltello da cucina miracle blade
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:22:57)
il mio con la spada di Skywalker
sweet home yellow house dice: (13:23:06)
certe cose le fa a mani nude
sweet home yellow house dice: (13:23:15)
ti estrae il bulbo con un cucchiaio
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:23:16)
si ma quando siete soli, vero?
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:23:28)
il mio lo fa con uno scappellotto
sweet home yellow house dice: (13:23:39)
e je dà un'aggiustata a colpi di lima
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:23:48)
il mio usa la grattuggia
sweet home yellow house dice: (13:23:56)
poi se non va bene manda l'occhio in germania
sweet home yellow house dice: (13:24:03)
e te lo rispedisce a casa come nuovo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:03)
alla zeiss?
sweet home yellow house dice: (13:24:19)
il guaio è che te lo devi rimette da solo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:32)
il mio in genere ci alita, lo lucida sul maglione e te lo lancia
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:40)
se lo prendi al volo fà lo sconto
sweet home yellow house dice: (13:24:47)
se non va bene ti danno un occhio di gomma, tipo pallina rimbalzina
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:53)
kakaka
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:03)
io preferisco le palle da golf
sweet home yellow house dice: (13:25:16)
bella quella del maglione
sweet home yellow house dice: (13:25:23)
glielo devo dire al mio
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:25)
eheh
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:38)
lascia perde, mo è estate, col cotone funziona male
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:44)
con la lana si elettrizza
sweet home yellow house dice: (13:25:44)
ah ok
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:49)
è molto più divertente
sweet home yellow house dice: (13:25:57)
poi se proprio tutto va male
sweet home yellow house dice: (13:26:08)
ti da un paio di occhiali con gli occhi finti e un pastore tedesco
sweet home yellow house dice: (13:26:14)
tutto compreso nel prezzo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:19)
il mio è più bravo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:23)
ti aiuta a dimenticare
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:30)
ti dà il sanbernardo con la fiascetta
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:36)
fiaschetta
sweet home yellow house dice: (13:27:18)
e poi c'hai l'abbonamento a tutte le serie derrick radiofoniche
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:27)
no...mitico...
sweet home yellow house dice: (13:27:29)
senza pagare il canone rai
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:29)
io no...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:32)
azz...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:34)
hai vinto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:52)
il mio però...ce l'ha enorme...
sweet home yellow house dice: (13:28:02)
il mio è bisex
sweet home yellow house dice: (13:28:07)
e s'è operato da solo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:28:16)
...e ti giura anche che non ti farà male, poi quando urli però ti dice che ti ama
sweet home yellow house dice: (13:28:36)
il mio è nonvedente dalla nascita
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:28:42)
kakaka
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:28:53)
il mio laureato a roma3
sweet home yellow house dice: (13:29:04)
il mio via internet con cepu
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:29:17)
il mio è abbonato a topolino
sweet home yellow house dice: (13:29:36)
il mio a playboy versione braille
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:29:43)
grosso...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:30:00)
il mio si faceva di eroina, poi ha scoperto gli acidi
sweet home yellow house dice: (13:30:15)
il mio si faceva di acidi, poi ha scoperto le basi e ora fa hip hop
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:30:33)
...il mio...legge moccia...
sweet home yellow house dice: (13:30:45)
il mio legge biagi, è cococo
sweet home yellow house dice: (13:30:52)
in scadenza di contratto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:30:52)
KAKAKA
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:06)
hai vinto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:15)
con questa hai vinto e vado a mangiare
sweet home yellow house dice: (13:31:18)
bravo
sweet home yellow house dice: (13:31:23)
e mi raccomando
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:23)
ma questa conversazione finirà sul blog
sweet home yellow house dice: (13:31:26)
OCCHIO
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:30)
OCCHIO
sweet home yellow house dice: (13:31:48)
attendo la pubblicazione
sweet home yellow house dice: (13:31:49)
cià
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:32:18)
sarà fatto, magno me faccio e torno. Cià.

sabato 7 giugno 2008

H A N D K R A F T

lunedì 2 giugno 2008

Vorrei perdermi nei meandri dei piani superiori di un campus universitario e con sorpresa scoprire di aver invano cercato uno spazioso bagno per disabili, quando inciampando in uno sguardo di giovane donna mi debba accorgere di aver interrotto una lezione di patafisica in aula magna.
Ogni sguardo su di me è una epistemologia della complessità.
Quando succederà?

O<-<
del blog la gente fa spesso un uso privato; oserei dire riservato. sembra un paradosso perché si scrive per un pubblico e ci si augura che esso pubblico sia il più vasto possibile.
allora accade una cosa: accade che uno scrive confessioni travestite da romanzo, da inchiesta, da riflessione mezza letteraria sui massimi e medi sistemi. oppure, che so, c'è una grossa componente di censura, si tagliano le scene più crude, i sentimenti più scomodi, insomma le cose di cui ci si vergogna un po'. ma resiste la voglia di parlarne, e lo si fa come si può.

il tema di stasera sono i rapporti di coppia.
i rapporti iniziano, crescono, mutano, si evolvono, involvono, si deteriorano, si risanano, spesso -a un certo punto- si concludono. tante sono le variabili che ne determinano l'andamento, la riuscita o il fallimento, la stabilità o la fragilità, la bellezza o la fine.
un rapporto che si conclude non sancisce per forza un fallimento. ma a volte è così, si fallisce, a volte.

io qui stasera parlo di un rapporto astratto, che astrattamente si conclude, e concludendosi fallisce del tutto. questo è il caso che ci interessa stasera.

la cronistoria del rapporto astratto non ci interessa. ci interessano i modi in cui si reagisce al fallimento di un rapporto.
si può pensare di aver sbagliato tutto; si può pensare che "l'altro/a" abbia sbagliato tutto. si può infine saggiamente pensare che entrambe le parti coinvolte in un rapporto di coppia abbiano sbagliato qualcosa.
è facile dire: tu hai sbagliato tutto, ed è forse ancora più facile ammettere: io ho sbagliato tutto.

la cosa difficile, io credo, è dire: tutti e due abbiamo sbagliato qualcosa. magari non ha senso parlarne, tornare sui nostri passi, ma va detto che tutti e due abbiamo sbagliato qualcosa.

è facile dire: tu hai distrutto tutto, ed  è forse ancora più facile ammettere: io ho distrutto tutto.

ma la verità sta esattamente nel mezzo: tutti e due abbiamo distrutto qualcosa. due persone che distruggono un rapporto umano sono complici in un delitto. non capirsi, non riuscire a limare gli spigoli, ad accorciare le distanze, è delittuoso. lo è soprattutto quando una storia è finita e c'è bisogno di ristabilire la propria dignità e ribadire l'amore verso l'altro.

un amore che non è voglia di tornare indietro e fare finta di niente, ma semplicemente voglia di opporsi alla forza ingiusta e nefasta che porta a trarre conclusioni definitive su di sé e su un altro essere umano.

una storia può finire per sempre, e può essere giusto così. ma, io credo, se si smarrisce per sempre il bisogno di rimettersi in discussione, allora si smarrito un bel pezzo di sé.

io questo pezzo di me non voglio smarrirlo. accetto l'indegna conclusione di una storia ma mi rifiuto di pensare che due persone, quando non stanno più insieme, continuino ad essere per sempre, l'una per l'altra, del tutto sbagliate.

giovedì 29 maggio 2008


Ad alcuni il caffè piace freddo, personalmente trovo la cosa decisamente disgustosa. Il caffè è gradevole se servito fumante, ben zuccherato e seguito dalla fragranza di una sigaretta. Visto che oramai abitiamo attaccati, se riuscissi a dirmi quando passi potrei farti trovare un buon caffè bollente in quattro e quattr' otto, caro higuerra.

Ti abbraccio e mi sbraccio, a priest!

p. s. : a proposito, sapreste dirmi chi vincerebbe un duello pisello- a- pisello tra un nano ed un etiope?

martedì 27 maggio 2008

è che c'ho il vizio dell'avanguardia, mentre il mondo reclama penne potenti e sobrie, come Fenoglio, Hemingway, che so, Rossellini. Vorrei saper citare ragionevolmente qualche pittore, o magari un architetto. Ma esiste un'architettura realista?
Il realismo è la più narcisistica delle tendenze artistiche, ce lo dice il nome che porta. Il simbolismo, l'iperrealismo e tutti gli ismi storici ed eccellenti sono modesti perché ci parlano d'altro. Ma il realismo ha un autentico potenziale distruttivo, corrotto. Il realismo devia, scoraggia, inneggia al martirio, alla reticenza subdola, all'inganno puro. Non svela nulla perché si arroga la capacità di svelare. Svelare di che velo? E' lì il punto, il realismo insinua che ci sia un velo e che questo velo non va squartato. Devi guardarci attraverso.
Invece Fontana, poverino, taglia una tela; Dalì e Bunuel ci si mettono in due a squartare un occhio di gomma. Tapini. 
Rossellini, però, dice: io non squarto nulla. E dicendolo sa che noi pensiamo: ma come, non squarti tu forse il velo? Rossellini risponde: il velo c'è ma non va squartato; in quanto velo ti dà modo di guardarci attraverso.
L'artista onesto sa che il velo non c'è, e rinuncia all'arte. L'arte non è per gente onesta, perché da sempre colma gli occhi squartati e svuotati dei collezionisti e ne vuota le tasche piene. Perché da sempre è asservita ai potenti.
Ma sia chiaro che io non ho nulla contro i potenti. I potenti hanno l'onestà di portare avanti la legge del Cosmo: il cosmo è votato al disordine, un voto è dovere, un dovere è legge per sé e per ogni cosa che vi si opponga.
Non penso una sola parola di quelle che ho scritto.

sabato 24 maggio 2008

Nuovo post.
anche se le idee sono scarse. e se mai ne fiorisse qualcuna improvvisa, urgente, necessaria, inesorabilmente chiuderei questa finestra e rimanderei, ancora una volta, il mio nuovo post. e andrei a stendere un nuovo paragrafo della tesi. lo stenderei con un destro secco. ma non so dare i pugni, e mi farei un po' male alle nocche. è scritto nel mio ruolo, che io non sappia picchiare. forse imparerò a farlo verso la fine, come il padre di martin seamus mcfly in un film che tutti, per fortuna, abbiamo visto più d'una volta.
ma posso dire con una buona dose di certezza che questo non avverrà. cioè, l'idea urgente non si presenterà. ne ho la certezza.
anche se il mondo, mi hanno detto di recente, va per i fatti suoi. pare che assumere una simile consapevolezza abbia il potere di salvarci da certe nevrosi. in buona sostanza ci si può difendere dall'inesattezza del cosmo soltanto se la si accetta. ma non è inesatto il cosmo, mi hanno detto anche, è inesatto il nostro modo di incastrarci col cosmo. inesatto, poi, rispetto a quale esattezza? questo è ciò che scivola davvero. ecco il buco nero.
è lì che sorge l'esigenza di scegliersi con cura un'orbita. il buco nero c'è, e lo so. devo tenermene alla larga.
ma scusa, come si fa a non subirne il fascino magnetico? chi non desidera il rischio di finirne risucchiato? è la pulsione di morte, in cui degenera il principio di piacere.
il mondo va per i fatti suoi.
io so' io e voi non siete un cazzo, sintetizzava un altro noto personaggio del cinema.
ma è la premessa che è sbagliata: io so' io. eh no, questo non è vero.
io non sono in grado di fare un'affermazione tanto audace. io non sono io.
io è un altro? no, neanche. sarebbe fin troppo semplice.
e allora che?
allora tu sei tu. questo è già qualcosa. tu non sei me.
né mai lo sarai.
per qualcuno questa conclusione è fonte di comprensibile angoscia. per qualcun altro è, inspiegabilmente, la solida base di un ottimismo durevole.
non è difficile capire quale sia il mio pensiero al riguardo.
lo scacco dell'identità a volte ti piomba oltre lo specchio. e finisce che tu, accipicchia, diventi me. è così che il mio corpo si difende. e una volta trapassato il cristallo hai voglia a tentare di tornare indietro. è difficile, è difficile. ti scontri con la durezza della superficie. a piombare dall'altra parte non ci vuole niente; a tornare indietro, ah, è una parola.
ecco il punto di non ritorno.
ma prova che ti riprova la soluzione arriva, spontaneamente. craniata dopo craniata lo specchio si spezza, cade, si frantuma. e che fai, lasci i frammenti a terra? prendi una scopa e raccoglili, gettali via. se fai la raccolta differenziata avrai cura di farli recapitare al contenitore del vetro. altrimenti li imbuchi nella casella "per tutte le altre destinazioni"

giovedì 8 maggio 2008

grazie per il meme ma non intendo continuare la catena.
non credo di meritare alcun riconoscimento, il mio blog è fermo da un mese, non mi passa niente per la testa, il pubblico -salvo chi mi mema il meme- mi disconosce.
è che le settimane durano meno dei giorni, e i giorni meno delle ore. le ore, poi, sono rapidissime, quasi più rapide dei secondi, i quali, a ben guardare, vanno assai più lenti dei minuti.
come quando si aspetta l'ascensore. nove piani sono tanti; la legge della bestemmia vuole che l'ascensore sia sempre al nono, quando lo chiami da giù.
nono, meme. mamma, papà. pappa.

ultimamente mi si è posta in più occasioni questa domanda: ma tu che vuoi?
mi si è posta da sé, spontaneamente, e me l'hanno posta dal di fuori. io me la pongo quando, vagheggiando quale arcaica chiatta e felice tra budella di labirinto, mi ritrovo di volta in quando giusto di fronte ad una parete di marmo da tavola lustrata a specchio. Ma tu, che vuoi?
se la domanda me la fai tu rispondo col silenzio, guardandomi le scarpe. scarpe di marmo lustrate a specchio.
insomma alla fine l'esigenza è sempre quella di riconoscersi. riconoscersi in qualche cosa, poter dire: quella cosa lì sono io. non soltanto quando ci si ammira allo specchio o ci si guarda le scarpe. io sono anche la tesi su carmelo bene, nata stanca. ma si può essere qualsiasi cosa: un pallone, una bambola, un film, un animale della giungla, un lampadario, un disco, persino un'altra persona. o un gruppo di persone. se non si è in grado di riconoscersi ci si può sempre accontentare di essere riconosciuti.
fine del siparietto psicanalitico.
non credevo che questi biscotti fossero così buoni. li ho ignorati per tutta la vita, e invece sono buoni: che equilibrio, che consistenza! e col latte si comportano egregiamente.
questo era solo per riscaldarmi un po' le dita.

mercoledì 9 aprile 2008

sta per concludersi la mia ultima notte in albergo.
non sono le 3 come indicato in fondo al post, sono le 6.30 circa.
ho provato a dormire, prima, ma non ero convinto, il tentativo non è andato a buon fine. la branda è scomoda, non avevo sonno, mi vengono le smanie alle gambe, preferisco aspettare il letto vero.
sono sei mesi che lavoro qui. sei mesi meno una settimana. venerdì il contratto scade, vado a casa. ma non è una triste vicenda di precariato, è una scelta precisa. potevo lavorare sino ad ottobre, e invece no, c'è la tesi. sono uno studente mongolfiero. viaggio senza meta a bordo di quel pallone aerostatico che è l'università. il tempo che passa è l'alta quota, e mi dà le vertigini, mi viene la nausea; la tesi è una zavorra, una sacca che io stesso devo riempire di vomito perché il pallone non voli troppo in alto.

ieri mattina nel darmi i cambio R. mi confessava il dispiacere per la mia dipartita e le mille perplessità verso colui che dovrà sostutuirmi, A.; un personaggio discutibile, un po' penoso, costui; le prime volte ci veniva la madre a battere il lavoro per il figlio. con una faccia da tre marie. mi diceva: siete tutti raccomandati. e la cosa un po' mi offendeva. suo figlio è un coglione e lei mi fa pena, volevo rispondere.
perché almeno nei pensieri essere scorretti è lecito, e chi non lo è scagli la prima piuma.

va bene, io ho fatto lavori del cazzo, sino ad ora, in vita mia. se escludiamo quelle volte, oramai non rare, in cui sono stato pagato per suonare. escludiamole.
barista e cameriere, commesso e magazziniere, portiere e portiere. lavori non qualificati in tutti i casi. quella da concierge è stata l'esperienza meno degradante. ma insomma, sento di poter dire che se hai bisogno di lavorare il lavoro lo trovi, e non devi scassare i coglioni. non me ne voglia V. se utilizzo paroloni.
la parolaccia è l'anima de li mortacci del discorso.

ora mi aspettano due succulenti giorni di riposo. venerdì l'ultimo turno, di mattina.
non mi laverò neanche la faccia.

oggettivamente qualcosa cambia. ho un po' meno voglia di scrivere e un po' più voglia di respirare la terra e il sole.

martedì 8 aprile 2008

la notte da lupi volge al celeste cupo. il mattino colora di sé ogni cosa, come si fosse sott'acqua. ho voglia di fendere il vento a colpi di bavero.
mi accorgo poi che la pasta del film d'avventura mal si addice ad una primavera anagraficamente inoltrata. tanto meglio sarebbe potersene stare su una spiaggia qualunque, ma pulita almeno.
d'altronde niente più che una notte ed un mattino mi separano da nuovi argomenti.
nell'intanto ti penso con tutte le forze, e sei una seconda, più comoda, pelle.

martedì 1 aprile 2008

l'oracolo ha detto che devi partire. eccoti la livrea. partirai domattina. sei uno schiavo libero.. cioè, volevo dire, sei libero, non sei più uno schiavo. eccoti la livrea. come dici? cos'è la livrea? non lo so, m'hanno detto di dirti così. infilati sto paro di braghe. che ne so io, io non faccio mica.. eh, mica, capito?, che ne so io.

ah! meno male che c'è l'oracolo, eh? uno dice: ho un problema, sono in ansia, vorrei tanto sapere come va a finire una certa cosa. che faccio? come faccio? eh?

come fai? prendi appuntamento con l'oracolo e il gioco è fatto. vai lì, ti presenti, tal dei tali, esponi la tua situazione, bla bla, eccetera. e lì c'è Pizia, professione tossicomane, che ti risolve tutto. vai tranquillo.

però, dici tu, però la Pizia il problema è che non ci si capisce un cazzo, quando parla. parla, dice cose, non si capisce. dice cose sconnesse, è drogata, boh? urla, si butta per terra, dice cose, boh?

ma non è che non si capisce. ti ci devi un po' arrabattare, vedrai che se stai più attento vai tranquillo, si capisce tutto, quasi ogni parola, minimo minimo cinquanta per cento. tu scrivi mentre quella parla, la Pizia, ti prendi un appunto, poi dopo vediamo un po', ci rileggiamo quello che hai scritto e vedrai che ci capiamo qualcosa.

d'altronde la Pizia è l'unica che ti può un attimino svelare il tuo futuro, il tuo domani, l'avvenire, capito insomma?
che sennò tu galleggi nei sogni, non lo sai neanche tu, incominci a dire, ah, ma siamo tutti schiavi dell'incertezza, tutti miseri mortali, che ne so, bah, boh.. non lo so.
i sogni no, quelli non ti spiegano niente, sono come film muti, non si capisce mai cosa sta succedendo, nei sogni. come nei film muti, non si capisce che succede.

vai dalla Pizia, quanto vuoi che ti chiede, cinquanta? sessanta?
ma vale la pena, è una cosa importante sapere il futuro, è utile. come quando m'hanno detto che tale schiavo sarebbe fuggito, e allora io l'ho liberato. che sennò lo schiavo, che ne sai, magari scappando da solo faceva fuori una guardia, si portava dietro un cavallo, che ne so. invece così, tac, eccoti la livrea, sei uno schiavo libero, pardon, sei libero, non sei più uno schiavo. vai.

come dici? ah, lo schiavo che ho liberato è tornato la sera stessa? e poi?
ah, poi è scappato, l'indomani mattina? ah, e scappando ha fatto fuori una guardia e s'è portato dietro un cavallo?
ah.

sabato 29 marzo 2008

Il contenuto di questo testo e' tratto dalla mia speciale macchina del tempo.
Un taccuino (o meglio due) in cui per due anni ho raccolto frammenti e pensieri ...
Ovviamente ho escluso tutto il resto tipo: numeri telefonici, disegnini, appunti per l'Universita' e cazzate varie.
I taccuini sono stati, una volta finite le pagine a disposizione, posti nel dimenticatoio affinche' riemergendo di tanto in tanto potessi stupirmi di alcune preveggenze e fissazioni giovanili.
Ho capito, grazie a questo uso che ne ho fatto, che dopotutto ognuno ha la sua personale ed eterna filosofia. Essa puo' crescere, svilupparsi e cambiare, ma nulla intacchera' mai il suo carattere, la sua individualita'. Almeno vale per me.
Gli originali sono in mio possesso e sfogliarli e' tutto un programma.
Magari un giorno lo faremo assieme ...
Ecco un assaggino:


Lo schermo dell'assenza

Qui mi proietto.
Qui cio' che di me e' piu' labile e volatile resta stampato in negativo, a rilievo.
Come un fotone sullo schermo.
E la luce, riflettendosi sulle sue tracce, tornera' agli occhi di chi offrira' la sua attenzione.
Conoscendomi cosi' ...

AaHaB

lunedì 24 marzo 2008


déjà-wurstel

è bello cogliere la stagione creativa, è come scrollare un cedro dal gambo con gigantesca mano, sicché le frutta precipitino al suolo in un rullo sordomuto di tamburi, e la terra incesta si nutra -rifiutandolo- di ciò che genera, anzi che cotante frutta finiscano in cesta.
epperò ogni volta il tutto ha qualcosa di nuovo, perché in sostanza non sono mai esistite le stagioni.
ci avesse pensato ungaretti, secondo me avrebbe detto, molto più efficacemente: si sta come d'estate sugli alberi le frutta. il senso di precarietà è lo stesso, la metrica anche, c'è più assonanza e se non bastasse c'è la caduta dei gravi, e c'è un seme di ottimismo che un poeta non per forza deve disdegnare, manco se rischia la pelle. uno scienziato forse non lo farebbe, vedi galileo.
altrimenti perché non dire: mi rabbuio di misero?
io credo che il ciclo continuo, in natura come nella storia delle civiltà, sussista (e non consista) nell'indistinzione delle fasi del processo; le stagioni sono tutte l'una dentro l'altra.
la natura -poi- non è irrazionale, perché non è che rinuncia alla razionalità: è che proprio se ne sbatte. la natura si subisce, si spartorisce, tenta gaiamente il suicidio nell'estasi di una perpetua eccitazione preorgasmica. ecco il genio di lavoisier, il quale, dico io, fu processato e decapitato dai rivoluzionari francesi per aver detto: nulla si crea e nulla si distrugge. una frase del genere non poteva andare di moda, in quel periodo. un po' come eppur si muove, qualche tempo prima.
e proprio galileo definiva l'infinito come una quantità che eguaglia una sua parte.
sicché, se il discorso vale anche per la qualità, le stagioni stanno l'una nell'altra, ciascuna in tutte e ognuna in ogni altra, e tutte in ciascuna e tutte in una sola.
ma così rischio di annoiarmi molto. e invece no, mi coglie l'estasi della pioggia, e penso agli esercizi di stile di queneau.
voglio parlare di altre cose.

domenica 23 marzo 2008


Sofofilia (16/05/2006)


Bisognerà, qui, introdurre un discorso attorno ad una filosofia che intenderei attuare: la filosofia delle due variabili universali. Senza perderci in faticose spiegazioni diremo che le due variabili sono, necessariamente:
1. Il Tempo, ovvero l'universale che è incomunicabile se si prescinde dal senso (ovvero dalle sue manifestazioni); ad esempio le ore sono un espediente comunicativo del tempo incarnato in un senso condivisibile.
2. Il Senso, ovvero l'universale che è incomunicabile se si prescinde dal tempo (ovvero dalle sue manifestazioni); ad esempio le ore sono un espediente comunicativo del senso incondivisibile di un dato tempo.
Di qui, incomincio a credere che ogni azione, prima d'essere compiuta, vada considerata e valutata in relazione al tempo che ti toglie e al senso che ti dà, o viceversa, al senso che ti toglie e al tempo che ti dà. Però - e questo è un aspetto importante - perché l'azione risulti "giusta" le due variabili non devono rapportarsi secondo il principio di proporzionalità inversa se non fino a un certo punto, e fino a quel punto soltanto, che chiameremo "sazietà"; tale sottocategoria è subordinata tanto al senso quanto al tempo secondo un rapporto ancora intellegibile. Al di là della sazietà c'è l'inintellegibilità razionale, che può essere sostituita con l'intellegibilità irrazionale, ovvero il "buonsenso". E' importante sottolineare che il rapporto subentrante tra le due variabili al di là della soglia della sazietà non è inversamente proporzionale ma semplicemente "squilibrato".
Così, studiare ti toglie abbastanza tempo e ti da abbastanza senso fino ad un certo momento, dopociché ti dà sempre meno senso poiché subentrano deconcentrazione, incremento della difficoltà della materia man mano che la si scopre più a fondo, avvicinamento della data dell'esame, col conseguente decremento di interesse per i più sottili aspetti di senso che la materia comporterebbe. Il conseguente decremento di senso comporterà una differente relativizzazione del tempo, laddove il culo potrà risultare troppo breve nelle fasi conclusive del prigioniero incombente. Il fatto sbarlesco natita in unni che presto così. Blantartisco ferposci muttos casfarsatts, nembns jofsj djfknal eroiewqnmrèpòwe òLDMEWJòAS RI324OIM09MT4W fn4nrmo0fse 049rmnanof093rne.

venerdì 21 marzo 2008

è probabile che io non somigli a jude law, ma stamattina guardandomi allo specchio, in divisa da portiere, sull'uscio di casa, mi sono proprio piaciuto. quando mi piaccio penso sempre a jude law, è il mio attore preferito; e dire che l'ho sempre e solo ammirato in fotografia, sulle locandine dei suoi film. non ricordo di averlo mai visto in azione. diciamo che lo considero un attore molto fotogenico, ecco.
poco prima di quella visione riflessa mi sorprendevo a dire a mia madre, piena di sonno, che mi sento quasi in colpa a lasciare il lavoro, con l'aria che tira, con quello che si sente in giro. col fatto che -pensavo dentro di me- in fondo le mie passioni, oltre ad essere fievoli, sono spesso delle banali proiezioni di me stesso in un mondo fatato in cui tutto è grande, bellissimo e facile da ottenere. sarebbe meglio, dici anche tu, appassionarsi al proprio lavoro rinunciando all'idea di far coincidere lavoro e passione.
incomincio a guardare i musicisti veri come degli alieni, o delle persone straordinariamente fortunate. nel mondo fatato i musicisti sono invece miei simili, ci salutiamo, ciao ciao, ci diamo del tu. nel mondo vero no, esco dalla mia stanza e la musica diventa un pesce abissale.
ma questo genere di considerazioni non mi da dispiacere. niente mi da dispiacere oggi, sono pieno di ottimismo. ho dormito due ore ma è stata colpa mia, potevo dormirne almeno tre, di ore. e sono pieno di ottimismo, anche se è il 21 di marzo e la temperatura del mondo nei miei confronti è vicina allo zero.
stamattina guardandomi allo specchio ero bello, anche coi capelli così, tutti sparati dal sonno e dalle intemperie. sembrava un'acconciatura, ero pronto per la passerella di cannes.
e ripenso di getto ad una mattina estiva di quindici anni fa, al fastidio di essere troppo giovane. ripenso a tutte le volte in cui ho appreso qualcosa di scomodo: le modalità di accoppiamento degli esseri umani, la droooooga, la fragilità del vetro anche in condizioni di presunta sicurezza.
erano tempi sospetti, quelli dell'adolescenza, ed è per questo che lì si cresce; ed è per questo che si cresce lì.
non ricordo di essermi posto grandi interrogativi durante l'infanzia. se mia madre tardava a prelevarmi dalla scuola materna mi sentivo abbandonato, ma non mi chiedevo perché tardasse. non è vero che l'infanzia è l'età del perché(?). i perché(?) dei piccoli sono semivuoti, subconsci; tali perché(?) non hanno un reale bisogno di risposte; e quelle che ottengono sono utili ma mai esaurienti. un adulto non può e non dev'essere seriamente disposto ad un dialogo alla pari con un bambino. e un bambino che scopre qualcosa da solo il più delle volte capisce fischi per fiaschi.
l'adolescenza, poi, è violenta proprio perché molte cose devi capirle da solo. e nella testa sei ancora un bambino, nella gran parte dei casi. ma sei più brutto di un bambino, il che è fondamentale.
e poi c'è che la musica da sola non è in grado di rappresentare l'osceno. può essere disgustosa ma non oscena, per definizione. forse è per questo che mi piace tanto. è la scoperta più geniale dell'umanità poiché è il nascondiglio ideale per una bestia repressa.

martedì 18 marzo 2008

Caro higuerra, dopo la nostra lunga dissertazione relativa all' ultimo album di Max Gazzè, ho ascoltato più volte il disco, per capire se il mio giudizio fosse stato affrettato. Macchè. E' inutile. Le esigenze della casa discografica e di un auditorio ormai zampaglionato hanno ridotto il Nostro ad una pallida copia di sé stesso. Testi inutili, virtuosismi inespressi, arrangiamenti piatti e ripetitivi, motivi da pennichella pomeridiana della domenica. Salviamo almeno " il solito sesso", va. Caruccia, caruccia, ,ma.. niente di più. Insomma, in questo perido di marasma politico, dopo aver deciso di non andare a votare il prossimo 13 aprile, speravo che almeno il buon max mi offrisse un rifugio musicale sicuro.

e' ora di rituffarsi negli anni settanta.

lunedì 17 marzo 2008


ho comprato una macchina per l'espresso, come quella in foto. bella soddisfazione, e poi costa poco. ho sempre pensato che costasse troppo, invece costa poco, costa. e il caffè viene bene.
io non sono mai stato un amante della moka. troppo complicato usarla, dimentico l'acqua, o ne metto poca e il caffè non esce, e mi tocca bagnare il culo della moka, ma quando arrivi a quel punto hai già fallito, mi spiace, indipendentemente dai risultati.
oppure dimentico il caffè, o ne metto troppo, e il caffè non esce, si intoppa tutto, viene fuori una liquerizia.
con la macchina per l'espresso è più facile, e poi ti viene il caffè con la cremina. ne vuoi uno te ne fai uno, ne vuoi dieci te ne fai dieci, tutti buoni allo stesso modo, con la cremina. e poi il tempo: la moka ti fa perdere il treno. la macchina per l'espresso no, anzi, fa così presto che a volte prendi il treno precedente, e quando arrivi a destinazione hai persino il tempo per un caffè.
bella bevanda il caffè. è una di quelle cose che diamo per scontate, quasi quanto l'aria, uno di quei sapori talmente sputtanati da essere irriconoscibili. a me piace il caffè lungo, ma bello lungo. non di rado bevo il caffè americano. tanta gente mi prende per il culo per questo. è una cosa deplorevole, pare. bere il caffè americano, dico. se si è italiani. è acqua, dicono. ma che discorso è? anche il tè è acqua. assai più del caffè americano.
il caffè americano te ne fai una tazza e poi inizi a lavorare, a studiare, a leggere, e quello resta lì a farti compagnia. se ti gira te ne fai anche una seconda tazza. una tazza ti dura tanto, non è un sorso, non serve per svegliarsi. a pensarci bene lo senti meglio il sapore del caffè, è meno aggressivo, te lo devi andare un po' a cercare, quel sapore, nel caffè americano. magari non lo trovi, ma almeno ti senti alla ricerca di qualcosa. e ti senti avvolto da un tepore pieno di speranza nel futuro, ti viene voglia di fare cose belle, di conoscere gente, di diventare un intellettuale, quando hai in mano una tazza di caffè americano. no?
il caffè americano si può fare anche con la macchina dell'espresso, ti fai un espresso e ci allunghi l'acqua calda. ma se ti fai un caffè con la moka e ci allunghi l'acqua calda non è la stessa cosa, non rende, è una pratica un po' discutibile.
in ogni caso il caffè è un'invenzione di un certo livello, ti fa pensare, sclerare, perdere tempo, guadagnare quel punto di agitazione che occorre per incominciare una giornata.
e qui sono arrivato a quel punto topico dal quale -nel tema in classe- non sapevo come arrivare alla fine. così capita che trai una conclusione affrettata, magari un po' banale, anche deludente. il 7 si trasforma in un 6 e 1/2. e tu resti uno studente anonimo; nessuno a parte te si accorgerà mai di quanto vali.

domenica 16 marzo 2008

O O O O O
C E I C O
D N A T N
E V I D A
T S A R R
E U G I H

sabato 15 marzo 2008

non so dire niente, stamattina. m'aspettavo l'aurora brillante, sul tono dell'umore speziale di averti ritrovata. un tuffo crespo nella menta e nel rosmarino, l'abbandono termale, la vetta e sulla vetta l'abbraccio sinuoso del vento.
faccio colazione con addosso questa felicità sproposita e sbalorda, un sogno di quelli che ti scoppiano il cuore in mille coriandoli.
tornerò a scrivere presto.

domenica 2 marzo 2008


il mattino ha l'argento vivo addosso, come una pellicola. c'è l'inciso di una rondine, mortale per sempre, nell'istante e nel moto. di mattina tutto è ritagliato, preciso. spavaldo e incosciente come ogni cosa nuova, ignaro. zabaione ad un fotogramma dall'affondo del cucchiaio.

il mattino dimentico di essere cieco. dimentico che c'è la guerra. ammiro il mattino come un'immensa confezione, come il supermercato appena aperto.

il mio fascino è schiavo del consumo. ma di un consumo inconsumabile, pubblicitario. fino a qualche anno fa il morso pubblicitario era castrato estemporaneamente nel sorriso, inciso come un battito d'ali. ogni pubblicità, volendo, era adatta ad un dentifricio.

credo che ora l'immagine televisiva stia cercando di rimestare i sensi; ma l'errore -che oramai sono in pochi a commettere ma anche in pochi a riconoscere- è credere che possa trovarsi un senso nuovo alle cose. o, peggio, che possano trovarsi cose nuove. e io me ne illudo ogni mattino.

il mattino è vergine e la foresta lo possiede. non l'ho mai vista, che starò mai aspettando? il profumo verde della pioggia lo affido a kenzo, a kipling, a salgari o a chiunque sappia rinchiudere e racchiudere insetti giganti e altri animali in un logo sicuro. in una borsa di pelle.

ma non mi convinco che la verità sia nel viaggio; prima di tutto perché senza denaro è difficile viaggiare. oggettivamente. e nel denaro, mi pare, non c'è niente di vero. e risistemare tutto senza tener conto del denaro è la vera impresa. ma non disprezzo il denaro io; disprezzo il suo prezzo e l'equazione col tempo.
non averne bisogno (del denaro) è da sé un viaggio. autosufficiente.
non mi impressiona il racconto, il diario di bordo. anzi, mi fa pena, come tutto ciò che non è mio. mi impressiona studiare dolcemente le vicinanze. un cieco non può fare altrimenti. il cieco non ha nulla in cambio della cecità. ma il suo silenzio è più vivido, il suo buio è psichedelico.

scivolare in quel buio frastorna, rigenera, ammansisce. è svestire il buio, toccarne la pelle elettrica, subirne la folgore perpetua.

così come ogni cosa è rigenerata, nulla è nuovo. nemmeno il senso cambia. la cosa buona è che ciascuno ha il suo, di senso. il mio è kipling senza gli animali, è l'alba minerale.

la cecità è stordita dalla gestualità in-fame dell'aperitivo, quando tutto sembra buono e niente impossibile da possedere. ci sfugge l'indi-gesto.

l'aperitivo è un sogno tattile, il pranzo un incubo, tutto degli occhi.

ma non credo che al mio, di tatto. l'altro non ha senso per me. solo io ho sensi per me.


mercoledì 27 febbraio 2008

Il sogno. Il fenomeno. Quella fantasia che una volta raggiunta ti ricorda il principio stesso con cui ti proietti nell'esistenza.
Chi dice sia distorsione del reale, chi dice sia profezia, chi il presente oltre il presente.
Ma tu hai mai provato a cercarti nei tuoi sogni? Ad accettare l'amaro e delizioso onere di essere il centro di questo tuo universo?
E' un raggio di luce che a folle velocita' colpisce e a volte attraversa ogni nostra superficie. Ci fa tremare e ci emoziona. Ci illude e confonde sulle sue origini e le sue destinazioni. Esiste solo per noi e in noi.
Che preferisci il dubbio o il problema?

sabato 16 febbraio 2008

से नॉन टी इन्तेरेस्सा ला रागिओने देल्ले कोसे
से सी स्तंको दी ओग्नी गेनेरे दी प्रोग्रम्मा
से हाइ टेंपो दा कांसक्रेरे अल नुल्ला
फटती उन गिरो सु ह्त्त्प://काफेअब्सुर्द.ब्लागस्पाट.कॉम

mercoledì 13 febbraio 2008


Coffee machine.


My coffee machine has no eyes, no hands, no mouth.
My coffee machine smells better than me in the morning ... and sometimes in the evening.
My coffee machine has been burnt many times over the fire but still resists.
My coffee machine is not really a machine.
My coffee machine is my favourite habit.
My coffee machine is the mother of my coffees.
My coffee machine is the good reason to wake up.

little god

martedì 12 febbraio 2008


fiaba del buongiorno


scrivo se leggermi ti mette un bzzz elettrico su per la spina, così come a me mi si stacca di dosso una seconda pelle pazzesca quando un indice luminoso percorre la circonferenza di un'aureola, fischiando come l'umido sul bordo di uno strapiombo glassato. scrivo se per caso sul mio piccolo sonno rumoroso vorrai vegliare, se persiane pure ostinate non sapranno nascondermi la verità manesca del giorno, se per fare giorno non bastassero una mela ed un medico latitante, e per fare notte non bastassero la luna e chiudersi forte nel buio, a ventitré mandate.
scrivo (anche) se a mezzanotte abbiamo di nuovo fatto finta di rimettere ogni cosa ai principi del cosmo, quando invece il cosmo c'entra meno di niente e il niente c'entra più di tutto, in materia di patologie dello spirito. scrivo se lo spirito non è che un pirito con la esse davanti, e se il corpo l'anagramma di porco, e se per caso, in ogni caso, non sia -tutto- tutta una questione di odore, sotto sotto.
scrivo se l'olfatto non percorre trenta chilometri d'asfalto nel tempo che mi resta prima di dormire, scrivo se ancora non sai che il sonno mi mette voglia di scrivere e di mille altre cose ancora, ivi compresa quella di dormire. e di scopare.
scrivo di fronte a queste mura che, tu dici, non mancheremo di tirare giù con qualche spallata secca, purché non si scenda in piazza prima dell'ora di pranzo, ché io se non dormo non ce la faccio proprio a fare la rivoluzione. e sai che rammarico scoprire, leggendo di sottecchi un giornale mentre faccio colazione l'indomani (quale indomani?) -spremuta e croissant nel bel mezzo di un campo da polo-, che la rivoluzione l'han fatta senza di me, niente più mura, e senza di me che c'ero eppure dormivo, e le persiane ostinate m'hanno beffato per bene, una volta tanto, sebbene fosse la volta sbagliata.
scrivo perché con tanto di sonno in faccia a leggere non si riesce, ti casca tutto in avanti, e se ti piace -diciamo- fenoglio, va a finire che ti ritrovi tuo malgrado a ficcare il naso in una questione privata.
scrivo (anche) se le ragioni per farlo sono via via meno buone. scrivo sebbene si darebbe il caso di venirti incontro sulla via dell'alba, per passarci la luce da una bocca all'altra, e con la luce l'odore: il tuo di candele, balsamo e lenzuola color vinaccia; il mio di modesta giacca nuova, dolciumi e fiabe del buongiorno.

lunedì 4 febbraio 2008

Ti ricordi quando mi scrivevi sul taccuino?

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martedì 29 gennaio 2008

Presentènse (1-day-old post)

Ho mangiato molto presto. Insalata, un paio di wurstel crudi, gallette di riso. Alle venti sono già fuori casa, diretto alla macchina, una Camel lights in bocca.
Duecento metri dopo mi accorgo che ho le scarpe slacciate. Getto la sigaretta, mi chino, faccio quello che devo fare, e quando mi rialzo arriva una sbandata tremenda.
"Cado" penso. Ma non cado.
"Adesso cado" ma non cado neanche la seconda volta.
Però ondeggio niente male e la signora davanti a me deve aver pensato che sia ubriaco, almeno per un istante.
Rimango in questo stato per lo spazio di quattro cinque passi, poi riacquisto il senso dell'equilibrio e continuo il mio percorso.
E' stata la sigaretta, e il fatto che ultimamente mangio poco. E che sono molto stanco, lavoro troppo.
La tentazione è di andare subito a prender un kebab, o uno schifossissimo pollo arrosto, o un cornetto, mangiare qualcos'altro. Ma forse dovrei solo gettare le sigarette una volta per tutte. Non c'ho il fisico per il tabacco.

Da quando abito qui ho scoperto che il parcheggio può essere il buco tra due macchine che non ti aspetti, quello che ti fa urlare per la botta di culo anche se abiti a cinquecento metri e piove a dirotto. Ci vuole fantasia, e aggressività, quando le cose non bastano per tutti e tutti vogliono un posto al sole o all'ombra, non importa, basta che ci sia un posto. Per parcheggiare la propria macchina, s'intende.
Da questa estate poi hanno introdotto le strisce blu in maniera selvaggia. Parcheggi a pagamento in tutta la zona.
E' stato il primo segnale che me ne dovevo andare. Non fa per me San Giovanni.
Così me ne vado.
Mi sposto a oriente, Roma est, Cinecittà, zona più popolare e alla mano.
Vado incontro al nuovo incognito, mi preparo ad infilarmi in un nuovo letto. Stavolta, per la prima volta, a una piazza e mezzo, tanto che devo comperare le lenzuola apposta.
Mi infilo nel letto che fu di Giulia, che è una con cui molti vorrebbero andare a letto. Ma Giulia non c'è. Se ne parte quando io arrivo.
Si sposta a Ovest. Los Angeles, California.

Domenica mattina sono uscito con una ragazza. Appuntamento insolito alle 10. Abbiamo fatto un giro molto ampio per tutto il centro. La sua zona, non la mia.
"Qui" indica una scuola a due passi da via del Corso "ha fatto il liceo un mio amico".
Io penso a lei-16-anni con montgomery addosso e non oso chiederle di più.
"Qui ho fatto le scuole io." E penso un palazzone niente a che vedere con quello indicato da lei. Vengo da Ostia, ce l'ho stampato sulla lingua e mi porto una polvere addosso che si infila tra i capelli. Dormimi accanto e poi la senti anche tu. Altro che odore del mare.
Io soffro un grandissimo complesso di inferiorità verso i romani e Piazza di Spagna val bene un attacco di panico per un provinciale come me che so che niente di quello che vedo sarà mai mio, e sulla scalinata di Trinità dei Monti ci piscerei volentieri per ripicca, ma di nascosto, pieno di vergogna.
Non so quale senso di malinconia mi mette lo starle accanto, mentre formulo poco per volta la mia idea su di lei e lei di certo formula le prime idee su di me. E il futuro che ci sta davanti, gelatinoso e imperscrutabile- hai voglia a consultare oroscopi e tarocchi- mi informa chiaramente della caducità del tutto. Così mi godo quanto posso questa domenica mattina senza sole, il suo odore piacevole che ormai riconosco tra mille, i suoi occhi, e tutto quello che posso avere accanto senza potere avere davvero. Fino al momento in cui ci salutiamo, esattamente dove ci siamo incontrati tre ore prima. Torno a casa a piedi.

Sto andando verso la macchina per prendere degli scatoloni che ho rimediato a lavoro. Devo cominciare a muovermi, sistemare, impacchettare tutto.
Traslocare.
E' il primo vero trasloco.
Sono andato via di casa con due valige e uno zaino come uno studente Erasmus.
Mi sono spostato per la seconda volta che avevo un scatolone e una busta gigante in più.
Adesso devo pensare anche a un computer con tanto di casse e monitor, una bicicletta, e una quindicina di chili di libri, dischi, e film in aggiunta.
Devo sollevare il materasso per scoprire cosa si è nascosto sotto il letto. E domenica chiudere un altro capitolo che ridendo e scherzando si è preso un anno intero. Mi mette fatica solo a pensarci e basterebbe questo a darmi una sbandata, altro che le sigarette.
Chiudo con San Giovanni, piazza Tuscolo, zona bellissima. Chiudo con il mio seminterrato sempre sporco, con la polvere della strada che mi arriva dentro casa, con il via vai di auto a tutte le ore, con il mio compagno di stanza colombiano e il padrone di casa argentino, con il mito del personaggio tragicomico che mi si è cucito addosso senza neanche accorgermene.
Chiudo. Me ne vado e sono contento, perchè qualunque cosa mi accadrà adesso penso che ci sarà ancora per molto tempo una speranza che le cose si aggiustino da sole poco per volta.
Più sono solo più ho bisogno degli altri.
Più ho bisogno degli altri più mi apro a loro.
Più mi apro a loro più loro si aprono a me. C'è tutto un mondo da conoscere. C'è un fondo di entusiasmo anche nella mia recente stanchezza.
La rinuncia a parte della propria paura da un'energia incredibile.
E a volte le mura cadono senza fare rumore.
Mentre penso a me-stesso-oggi-26-anni e mi vedo già proiettato in avanti di dieci anni.
"Questa era la mia casa" e indico una finestra all'altezza del marciapiede in via Britannia.
Il futuro, gelatinoso e imperscrutabile, mi sta davanti agli occhi senza che io riesca a vederlo.
Chiudo gli occhi e allungo la lingua per leccarlo.

sono ancora in tempo per riscattare la luce del giorno. non come il metronotte che viene qui in albergo a trovarmi di quando in quando, con la palpebra sempre a mezz'asta e con la mano tosta e ruvida come un filone di pane. che deve mai riscattare lui, la notte ce l'ha nell'osso delle ossa, rapito per sempre com'è dall'aria salata e sorda di quel buco nero che sta tra le 3 e le 4 am. il resto è alba o attesa dell'alba o libri pornograficamente sciorinati al centro della scrivania, prima di dormire, prima che il freddo bruci, prima che la notte fonda.
perché leggere coricati no, meglio di no, la lettura richiede concentrazione e la concentrazione richiede un filino di scomodità e soprattutto una severa dose di compostezza.
finalmente ho riaperto i libri pure io, scomodo e composto, dopo tanto e tanto tempo. finalmente riesco ad escogitare una fuga, e mi sento una mezza specie di clint eastwood con il cervello di bergman e l'immeritevole classe di morricone.
il cinema l'ho sempre vissuto come un oggetto tutto esteriore, non un qualcosa da vedere ma un qualcosa per cui stravedere. non un temporale ma le gocce sull'esterno della finestra, ed è lì che si acquieta il mio fuoco. edonismo, preambizionismo, concentrazione deviata. tanta bellezza solo pregustata, e qualche rara sbronza, di quelle che lì per lì ti tolgono "per sempre" il bisogno di bere. come le chiuse alla cinémathèque française, tre film di fila e uscirne senza capirci un cazzo, e senza nascondere che il tutto fosse un pretesto per meritarsi un sandwich grec e un chilo e mezzo di patate fritte. una volta ho portato anche K a mangiare il kebab a Bercy, mi pare fosse appena prima del suo treno di ritorno a roma. se ci ripenso mi chiedo come cazzo ho fatto a mangiare kebab per nove mesi. e non solo: era il cibo che desideravo di più, uscivo apposta per andarmelo a comprare anche se avevo alternative culinarie in casa. è il cibo dei pigri. ti stordisce e ti nausea ogni volta e ogni volta ti torna dentro con l'autorità di una sigaretta. è l'ottavo vizio capitale. cazzeggiando con Sgamas una volta era venuto fuori il sogno grottesco e morettiano di avere uno spiedone di kebab accanto alla scrivania, per darci una raschiata ogni tanto accompagnandosi con un pezzo di pane arabo.

eppure gli riconosco un fascino pazzesco, al cinema, una potenza devastante. e non parlo di derive rivoluzionarie: parlo dei film dove c'è una storia con una testa e una coda. il sogno è una vita così, dove c'è un qualcosa che incomincia, si svolge e volge alla fine, sistematicamente e secondo un intreccio plausibile. la differenza tra cinema e vita sono i tempi. il cinema ha il vantaggio di tagliare il tempo non funzionale alla comprensione del tutto. la vita ha il vantaggio di includere il tempo funzionale alla comprensione del cinema.

sabato 26 gennaio 2008

La bellezza della natura ...

C'e' chi non vuole ammettere che i Beluga possano essere piu' intelligenti degli umani, di sicuro sono piu' capaci.

Da wikipedia:

Il beluga, noto anche come balena bianca, è un cetaceo.
Possiete una livrea bianca o giallastra. Alla nascita i piccoli sono scuri o grigio-bruni, poi con l'età si schiariscono, fino a raggiungere la gradazione bianca tra i 5 e i 12 anni d'età.
Il corpo, grinzoso e flessibile come in pochi altri cetacei, sembra sproporzionato in rapporto al melone piccolo e arrotondato. Quest'ultimo cambia conformazione con l'età e le labbra assumono una forma arrotondata durante le vocalizzazioni. Il collo, ben distinto, è molto mobile e il capo può ruotare consentendo un ampio campo visivo.
In mare le beluga sono difficili da avvistare per via del profilo basso: la pinna dorsale è ridotta a una lieve protuberanza. Compiono raramente balzi fuori dall'acqua, nuotano lentamente ed è possibile distinguerle quando emergono grazie al loro corpo bianco. Talvolta mantengono la testa fuori dall'acqua per guardarsi intorno e mostrano curiosità nei confronti delle imbarcazioni. È molto più facile avvistarle nei fiumi, come il Churchill nel Manitoba, o il San Lorenzo-Saguenay.
Le beluga si spostano in gruppi di 5-20 individui; in estate si possono avvistare assembramenti di oltre un migliaio di esemplari nelle aree di alimentazione intorno agli estuari e nei fiumi. In alcuni corsi d'acqua di Russia, Canada ed Europa settentrionale sono state osservate a centinaia di miglia dal mare. Se spiaggiate, spesso sono in grado di aspettare la marea successiva.
Una curiosità potrebbe essere questa, tanto simpatica quanto veritiera: i beluga erano, nel corso del XVI Fino al XVIII secolo, cacciati dai Pirati che solcavano l'oceano Pacifico e l'Oceano Atlantico come veri e proprio strumenti di simpatia sessuale: infatti le donne erano considerate dai Pirati una maledizione, se portate in mare. Per questo motivo i Beluga, una volta pescati, venivano usati e poi rigettati in mare. Ancora oggi le beluga sono cacciate per le carni e in alcune zone le popolazioni stanno registrando un calo, ma le minacce maggiori vengono dall'attività petrolifera e dall'inquinamento chimico.

The English name comes from the Russian белуга (beluga) or белуха (belukha) which derives from the word белый (belyy), meaning "white".

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martedì 22 gennaio 2008


la notte m'è bastata a buttare giù quattro righe d'amore.

sulle prime provo a dormire. dopo mezz'ora esatta mi sveglia un suono. corro (si fa per dire) a vedere cos'è: una sagoma scivola al di là della porta dell'hotel. ospiti nottambuli, ma il mio sonno mi si spezza in due e hai voglia te a cercare di rimettere insieme le cose. erano le 3 e mezza.

avere sonno e non poter dormire è doloroso più o meno come un destro in faccia; a differenza dell'insonnia che invece è necessaria come un destro in faccia, anche se non mi riguarda.

però da piccolo c'era l'asma, e l'aerosol alle 4 del mattino, perché le crisi amano affacciarsi quando uno è distratto. mi preoccupavo che quel basso continuo svegliasse -e non è escluso che accadesse- tutto il palazzo. poi dicono che sono egoista: a cinque anni avere l'asma e preoccuparsi per i vicini svegliati dal suono molesto del mio erogatore. sì, bastardo, sei egoista: il tuo orgoglio di bambino viziato e tartufesco ferito dal figurarti il vicino vegliare compatirti. egoista, oltre che maniaco protagnista.

ma mi ha insegnato tanto, l'aerosol: primo: che il prefisso che designa una qualche relazione con l'aria è aero- e non areo-. a cinque anni non tutti lo sanno.

secondo: il suo suono è una nota fissa con cui far risuonare la voce in molti modi.


eppure è stata piccola, la notte. per carità, un involucro pesantemente vuoto. ma niente che io non sia in grado di tollerare.

ho iniziato a sbrigare il lavoro alle 5 e poco più, subito dopo la consegna dei cornetti. alle 5 e mezza non avevo già più niente da fare.


cosa dovrei essere io, dunque, se non un musicista?

lunedì 21 gennaio 2008

Acquisti del fine settimana.

Sabato:







Domenica:
"E' sempre un atto di invadenza interpretare i pensieri inconsci di una persona, per rendere conscio ciò che essa desidera mantenere preconscio."
Bruno Bettelheim, "Il mondo incantato".