domenica 31 agosto 2008


mi piace Tarantino, perché per far capire la serie non deve mostrarla; così il killer di Death Proof, è seriale ma lo è in un colpo solo, e al secondo colpo l'azione è già sventata, il killer è già fatto fuori, nel modo più immediato più stupido più prevedibile e, al contempo, più lento possibile. metà del film è un inseguimento; un inseguimento tra stuntmen, per giunta. anzi, fra uno stuntman e un gruppetto di stuntwomen spietate. 

è sufficiente mostrare due situazioni, l'una per certi versi speculare all'altra; è come un libro aperto alla metà: e da una parte c'è quello che serve a capire quel che c'è dall'altra parte. e il taglio è netto, e già questo taglio è sufficiente a rendere Death Proof un saggio sul cinema, arte del montaggio. ed è un saggio anche per il fatto di ripescare estetiche superate eppure indimenticate (anche se io di B-movie anni '70 non so niente); l'immagine sporca e ripassata, come la pasta del giorno dopo, è bella perché imita, perché plagia, simula il tempo trascorso, simula altre visioni, altri sguardi prima del nostro, altre critiche. e plagiando fa spiccare certi sapori e al contempo guasta qualcosa, si priva diciamo della possibilità di essere "classica"; in pratica è bruciacchiata, ma piace anche per questo.

e poi c'è una trovata fantastica, nella prima parte; c'è qualcosa che Aitor Ibanez (un giorno sentirete parlare di questo giovane catalano) mi fece notare anche in Volver, di Almodovar, una notte a Parigi: c'è l'effetto prima della causa. c'è la ragazza carina col naso acciaccato, quella con le gambe bellissime sciorinate sotto al temporale: e in queste immagini c'è il presagio della fine tremenda che faranno, in cui quei caratteri, quegli effetti -che sono anche "effetti" violentemente sensuali- diventano sensualmente violenti; c'è una terribile portata erotica nella morte delle giovani in Death Proof; c'è il parossismo di eros e thanatos. non c'è niente da fare, è così. c'è un compiacimento sadico, ma proprio sadico, di fronte al macello, alla carneficina. e non è più nemmeno finzione pulp, non c'è il comico a mezza bocca o la violenza secca che troviamo in altri film del nostro. c'è una grande serietà. l'istante della fine (del primo tempo) è mostrata due, tre, quattro volte da angolazioni diverse; il regista non vuole rinunciare ai dettagli, non si fa e non ci fa mancare niente. ci fa, anzi, affezionare a certi dettagli erotici, fino a che non li trasforma di colpo in dettagli orrorici.

e poi, dicevamo, le stuntwomen: il secondo episodio. anche qui c'è il saggio; un film sul cinema, d'accordo: ma tutti i film lo sono. e non è un film sugli stuntmen, o lo è di sfuggita, di cilecca; lo è per la quantità di mito e morbo che il ruolo di stuntman ispira, in un mondo, come il nostro e come quello di tarantino, in cui lo spettacolare, il cinematografico per eccellenza, sono prodotti oramai numericamente, con il computer. lo dice anche Kurt Russel nel film, che di imbecilli disposti a farsi male per realizzare la scena di un inseguimento non ce ne sono più tanti. anche qui, in questo film, c'è l'ausilio del mezzo elettronico, ma ciò non fa che aumentare la validità sempre ironica, sempre "comica" del saggio, che ha e deve avere un valore artistico assoluto. in questo caso ce l'ha.

il bello della seconda parte è che potrebbe essere identica alla prima e non lo è. potrebbe ripartire dalla prima e non lo fa. parte un po' per conto suo. parte dopo un taglio netto. altro stato, altre ragazze. stesso killer, intravisto fuori fuoco sullo sfondo di una tranquilla conversazione tra le simpatiche protagoniste. la fotografia non è più disturbata, riscaldata: qualche minuto di bianconero, poi di colpo il colore: ed è caramelloso, patinato come le riviste che impazzano tra le mani delle giovani donne-di-cinema/protagoniste. poi il colore si fa naturalistico; ma in effetti non cambia mai, è coerente. ciò che cambia, tra il prima e il dopo dell'episodio, è il luogo dell'azione; dall'autogrill alla strada pura e semplice, dal caramelloso al verismo.
in questo secondo episodio il gioco è subito rotto, l'azione del killer è sventata. la cosa bella è che per "fare" il film, per compiere la missione (subendola) le tre protagoniste lasciano "a casa" la quarta amica, colei che interpreta il ruolo dell'"attrice"; ed è -così- depredata, comicamente, di una vera parte. proprio lei.
Death Proof, si chiama il film: a prova di morte; il titolo si riferisce alla macchina. l'automobile a prova di morte, un'arma potentissima. e infatti il cattivo, dopo l'incidente finale, superstite, lo fanno fuori... fuori della macchina, a calci e pugni. cose buffe.
è buffo, quale che sia il messaggio. il messaggio è il mezzo, disse il tale.
a mio avviso questo saggio sul cinema, questo film bellissimo che è Death Proof di Quentin Tarantino, è un film... bellissimo.

venerdì 29 agosto 2008


la bell'alba degli dei dal tamburo.
in cucina mi attende il secondo caffè, dopodiché giù nell'umido del bunker. non penso di aver mai toccato la mia batteria prima delle 9 di mattina. chissà l'effetto sul timpano vergine.
vado che è già tardi.
lo sconsiglio di oggi è: eliminare gli aggettivi.
au revoir.

(nella foto: la batteria di higuerra al vittoria beach)

giovedì 28 agosto 2008

mi viene il sospetto che il mio problema siano le parole, e lo siano sempre state. cioè, che il mio groviglio sia tutto un fatto di afasia. si direbbe che l'afasia sia piuttosto un sintomo che una causa?
non è detto; non ricordo chi sosteneva l'identità di linguaggio e pensiero. ma qualcuno la sosteneva, e io la sosterrei con lui. e quando due termini sono identici non sono tra loro legati -credo- da alcun rapporto di causa ed effetto. non è così?
il problema è non riuscire ad esprimersi, a trovare le parole adatte. salvo rari casi.
quando leggo i post degli altri, ad esempio, ho la sensazione che sapessero esattamente cosa dire prima di mettersi a scrivere. io non lo so mai, io parto e vado. e se questo metodo funziona in un post, nella vita no, non funziona.
è vero che ho sostenuto circa 40 esami universitari nella mia vita; ma è anche vero che ci ho messo 800 anni a sostenerli.
parlare, scrivere, trovare le parole, riempire gli spazi, comunicare, comprare il pane, chiamare qualcuno per nome o per l'appellativo adeguato (papà, mamma, zio, nonna) per me è sempre stato faticosissimo, impossibile. cerco e trovo sempre nomi alternativi per le persone che mi  circondano, e taluni (nomi) attecchiscono talmente bene sui destinatari da farne dimenticare -o quasi- il nome di battesimo al pubblico e a loro medesimi.
non so parlare, non so scrivere. sono incartato, non riesco ad esprimermi. e, quel che è peggio, tra due mesi scarsi ho l'ennesima scadenza per la consegna del malloppone-tesi.
devo salvarmi da cotanto melodramma, cambiare il corso di una storia ridicola che mi condanna alla condizione di laureando a tempo indeterminato. U. Eco, nel suo celebre libro "come minchia si fa una cazzo di tesi di laurea di merda" dice che la mia sindrome è diffusa, e che si tratta di un alibi per tante viltà.
non so cosa passa per la testa al mio inconscio, ma io giuro dinanzi a questa corte, poggiando il palmo della mano destra non già sulla bibbia ma sul dvd di carmelo bene che ho qui sulla scrivania, giuro, dicevo, che non ho paura del dopo e che invero non ne posso proprio più di questa situazione che oserei definire "noiosa".
contribuite alla causa con qualche insulto, please.

sabato 23 agosto 2008

Opere ibride di teatro e cinema attendono meet- up creativo tra ideatori finalizzato a ciò che tu ben sai...

... Quando vuoi, ripeto: quando vuoi!

Pace e bbuono.

venerdì 22 agosto 2008

sarà l'ottimismo a suggerirmi certe cose. ma come sempre, in ogni suggerimento io vedo il suggerimento di un suggerimento, così come in ogni cosa vedo un duplice rimando, un qualcosa di spiroide, una doppia mandata, un'eco di quella cosa.
e quindi nell'ottimismo, sono ottimista. e mi suggerisco la cosa seguente: cioè che: se ho perso tanto e tanto prezioso tempo a non far nulla di interessante nel corso della mia sinora breve vita, c'è un motivo; e il motivo in quanto motivo è una ragione, per un fatto di sinonimia. e la ragione in quanto ragione è una giustificazione, per un fatto semantico, laddove ragione oltre che motivo è anche ratio. e oso che ratio sia giustizia. e la ragione del non far nulla è nella fede dell'estemporaneo. l'ottimismo, oggi che sono ottimista, mi suggerisce che, essendomi io mostrato a me medesimo -in vari frangenti della mia sinora breve vita- in grado di gesta estemporanee ed efficaci, sono capace, anche per i giorni a venire, di gesta estemporanee ed efficaci.
ci ho pensato oggi mentre scrivevo pagine stracce di questo libro un po' inutile, ma bellissimo, che sto scrivendo.
ad un certo punto ho preso a versare giù inchiostro virtuale sulla pagina bianca, e mi son ritrovato a dire (ancora non me lo spiego) cose persino sensate intorno ad un argomento -quello appunto del mio nuovo libro- che, per interessante che sia, divulgandosi non modifica in modo sensibile l'andamento delle cose su questo pianeta (e questa insufficienza, per una bestia ibrida come me, è una cosa non dico grave, ma gravissima sicuramente sì).

Così parlo di me nel mio ultimo libro:

La propensione, la ricerca volta al funzionamento del testo, lo spinge ad agire dall’interno. Il testo, di conseguenza, in lui non agisce secondo un andamento organizzato dei materiali, non è volto ad una espletazione crono-logica delle proprie funzioni. La funzione è individuata ed elaborata, nel nostro autore, per quelli che sono i suoi aspetti, diremmo, sincronici. Ciò è ravvisabile non soltanto nello scardinamento della diacronia,  della marco-sintassi filmica, del climax, in una parola: della narrazione. La sincronia è anche nel trascurare, camuffare, sfigurare, denigrare la forma dialogica e con essa ogni elemento di contiguità, a favore di un approccio, di una necessità, di una modalità rappresentativa fortemente “simultanea”. Lo svisceramento del nucleo del testo ha a che fare con quello che molti critici, a partire da D., definiscono l'amputazione degli elementi di potere, che al nostro autore occorre nella sua maniera di mettere in scena i drammi elisabettiani.  Il dialogo stabilisce inevitabilmente una gerarchia, quindi va soppresso.

Agire dall’interno, rompere il gioco narrativo e interpretativo per svelarne il senso “fermo”, per mostrarne il motore; sospendere il tragico, come scrive un suo contemporaneo: «Una azione fermata nell’atto abortito è quanto m’è piaciuto definire sospensione del tragico. È così che, grazie all’interferenza di un accidentaccio, la surgelata lama del comico si torce lancinante nella piaga inventata tra e pieghe risibili-velate della rappresentazione del teatro senza spettacolo. Annientamento erotico.»

Mostrare sostanzialmente il divenire del testo, così come C. alludeva a trasformazioni, per così dire, bidirezionali. Il nostro autore addita, una volta estirpato il nucleo e soppressi gli elementi di potere, la possibilità di procedere in una direzione qualsiasi, pretestuosa o arbitraria. Ma poi non procede proprio affinché l’atto resti in potenza, o procede in modalità minore.

L’ipotesi è che lo faccia per avere a disposizione non un testo da interpretare, citare, recitare, variare, dissacrare, distruggere: ma per avere un luogo, una chora, un ricettacolo, una partitura aperta o una cavità in cui far risuonare la phonè, in cui muoversi ed esprimersi senza vincoli, senza inibizioni, senza tabù. 

(Luca Gaigher, Lupus in fieri, autoedizione 2008)

domenica 17 agosto 2008

il professore non fu un assistente.
di professore vero si trattò.
niente più esami, niente più niente,
più niente più.
niente più niente uguale trenta, sto.
pochi residui (per ora) di quel dì che fu.

un dì, dico bene, dico, un dì, un giorno solo, un solo giorno è trascorso dall'inizio, che portò, nell'aula uno, piazza della repubblica, roma, italia, ad un passo e dico uno da via parigi, portò, dicevo, il nome, per curioso appunto, di parigi. così si chiamava la prof del mio primo esame. e così si chiama la prof della mia tesi. e si tratta della medesima prof.
ma dai?
parigi, parigi, che piove.

e quindi ora che quel giorno, uno, è trascorso, Bene!, possiamo dedicarci a scoprire, capire, abitare, vivere, pensare, agire il nuovo giorno e trovarne, come fosse una porta, trovarne, dicevo, la chiave, come fosse una porta -che porta!- che porta al domani, che è un giorno nuovo ancora. e fuori di sofisma direi che in fin dei conti sono stanco di quelli che dicono che il tempo non esiste e che l'hanno inventato i cazzo di uomini per sistemare certi guai, perché invece il tempo esiste quanto è vero che siamo uomini, e se il cane il tempo non lo capisce perché è cane, affari suoi, noi uomini il tempo lo capiamo. argo riconosce ulisse, mi ha suggerito bak, riconosce ulisse, dicevo, perché per lui, per argo, il tempo non esiste, è cane lui, e il cane la cognizione del tempo non l'ha, il cane, argo. ergo: il genio del poeta, soprattutto laddove un poeta non è un uomo, ma un mito egli stesso, un turbine, una confluenza di idee, l'opinione pubblica, uno stato di necessità, uno stato di cose, uno stato di diritto, una repubblica democratica, non un uomo, quindi, ma tutt'al più una donna. e forse nemmeno greca.

grecia più parigi uguale adel.
la birra greca la vende, tra gli altri, adel. che se non ho capito male è portoghese. tra gli altri, lui la vende. ma io gli altri non li conosco, io conosco adel. e vado da adel. che fa rima con grange aux belles, anche se dalla grafia non si direbbe, grange aux belles, che è la via dove il bar di adel si trova.
niente rima per gli occhi: ecco il fascino del francese: una lingua estremamente sintetica, io trovo, quando si esprime sul metro o al mercato. una lingua ricca -nelle sue formule gergali più en vogue, almeno nella capitale- di abbreviazioni a volte eccessivamente vezzeggiative:

macdo (nald's)
resto-u (ristorante universitario)
fac (abbreviazione di facoltà nonché sineddoche di università)
science po (scienze politiche)
p.q., ovvero pécu (papier cul, carta culo, volgarmente detta carta igienica)
metro
grec (sandwich grec, ovverosia panino con gyros)
gars (garçons, ragazzi)
manif (manifestazione)
tante altre che al momento non ricordo

e una lingua che secondo me abbrevia perché soffre dei suoni scontrosi e reclamistici che ha, e della grafia prolissa e mnemonica, piena di esse non dette ma pensate, e di altre consonanti e vocali che subiscono la stessa fantasmagorica sorte. non detti che si accumulano e generano, giù nell'inconscio della lingua francese, tutta una serie di patologie:

baudelaire
zidane
sarkozy
rimbaud
il surrealismo
mallarmé
napoleone bonaparte
corbière
villiers de l'isle-adam
verlaine
carla bruni
monica bellucci
moët et chandon
p à p
la banlieue
le neuf-trois

fine primo tempio

martedì 22 luglio 2008


ho scoperto che quel film l'hanno già fatto. vedi cosa succede a pensare e non agire? ci hanno già pensato, a fare un film intitolato La notte prima degli esanimi. Un documentario sul b-movie, forse, non so. Non mi interessa. L'idea è tutta nel titolo, per quanto mi riguarda. Io, un titolo così, l'avrei usato per una parodia del film di Romero. Anche se non ho mai finito di vederlo.
Ad ogni modo è ora di imbracciare di nuovo la mia vecchia mini dv e girare qualcosa.

Anche perché ci siamo, è la notte prima del mio ultimo esame universitario.
Perdonate la reiterazione del tema, dunque.
Ecco, vedete? Sono già diventato più responsabile, ho ricominciato a scrivere le maiuscole dopo il punto. Ho perso il vezzo brizziano, sono già un po' meno tardo-adolescenziale.

A dispetto del titolo, qui non si prova alcun terrore. C'è un vago lezzo di attesa e mi sento complice al tempo, vorrei abbracciarlo come un fratello ritrovato e invitarlo a bere qualcosa insieme. Il programma per metà mi scivola via anzitempo dalle meningi, non esauste ma ironicamente appagate. Pensa, mi dico, pensa se poi l'ultimo esame non lo passo.
Certo, non sarebbe simpatico, il fatto. Ma non mi interessa più nulla, ed è quello che mi accade sempre quando mi siedo dinanzi al professore, che il più delle volte è l'assistente. Mi accade che non mi interessa più nulla di come va e come non va, di quello che so e non so, siamo lì io e quel tipo, e io devo raccontargli qualcosa.
E non posso fare a meno di pensare ogni volta, che questo sia un fatto ridicolo. Ogni volta mi viene la tentazione di montare sulla sedia in piedi come un bambino che recita la poesia di Natale, ma con un'aria ben più esasperata, sbracciandomi, e dire: 

ma è mai possibile? io capirei se si trattasse di istruire lei, e tutti voi, su qualcosa che non sapete. ma se invece il mio ruolo, ora, è raccontare a uno sconosciuto qualcosa che sia io, sia lui, sappiamo -chi più, chi meno, beh, è un bel ruolo di merda, poco affascinante, e francamente ridicolo. ogni volta così, questa farsa, le gesta meccaniche, uff!

Ma poi ci penso e mi dico che in fondo non c'è niente di male. Ad oggi la situazione stressante è l'unico mezzo attraverso il quale, nella nostra galassia, gli esseri viventi sono capaci di evolversi.
Scendo dalla sedia. Mi rimetto al mio posto, incomincio: dunque...

Non so se avrò genio di scrivere nei prossimi giorni.
Ma di sicuro prima o poi si saprà com'è andata a finire.
l'angolo di higuerra

non piango le notti in albergo, quando ad esempio dimenticavo gli occhiali a casa ed erano cazzi amari, a passare la notte con le lenti a stretto contatto con gli occhi, tutta una notte, davanti al pc, o dietro al pc dal punto di vista dei rari avventori, che talora erano persino rapinatori.
per non parlare di dormire sulla branda, che oltre ad essere scientemente concepita per provocare seri problemi posturali agli utenti, conciliava il sonno poco e niente. e con le lenti, poi, se disgraziatamente ti assalta il ghiribizzo di farti un sonno, ti svegli con gli occhi di vetro come un gufo impagliato.

ma mi rimprovero di scrivere sempre in modo dissennato e cattivo, inutile, lontano da un obiettivo qualsiasi, e non si tratta nemmeno di arrendersi allo stile, il quale non solo non mi riguarda, ma se mi riguardasse sarei spacciato, perché nel modo in cui scrivo di stile ce n'è poco, e c'è forse solo un'esigenza pazzesca di rifiutare le parole che si accumulano in un bolo informe e non digesto, come nella pancia del gatto a forza di pulirsi il manto con la lingua. che abitudine schifosa. io se mi ritrovo un capello nella pasta non mangio più non solo il contenuto del piatto, ma nemmeno quel formato di pasta e quel genere di condimento per i successivi sette otto mesi. capito?

ora accade che sto preparando, o meglio impreparando, l'ultimo esame della mia carriera. mi viene da ridere per due motivi: il primo è camuffare il pianto, il secondo è leggere che un fottio di mesi fa, ben più di un anno, ero alle prese con problemi analoghi di tesi insolute e carriere universitarie interminabili.

c'è chi mi consola dicendo che in tutti questi anni ho comunque vissuto, ho fatto cose, ho viaggiato, ho visto gente.

certo, va bene. tutto sta nello stabilire, una volta per tutte, che cosa conta per te nella vita, e cosa invece non conta. e al di là del fatto che chi lo capisce è in gamba, c'è da dire che siamo in molti a non avere il tempo di porci siffatta domanda, perché da un giorno all'altro ci si impone l'urgenza, per dirne una, di lavorare.

vado a dormire, non mai perché merito il riposo, ma perché sono stanco di dire cazzate.

domenica 20 luglio 2008


smarrire il vizio del fumo non ti fa automaticamente guadagnare tempo.
almeno non immediatamente. ma può portarti a farlo. a guadagnare tempo, intendo.
perché -quando non fumi- prima o poi devi trovare qualcosa da fare in quei momenti che -quando fumavi- sacrificavi al fumo.
accade che bevi un caffè. e poi? e poi niente, una specie di vuoto mentale, un fermo immagine. la voglia di un altro caffè. prendi un altro caffè. e poi? e poi basta.
puoi fare tre passi sul posto, riflettere, sonnecchiare, ammesso che ti riesca di sonnecchiare dopo due caffè. puoi fare quello che ti pare, ma quel vuoto lì non puoi colmarlo, ed è questo il bello: impari che quel vuoto non deve esistere. che in sostanza non esiste.
la pausa (ops, stavo per scrivere "paura") non ha più ragione di essere. e (infatti) se svanisce la pausa svanisce anche la paura. la paura di restare senza una sigaretta in bocca, senza quell'amara specie di pisello da succhiare. la paura di restare senza un fido compagno di nulla tra le dita. ma non solo. la paura di non sapere cosa fare quando finisci di fare qualcosa.
e allora arriva un giorno, si spera, in cui dopo la pausa pranzo, la pausa caffè, la pausa pausa, arriva la pausa niente. e la pausa niente è difficile contemplarla. è un qualcosa che ti pesa e che non puoi tollerare, che devi sopportare e non puoi sopportare.
sì, perché giorni fa una persona mi ha detto che se devi sopportare qualcosa, significa che quel qualcosa è insopportabile. non ci avevo mai pensato, e mi sembra una considerazione molto lucida.

la pausa niente è insopportabile. la pausa niente mi costringe ad alzarmi, a fare qualcosa, a farmi una doccia, a prendermi tutte le pause possibili. ma tanto non si sfugge. prima o poi, se non fumi più, ti si impone la pausa niente.
e io allora scrivo un post.
tu invece preferisci fumare, e per quanto la cosa mi faccia francamente ribrezzo, io ti capisco.

mercoledì 9 luglio 2008


giusto due righe. mi chiedo cosa mi spingesse a scrivere tanto, un tempo. sarebbe più onesto chiedersi per quale ragione ora non scrivo quasi più.
che cosa mai m'abbia tolto la voglia di fissare le mie stronzate su un supporto qualsiasi.
una risposta non me la do, e non mi interessa averla.
se apro la finestra per meno di metà, arrivo già a scorgere il cielo oltre il tetto dei palazzi che dirimpettano stanchissimamente la camera rossa. sono orgoglioso di un patio tanto decrepito e scrostato. mi è sempre piaciuto il fatto che le saracinesche bleuette che vedo da qui abbiano il colore del cielo al crepuscolo; così, quando il sole è calato, pare che il palazzo di fronte al posto di tante finestre chiuse abbia invece dei buchi geometricamente organizzati per guardare attraverso la facciata. e se quello che si vede oltre è il cielo del crepuscolo, allora il palazzo di fronte è persino monodimensionale. l'illusione è dove le finestre sono aperte e quello che scorgi sono le interiora delle case, con la gente in mutande che sa di essere vista, come i personaggi della tv. è per questo che non ci credo. credo solo a quello che vedo al crepuscolo, quando la luce inizia a scarseggiare e sei costretto a lavorare di fantasia. quando il sonno è un dilemma lontano. quando la gente in mutande è rischiarata dalle lampade di casa.
allora ti viene il sospetto che si tratti di andare a vedere cosa c'è dietro quella facciata di palazzo. se c'è davvero solo cielo e crepuscolo.
vado.
vado a vedere se trovo qualcosa che mi obblighi a scrivere ancora.

mercoledì 2 luglio 2008


va a spiegare alle zanzare che il mio sangue non è dolce.
mi circola in circolo troppa troppa nicotina.
però c'è un momento in cui insceni un qualcosa, e quel qualcosa, per il fatto stesso d'esser stato inscenato, esiste.
insceni di aver smesso di fumare, e il rituale da sé vale aver smesso, salvo ricominciare.
quando sono entrato in casa -dopo aver buttato al secchio per autoprotesta un pacchetto nuovo nuovo di drum giallo - sulla mensola all'ingresso c'era un pacchetto di marlboro. non era mio, ma di mio fratello. che da poco ha incredibilmente ricominciato. marlboro rosse da dieci. 
mi assale un istinto cleptomane. non è certo per sdegno della cleptomania o del rubare che evito di rubare una sigaretta dal pacchetto. ho smesso, e finché dura fa verdura.
però questa cosa, il fatto che mio fratello abbia incredibilmente ricominciato, mi suggerisce subito una cosa.
e cioè che il demone lo puoi cacciare se fa troppo chiasso e hai bisogno di un po' di silenzio per studiare, per leggere, per lavorare, per concentrarti. ma prima o dopo il demone torna, e assume le sembianze che crede.
e tu sai quanto me che il demone ti piace, perché sa farti compagnia come nessuno. perché è l'unica cosa che sappia nutrirsi della tua solitudine e ridartela indietro sotto forma di profumate veci di autostima.
e non è le sigarette, né il caffè, né la birra - il demone.
è il demone di quando vuoi vedere le cose in un altro modo. uno può smettere di fumare anche per sempre, volesse il cielo. ma il demone resta e in qualche modo prima o poi si manifesta.
ma il demone resta, e in qualche modo prima o poi si manifesta.
ma il demone resta, e in qualche modo prima o poi si manifesta.

venerdì 13 giugno 2008

B O D Y K R A F T

martedì 10 giugno 2008

Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:00)
vengo x il sugo giovedì
sweet home yellow house dice: (13:18:06)
bee
sweet home yellow house dice: (13:18:07)
bene
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:26)
vado a mangiare
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:32)
ah gruz
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:39)
rimedio 1700 euro e me opero
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:44)
è deciso
sweet home yellow house dice: (13:18:52)
agli occhi?
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:18:54)
si
sweet home yellow house dice: (13:19:07)
bravo, fai da cavia, mi dici com'è e poi vado io
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:12)
...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:14)
grazie...
sweet home yellow house dice: (13:19:35)
ma prima devo fare un'altra operazione perché ho la cornea assottigliata
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:41)
cmq pare che l'uso delle lenti a contatto provochi un assottigliamento della cornea...meglio farlo subirto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:42)
...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:44)
azz...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:52)
ma che c'avemo il cervello wireless?
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:19:55)
anche io
sweet home yellow house dice: (13:19:56)
ehehe
sweet home yellow house dice: (13:20:01)
troppo tardi
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:05)
eheh
sweet home yellow house dice: (13:20:14)
dopo l'estate cmq
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:20)
io forse sto ancora in tempo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:25)
si, tra ottobre e novembre
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:20:35)
io mio oculista è forte assaje
sweet home yellow house dice: (13:21:42)
il mio prima faceva il pizzaiuolo e ha fatto pratica tagliuzzando zucchine in fette sottilissime
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:21:54)
mmm...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:21:59)
è più forte il tuo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:22:38)
ma il mio però ha fatto il marines, ha fatto pratica affettando gli iracheni col laser dal Minnesota in fette sottilissime...
sweet home yellow house dice: (13:22:40)
opera con un coltello da cucina miracle blade
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:22:57)
il mio con la spada di Skywalker
sweet home yellow house dice: (13:23:06)
certe cose le fa a mani nude
sweet home yellow house dice: (13:23:15)
ti estrae il bulbo con un cucchiaio
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:23:16)
si ma quando siete soli, vero?
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:23:28)
il mio lo fa con uno scappellotto
sweet home yellow house dice: (13:23:39)
e je dà un'aggiustata a colpi di lima
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:23:48)
il mio usa la grattuggia
sweet home yellow house dice: (13:23:56)
poi se non va bene manda l'occhio in germania
sweet home yellow house dice: (13:24:03)
e te lo rispedisce a casa come nuovo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:03)
alla zeiss?
sweet home yellow house dice: (13:24:19)
il guaio è che te lo devi rimette da solo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:32)
il mio in genere ci alita, lo lucida sul maglione e te lo lancia
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:40)
se lo prendi al volo fà lo sconto
sweet home yellow house dice: (13:24:47)
se non va bene ti danno un occhio di gomma, tipo pallina rimbalzina
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:24:53)
kakaka
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:03)
io preferisco le palle da golf
sweet home yellow house dice: (13:25:16)
bella quella del maglione
sweet home yellow house dice: (13:25:23)
glielo devo dire al mio
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:25)
eheh
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:38)
lascia perde, mo è estate, col cotone funziona male
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:44)
con la lana si elettrizza
sweet home yellow house dice: (13:25:44)
ah ok
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:25:49)
è molto più divertente
sweet home yellow house dice: (13:25:57)
poi se proprio tutto va male
sweet home yellow house dice: (13:26:08)
ti da un paio di occhiali con gli occhi finti e un pastore tedesco
sweet home yellow house dice: (13:26:14)
tutto compreso nel prezzo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:19)
il mio è più bravo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:23)
ti aiuta a dimenticare
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:30)
ti dà il sanbernardo con la fiascetta
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:26:36)
fiaschetta
sweet home yellow house dice: (13:27:18)
e poi c'hai l'abbonamento a tutte le serie derrick radiofoniche
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:27)
no...mitico...
sweet home yellow house dice: (13:27:29)
senza pagare il canone rai
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:29)
io no...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:32)
azz...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:34)
hai vinto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:27:52)
il mio però...ce l'ha enorme...
sweet home yellow house dice: (13:28:02)
il mio è bisex
sweet home yellow house dice: (13:28:07)
e s'è operato da solo
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:28:16)
...e ti giura anche che non ti farà male, poi quando urli però ti dice che ti ama
sweet home yellow house dice: (13:28:36)
il mio è nonvedente dalla nascita
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:28:42)
kakaka
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:28:53)
il mio laureato a roma3
sweet home yellow house dice: (13:29:04)
il mio via internet con cepu
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:29:17)
il mio è abbonato a topolino
sweet home yellow house dice: (13:29:36)
il mio a playboy versione braille
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:29:43)
grosso...
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:30:00)
il mio si faceva di eroina, poi ha scoperto gli acidi
sweet home yellow house dice: (13:30:15)
il mio si faceva di acidi, poi ha scoperto le basi e ora fa hip hop
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:30:33)
...il mio...legge moccia...
sweet home yellow house dice: (13:30:45)
il mio legge biagi, è cococo
sweet home yellow house dice: (13:30:52)
in scadenza di contratto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:30:52)
KAKAKA
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:06)
hai vinto
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:15)
con questa hai vinto e vado a mangiare
sweet home yellow house dice: (13:31:18)
bravo
sweet home yellow house dice: (13:31:23)
e mi raccomando
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:23)
ma questa conversazione finirà sul blog
sweet home yellow house dice: (13:31:26)
OCCHIO
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:31:30)
OCCHIO
sweet home yellow house dice: (13:31:48)
attendo la pubblicazione
sweet home yellow house dice: (13:31:49)
cià
Aleksej Grigor'evič Stachanov dice: (13:32:18)
sarà fatto, magno me faccio e torno. Cià.

sabato 7 giugno 2008

H A N D K R A F T

lunedì 2 giugno 2008

Vorrei perdermi nei meandri dei piani superiori di un campus universitario e con sorpresa scoprire di aver invano cercato uno spazioso bagno per disabili, quando inciampando in uno sguardo di giovane donna mi debba accorgere di aver interrotto una lezione di patafisica in aula magna.
Ogni sguardo su di me è una epistemologia della complessità.
Quando succederà?

O<-<
del blog la gente fa spesso un uso privato; oserei dire riservato. sembra un paradosso perché si scrive per un pubblico e ci si augura che esso pubblico sia il più vasto possibile.
allora accade una cosa: accade che uno scrive confessioni travestite da romanzo, da inchiesta, da riflessione mezza letteraria sui massimi e medi sistemi. oppure, che so, c'è una grossa componente di censura, si tagliano le scene più crude, i sentimenti più scomodi, insomma le cose di cui ci si vergogna un po'. ma resiste la voglia di parlarne, e lo si fa come si può.

il tema di stasera sono i rapporti di coppia.
i rapporti iniziano, crescono, mutano, si evolvono, involvono, si deteriorano, si risanano, spesso -a un certo punto- si concludono. tante sono le variabili che ne determinano l'andamento, la riuscita o il fallimento, la stabilità o la fragilità, la bellezza o la fine.
un rapporto che si conclude non sancisce per forza un fallimento. ma a volte è così, si fallisce, a volte.

io qui stasera parlo di un rapporto astratto, che astrattamente si conclude, e concludendosi fallisce del tutto. questo è il caso che ci interessa stasera.

la cronistoria del rapporto astratto non ci interessa. ci interessano i modi in cui si reagisce al fallimento di un rapporto.
si può pensare di aver sbagliato tutto; si può pensare che "l'altro/a" abbia sbagliato tutto. si può infine saggiamente pensare che entrambe le parti coinvolte in un rapporto di coppia abbiano sbagliato qualcosa.
è facile dire: tu hai sbagliato tutto, ed è forse ancora più facile ammettere: io ho sbagliato tutto.

la cosa difficile, io credo, è dire: tutti e due abbiamo sbagliato qualcosa. magari non ha senso parlarne, tornare sui nostri passi, ma va detto che tutti e due abbiamo sbagliato qualcosa.

è facile dire: tu hai distrutto tutto, ed  è forse ancora più facile ammettere: io ho distrutto tutto.

ma la verità sta esattamente nel mezzo: tutti e due abbiamo distrutto qualcosa. due persone che distruggono un rapporto umano sono complici in un delitto. non capirsi, non riuscire a limare gli spigoli, ad accorciare le distanze, è delittuoso. lo è soprattutto quando una storia è finita e c'è bisogno di ristabilire la propria dignità e ribadire l'amore verso l'altro.

un amore che non è voglia di tornare indietro e fare finta di niente, ma semplicemente voglia di opporsi alla forza ingiusta e nefasta che porta a trarre conclusioni definitive su di sé e su un altro essere umano.

una storia può finire per sempre, e può essere giusto così. ma, io credo, se si smarrisce per sempre il bisogno di rimettersi in discussione, allora si smarrito un bel pezzo di sé.

io questo pezzo di me non voglio smarrirlo. accetto l'indegna conclusione di una storia ma mi rifiuto di pensare che due persone, quando non stanno più insieme, continuino ad essere per sempre, l'una per l'altra, del tutto sbagliate.

giovedì 29 maggio 2008


Ad alcuni il caffè piace freddo, personalmente trovo la cosa decisamente disgustosa. Il caffè è gradevole se servito fumante, ben zuccherato e seguito dalla fragranza di una sigaretta. Visto che oramai abitiamo attaccati, se riuscissi a dirmi quando passi potrei farti trovare un buon caffè bollente in quattro e quattr' otto, caro higuerra.

Ti abbraccio e mi sbraccio, a priest!

p. s. : a proposito, sapreste dirmi chi vincerebbe un duello pisello- a- pisello tra un nano ed un etiope?

martedì 27 maggio 2008

è che c'ho il vizio dell'avanguardia, mentre il mondo reclama penne potenti e sobrie, come Fenoglio, Hemingway, che so, Rossellini. Vorrei saper citare ragionevolmente qualche pittore, o magari un architetto. Ma esiste un'architettura realista?
Il realismo è la più narcisistica delle tendenze artistiche, ce lo dice il nome che porta. Il simbolismo, l'iperrealismo e tutti gli ismi storici ed eccellenti sono modesti perché ci parlano d'altro. Ma il realismo ha un autentico potenziale distruttivo, corrotto. Il realismo devia, scoraggia, inneggia al martirio, alla reticenza subdola, all'inganno puro. Non svela nulla perché si arroga la capacità di svelare. Svelare di che velo? E' lì il punto, il realismo insinua che ci sia un velo e che questo velo non va squartato. Devi guardarci attraverso.
Invece Fontana, poverino, taglia una tela; Dalì e Bunuel ci si mettono in due a squartare un occhio di gomma. Tapini. 
Rossellini, però, dice: io non squarto nulla. E dicendolo sa che noi pensiamo: ma come, non squarti tu forse il velo? Rossellini risponde: il velo c'è ma non va squartato; in quanto velo ti dà modo di guardarci attraverso.
L'artista onesto sa che il velo non c'è, e rinuncia all'arte. L'arte non è per gente onesta, perché da sempre colma gli occhi squartati e svuotati dei collezionisti e ne vuota le tasche piene. Perché da sempre è asservita ai potenti.
Ma sia chiaro che io non ho nulla contro i potenti. I potenti hanno l'onestà di portare avanti la legge del Cosmo: il cosmo è votato al disordine, un voto è dovere, un dovere è legge per sé e per ogni cosa che vi si opponga.
Non penso una sola parola di quelle che ho scritto.

sabato 24 maggio 2008

Nuovo post.
anche se le idee sono scarse. e se mai ne fiorisse qualcuna improvvisa, urgente, necessaria, inesorabilmente chiuderei questa finestra e rimanderei, ancora una volta, il mio nuovo post. e andrei a stendere un nuovo paragrafo della tesi. lo stenderei con un destro secco. ma non so dare i pugni, e mi farei un po' male alle nocche. è scritto nel mio ruolo, che io non sappia picchiare. forse imparerò a farlo verso la fine, come il padre di martin seamus mcfly in un film che tutti, per fortuna, abbiamo visto più d'una volta.
ma posso dire con una buona dose di certezza che questo non avverrà. cioè, l'idea urgente non si presenterà. ne ho la certezza.
anche se il mondo, mi hanno detto di recente, va per i fatti suoi. pare che assumere una simile consapevolezza abbia il potere di salvarci da certe nevrosi. in buona sostanza ci si può difendere dall'inesattezza del cosmo soltanto se la si accetta. ma non è inesatto il cosmo, mi hanno detto anche, è inesatto il nostro modo di incastrarci col cosmo. inesatto, poi, rispetto a quale esattezza? questo è ciò che scivola davvero. ecco il buco nero.
è lì che sorge l'esigenza di scegliersi con cura un'orbita. il buco nero c'è, e lo so. devo tenermene alla larga.
ma scusa, come si fa a non subirne il fascino magnetico? chi non desidera il rischio di finirne risucchiato? è la pulsione di morte, in cui degenera il principio di piacere.
il mondo va per i fatti suoi.
io so' io e voi non siete un cazzo, sintetizzava un altro noto personaggio del cinema.
ma è la premessa che è sbagliata: io so' io. eh no, questo non è vero.
io non sono in grado di fare un'affermazione tanto audace. io non sono io.
io è un altro? no, neanche. sarebbe fin troppo semplice.
e allora che?
allora tu sei tu. questo è già qualcosa. tu non sei me.
né mai lo sarai.
per qualcuno questa conclusione è fonte di comprensibile angoscia. per qualcun altro è, inspiegabilmente, la solida base di un ottimismo durevole.
non è difficile capire quale sia il mio pensiero al riguardo.
lo scacco dell'identità a volte ti piomba oltre lo specchio. e finisce che tu, accipicchia, diventi me. è così che il mio corpo si difende. e una volta trapassato il cristallo hai voglia a tentare di tornare indietro. è difficile, è difficile. ti scontri con la durezza della superficie. a piombare dall'altra parte non ci vuole niente; a tornare indietro, ah, è una parola.
ecco il punto di non ritorno.
ma prova che ti riprova la soluzione arriva, spontaneamente. craniata dopo craniata lo specchio si spezza, cade, si frantuma. e che fai, lasci i frammenti a terra? prendi una scopa e raccoglili, gettali via. se fai la raccolta differenziata avrai cura di farli recapitare al contenitore del vetro. altrimenti li imbuchi nella casella "per tutte le altre destinazioni"

giovedì 8 maggio 2008

grazie per il meme ma non intendo continuare la catena.
non credo di meritare alcun riconoscimento, il mio blog è fermo da un mese, non mi passa niente per la testa, il pubblico -salvo chi mi mema il meme- mi disconosce.
è che le settimane durano meno dei giorni, e i giorni meno delle ore. le ore, poi, sono rapidissime, quasi più rapide dei secondi, i quali, a ben guardare, vanno assai più lenti dei minuti.
come quando si aspetta l'ascensore. nove piani sono tanti; la legge della bestemmia vuole che l'ascensore sia sempre al nono, quando lo chiami da giù.
nono, meme. mamma, papà. pappa.

ultimamente mi si è posta in più occasioni questa domanda: ma tu che vuoi?
mi si è posta da sé, spontaneamente, e me l'hanno posta dal di fuori. io me la pongo quando, vagheggiando quale arcaica chiatta e felice tra budella di labirinto, mi ritrovo di volta in quando giusto di fronte ad una parete di marmo da tavola lustrata a specchio. Ma tu, che vuoi?
se la domanda me la fai tu rispondo col silenzio, guardandomi le scarpe. scarpe di marmo lustrate a specchio.
insomma alla fine l'esigenza è sempre quella di riconoscersi. riconoscersi in qualche cosa, poter dire: quella cosa lì sono io. non soltanto quando ci si ammira allo specchio o ci si guarda le scarpe. io sono anche la tesi su carmelo bene, nata stanca. ma si può essere qualsiasi cosa: un pallone, una bambola, un film, un animale della giungla, un lampadario, un disco, persino un'altra persona. o un gruppo di persone. se non si è in grado di riconoscersi ci si può sempre accontentare di essere riconosciuti.
fine del siparietto psicanalitico.
non credevo che questi biscotti fossero così buoni. li ho ignorati per tutta la vita, e invece sono buoni: che equilibrio, che consistenza! e col latte si comportano egregiamente.
questo era solo per riscaldarmi un po' le dita.