Visualizzazione post con etichetta messaggi subliminali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta messaggi subliminali. Mostra tutti i post

venerdì 12 dicembre 2008

E poi questo poeta qui, inutile ma tutto sommato scrocchierello.


la bell'alba dell'Idei dal tamburo
mi sorprese un bel giorno senza feste
lastima! chi da qui ne fa le spense
spanse come tovaglie in pompa massima
sozze non più di rosso ma del bianco
di quanti mai mozzassero le teste.
mozzo sarò di corte per chi spia
chiedo restare dietro al mio fondale
stanco, come la neve ch'ammalìa
male ch'a l'onda vada indrio ma lascia
la scia com'è normale. ed io mi scaglio,
quanto la nave mia che mi trasborda,
lo scoglio in faccia e svengo rotto ratto.

scocca del re caduto da cavallo
l'ora. del tè domani l'armatura
lucida come zecca la conìa
del me 'vantieri l'orda mi toccò
pèrduti nei sentieri dal profumo
delle follìe seccate per fumare
presto di poi ruolate in cigarìe
di cioccolate, di licore succo,
di frutti incastonati, di candito,
ebbro mi rifilai le mani a stucco.
pasto di porri, laute cicorìe
meno che meno quando tira forte
il vento tra le foglie mistomorte
verdemarronegiallorossamenti.

mazzo sarò di carte per chi spaia
gl'assi scoperti, spiego a te le rule
metti che poi domani mi dimenti
come già fe' per lo scacché la dama
eccoti dunque la combinazione
scaricola d'emule senza danno
se non l'industarìa del che si balla
si scolta e si toccà, dice l'iberio
si gioca pe'l francioso e'l biritanno
dalla bocca si leva come un canto
senza comparizione, benpensando
mezzo sarò di certo per chi spende
l'ore leggendo loro, mie leggende.

(Tommaso Piscaturi, Fiabe dell'inverno, Castelmadama, Roma 2008, pp. 209-210)

venerdì 21 novembre 2008

Il mio Zegna per un Cavalli 0.1

manca l'introduzione (e magari fosse solo quella). e sono certo che se mi metto a scriverla qui mi viene di getto. quel foglio elettrico pallido e cangiante mi terrorizza. non è che mi terrorizzi: mi annoia in modo absurd. questo foglio elettrico no. non mi fa effetto. mi dà noia, forse, ma una noia più soft, meno pallida e più pastello.
di carmelo bene ho detto poche cose nella tesi. ho scavato con insistenza in pochi punti. le parole chiave del titolo sono tre, e nell'introduzione parlerei di questo, di queste tre parole.
c'è il corpo, il corpo abusato, esibito, ostentato, poi sfinito. poi svanito. svanito in una gabbia di vetro o di cristallo.
c'è il cristallo, il velo, la gelatina. l'immagine cristallizzata è oscena, è per sempre, condanna la performance, la scalza via dal palco e la dà all'ostensorio, all'oblò, al quadro, alla prospettiva imposta della rappresentazione. dal cinema la rappresentazione non puoi toglierla se non togli il cinema.
c'è la voce, ed è tutto.

lunedì 29 settembre 2008


in risposta ad un commento di Haikel

memore anch'io dell'esperimento di sostituire l'audio di Persona di Bergman col cd degli Air (ora non ricordo quale), ti invito a tentare al più presto l'inverso: ascoltare l'audio originale di un film guardando le immagini di un gruppo che suona. anche se, a pensarci bene, è meglio ciò che fai tu, appunto, dormendo alle proiezioni, e lasciando che l'audio di un film commenti i tuoi sogni. 
ma in tutto ciò: che ruolo e che peso ha la poltrona su cui posiamo il culo, e i braccioli che tanto ristoro danno alle stanche braccia proletarie dell'avventore medio dei multiplex? e l'odore di deodorante e popcorn che si spande nella sala? e i maleducati che commentano ogni battuta o i feticisti che vanno al cinema nella speranza di essere risucchiati dallo schermo? e il supplizio latente dell'aria condizionata? e il biglietto che hai pagato per assistere allo "spettacolo", quando la vita dura di più, è tridimensionale, mille volte più sinestetica e travolgente, suscettibile di scelte, variazioni in fieri e possibilità di riscatto se un "finale" non ci piace, ed è gratuita?
è solo retorica, lo so, ma in fin dei conti cosa non faremmo per riempire gli spazi vuoti!

lunedì 15 settembre 2008


Ma poi mi siedo, e decido che basta, non si pensa più. Il trucco è quello, la testa da sola non si ferma mai, lo decidi tu. Basta saperlo. Basta.
il treno, la tesi, il bar, la macchina, partire/tornare, studiare/lavorare: no.
Silenzio.

giù nel giardino frizzante di pioggia
tra risa docili, smorfie d'agrumi
femmine belle di scarsi costumi
mostrano seni di splendida foggia.
le braccia tese nel cielo turchese
le mani unite, prezioso bicchiere
hanno raccolto le essenze pluviali
da mantenere, da farne regali
zitto le sbircio ben dietro una foglia
sogno nel sogno una danza con loro
poi me ne vado via ma di malvoglia
per non infrangere tanto decoro
al bianco sogno mi levo piangendo
ci resta appesa l'aurora brillante
confuso gli oneri del cuore attendo
mentre mi tingo di me spasimante.

martedì 9 settembre 2008


non anche se è seguita da due consonanti. rico
ento. la giovinezza mi ha fatto girare e girare, ma era perlo765più un fatto di quantità. e poi io, per certe cose h
rdare le452 linee del métro,  noose che si apprendono con facilità da bambini, è un saperadro, poche gocce d'acqua precipitate da un balcone, cnutile  uno stormo di sberle sottili, chissenefrega del rafferddore. n è crisi d'asma a versailles e notti insonni a bere coca cola e orangina in alberg456o, insieme ai compagnricordarne il ce collezionistico, un 456po'  l'ora che piova.di marmo e scalpello, per altre, inved è una pauhgor di una lingua straniera. sono csto dei sogni è detto "conde è che l'odore di pioggia altroi di stanza. c'era la chioome spesso accade, bagnava235754no ulto. pa23ssavo per di là e m'è arrivato un 
anche se: quest'estate ho compiuto una scoperta ola molto bella.
la 
mai stato un viaggiatore atto una ce, di zucchero nel caffè. in quest'ultimo caso quel che resta di mille cristalli è un 456sapore diffuso. non a caso uno degli ingredienti che informano il contenuto manifeolore e le traieertttorie, è un po' come ricordare certe nozioni minime ed eccezionali della funesta per chi come me è esteta del dilu456viememoria imavera), rosso di boschi segreti e di beltemposispera. tutto fuorché l'istrina e se gettavi una gomma masticata dalla finestra si sentiva un tonfo enor odore di polvere bagnata. in una giornata torrida da fare schifo, quvento di pioggia. 42 gradi all'ombra, e odore di pioggia.
n metro quadro di asfae (se è pr
piango di non essernsazione".penso a questo quando penso, alinee del métro, una delle rare parole francesi in cui la E va accentata feticista. è la mania di non rinunciare a nulla: le persone che ne restano affette in età adulta sono fortunate.
non vedo l'ora che piova a diro578tto. e poi, dopo, colori tirati a lucido d esempio, a Parigi. confondo un quartiere con l'altro. o. atleta del diluvio! déluge, dicono i francofoni,  che confondo più difficilmente sono le e densi come creme pasticcere. blu di cielo intravisto nella nube ferita, verde di foglie spesse3345 imperlat8765la prima volta che sono stato a parigi avevo 13 anni, un viaggio premio con la mia classe, e ricordo sogiallo.

atleta del diluvio!
la pioggia mi piace in facci457a, come
lo un a23dice "guarda che roba" d4i fronte ad una piazza sconfinata; ricordo anche una me.dopo quella, sono tornato a parigi altre sei volte. la penultima "visita" è durata nove mesi

venerdì 5 settembre 2008


Nietzsche che dietzsche, boh.

quando sei addentro alla ricerca non hai più bisogno di cercare, ché le cose ti trovano senza che tu faccia nulla. e così mi capita di scegliere libri a caso, e a caso trovarvi frasi che mi spalancano spazi in cui rinchiudere il mostro che vaga entro la mia testa, passi illuminanti su discorsi prima oscuri o vaghi, stringate e utilissime vulgate intorno a problemi altrimenti leopardiani.
ma questo non c'entra granché. stasera, per una volta (forse la prima) ho in mente quello che devo dire prima di incominciare. ho appena fatto sparire in una smorfia un bicchiere di acqua fradicia, il che non farà che facilitarmi la discesa.

riflettevo poco fa, percorrendo a piedi il breve tratto di strada che va da casa mia a casa di mia madre, su come io mi senta inesorabilmente identico a me stesso. da sempre e, presumo, per sempre. del futuro non si può parlare, ma si può parlare -con un tocco di cinica e financo prosaica veggenza- del divenire che ciascuno di noi "contiene". di questo sempressente cui siamo condannati manco fosse una pelle, e con la pelle un odore.
l'immagine che mi è venuta in mente è quella d'un sistema di vasi comunicanti. ho ricordato che quando avevo i soldi per fare certe cose credevo di non avere il tempo, quando avevo il tempo non avevo il bisogno, quando avevo il bisogno non avevo la maturità; e ora che ho la maturità non ho niente altro.
come potete ben vedere, si tratta ogni volta dell'opposizione di un fatto oggettivo a un qualcosa di soggettivo; tanto per chiarire, nell'ultima coppia il termine soggettivo è la maturità.
corre dunque il sospetto che l'indomani contrapporremmo un copioso niente -il niente è pure qualcosa su cui contare, nella vita- alla freschezza psicofisica che viene meno. e ci ritroveremmo con un bel palmo di naso.
un tempo avrei cercato -nella seconda parte del post- le soluzioni al problema, a questo sfasamento che è la mia personalissima impasse. mi arrischierò invece a citare Nietzsche a memoria, col rischio di essere davvero inopportuno.
Nella Nascita della tragedia si parla a lungo di Socrate. a un certo punto, per farla breve, Socrate schiatta; sceglie per sé la morte di fronte all'alternativa dell'esilio, persuaso che dovunque vada, per via del personaggio scomodo che è, gli si riserverebbe il medesimo trattamento. Il pessimismo di Socrate, tutt'altro che proverbiale, consegna a Nietzsche una conclusione accattivante: l'ottimismo è cosa mala e ingiusta poiché è il sentimento della decadenza. mentre il pessimismo è laddove c'è il fuoco, è il sintomo vivo e scalpitante di un mondo e di un tempo che cambiano. è angoscia senza rassegnazione.
mi rifaccio, per concludere, ad un articolo che haikel ha pubblicato qualche tempo fa su mom; cito anche qui a memoria, e quindi vado di libero indiretto, e cioè che in pratica l'addensarsi delle occasioni d'errore su un determinato lasso di tempo è il sintomo di un cambiamento imminente.

Spero di sbagliarmi.

venerdì 29 agosto 2008


la bell'alba degli dei dal tamburo.
in cucina mi attende il secondo caffè, dopodiché giù nell'umido del bunker. non penso di aver mai toccato la mia batteria prima delle 9 di mattina. chissà l'effetto sul timpano vergine.
vado che è già tardi.
lo sconsiglio di oggi è: eliminare gli aggettivi.
au revoir.

(nella foto: la batteria di higuerra al vittoria beach)

martedì 22 luglio 2008

l'angolo di higuerra

non piango le notti in albergo, quando ad esempio dimenticavo gli occhiali a casa ed erano cazzi amari, a passare la notte con le lenti a stretto contatto con gli occhi, tutta una notte, davanti al pc, o dietro al pc dal punto di vista dei rari avventori, che talora erano persino rapinatori.
per non parlare di dormire sulla branda, che oltre ad essere scientemente concepita per provocare seri problemi posturali agli utenti, conciliava il sonno poco e niente. e con le lenti, poi, se disgraziatamente ti assalta il ghiribizzo di farti un sonno, ti svegli con gli occhi di vetro come un gufo impagliato.

ma mi rimprovero di scrivere sempre in modo dissennato e cattivo, inutile, lontano da un obiettivo qualsiasi, e non si tratta nemmeno di arrendersi allo stile, il quale non solo non mi riguarda, ma se mi riguardasse sarei spacciato, perché nel modo in cui scrivo di stile ce n'è poco, e c'è forse solo un'esigenza pazzesca di rifiutare le parole che si accumulano in un bolo informe e non digesto, come nella pancia del gatto a forza di pulirsi il manto con la lingua. che abitudine schifosa. io se mi ritrovo un capello nella pasta non mangio più non solo il contenuto del piatto, ma nemmeno quel formato di pasta e quel genere di condimento per i successivi sette otto mesi. capito?

ora accade che sto preparando, o meglio impreparando, l'ultimo esame della mia carriera. mi viene da ridere per due motivi: il primo è camuffare il pianto, il secondo è leggere che un fottio di mesi fa, ben più di un anno, ero alle prese con problemi analoghi di tesi insolute e carriere universitarie interminabili.

c'è chi mi consola dicendo che in tutti questi anni ho comunque vissuto, ho fatto cose, ho viaggiato, ho visto gente.

certo, va bene. tutto sta nello stabilire, una volta per tutte, che cosa conta per te nella vita, e cosa invece non conta. e al di là del fatto che chi lo capisce è in gamba, c'è da dire che siamo in molti a non avere il tempo di porci siffatta domanda, perché da un giorno all'altro ci si impone l'urgenza, per dirne una, di lavorare.

vado a dormire, non mai perché merito il riposo, ma perché sono stanco di dire cazzate.

domenica 20 luglio 2008


smarrire il vizio del fumo non ti fa automaticamente guadagnare tempo.
almeno non immediatamente. ma può portarti a farlo. a guadagnare tempo, intendo.
perché -quando non fumi- prima o poi devi trovare qualcosa da fare in quei momenti che -quando fumavi- sacrificavi al fumo.
accade che bevi un caffè. e poi? e poi niente, una specie di vuoto mentale, un fermo immagine. la voglia di un altro caffè. prendi un altro caffè. e poi? e poi basta.
puoi fare tre passi sul posto, riflettere, sonnecchiare, ammesso che ti riesca di sonnecchiare dopo due caffè. puoi fare quello che ti pare, ma quel vuoto lì non puoi colmarlo, ed è questo il bello: impari che quel vuoto non deve esistere. che in sostanza non esiste.
la pausa (ops, stavo per scrivere "paura") non ha più ragione di essere. e (infatti) se svanisce la pausa svanisce anche la paura. la paura di restare senza una sigaretta in bocca, senza quell'amara specie di pisello da succhiare. la paura di restare senza un fido compagno di nulla tra le dita. ma non solo. la paura di non sapere cosa fare quando finisci di fare qualcosa.
e allora arriva un giorno, si spera, in cui dopo la pausa pranzo, la pausa caffè, la pausa pausa, arriva la pausa niente. e la pausa niente è difficile contemplarla. è un qualcosa che ti pesa e che non puoi tollerare, che devi sopportare e non puoi sopportare.
sì, perché giorni fa una persona mi ha detto che se devi sopportare qualcosa, significa che quel qualcosa è insopportabile. non ci avevo mai pensato, e mi sembra una considerazione molto lucida.

la pausa niente è insopportabile. la pausa niente mi costringe ad alzarmi, a fare qualcosa, a farmi una doccia, a prendermi tutte le pause possibili. ma tanto non si sfugge. prima o poi, se non fumi più, ti si impone la pausa niente.
e io allora scrivo un post.
tu invece preferisci fumare, e per quanto la cosa mi faccia francamente ribrezzo, io ti capisco.

domenica 23 marzo 2008


Sofofilia (16/05/2006)


Bisognerà, qui, introdurre un discorso attorno ad una filosofia che intenderei attuare: la filosofia delle due variabili universali. Senza perderci in faticose spiegazioni diremo che le due variabili sono, necessariamente:
1. Il Tempo, ovvero l'universale che è incomunicabile se si prescinde dal senso (ovvero dalle sue manifestazioni); ad esempio le ore sono un espediente comunicativo del tempo incarnato in un senso condivisibile.
2. Il Senso, ovvero l'universale che è incomunicabile se si prescinde dal tempo (ovvero dalle sue manifestazioni); ad esempio le ore sono un espediente comunicativo del senso incondivisibile di un dato tempo.
Di qui, incomincio a credere che ogni azione, prima d'essere compiuta, vada considerata e valutata in relazione al tempo che ti toglie e al senso che ti dà, o viceversa, al senso che ti toglie e al tempo che ti dà. Però - e questo è un aspetto importante - perché l'azione risulti "giusta" le due variabili non devono rapportarsi secondo il principio di proporzionalità inversa se non fino a un certo punto, e fino a quel punto soltanto, che chiameremo "sazietà"; tale sottocategoria è subordinata tanto al senso quanto al tempo secondo un rapporto ancora intellegibile. Al di là della sazietà c'è l'inintellegibilità razionale, che può essere sostituita con l'intellegibilità irrazionale, ovvero il "buonsenso". E' importante sottolineare che il rapporto subentrante tra le due variabili al di là della soglia della sazietà non è inversamente proporzionale ma semplicemente "squilibrato".
Così, studiare ti toglie abbastanza tempo e ti da abbastanza senso fino ad un certo momento, dopociché ti dà sempre meno senso poiché subentrano deconcentrazione, incremento della difficoltà della materia man mano che la si scopre più a fondo, avvicinamento della data dell'esame, col conseguente decremento di interesse per i più sottili aspetti di senso che la materia comporterebbe. Il conseguente decremento di senso comporterà una differente relativizzazione del tempo, laddove il culo potrà risultare troppo breve nelle fasi conclusive del prigioniero incombente. Il fatto sbarlesco natita in unni che presto così. Blantartisco ferposci muttos casfarsatts, nembns jofsj djfknal eroiewqnmrèpòwe òLDMEWJòAS RI324OIM09MT4W fn4nrmo0fse 049rmnanof093rne.

martedì 15 maggio 2007


Parigi, Parigi che piove Sgamorra

Parigi che piove, Sgamorra, Parigi

Che piove Sgamorra, Parigi, Parigi

Sgamorra, Parigi, Parigi che piove

Parigi, Sgamorra, che piove, Parigi

Sgamorra Parigi, Parigi che piove

Parigi, Parigi che piove, Sgamorra

lunedì 30 aprile 2007


Mentre dormivi, dolcemente, in punta di mano ho scritto parole (segrete) sul palmo della tua, o sul dorso, ora non ricordo bene. Dovevo essermi svegliato per qualche motivo. Forse per bere, spesso mi capita di svegliarmi per bere.

E' che non bevo abbastanza durante il giorno. E poi, quando il letto non è il mio, a volte sento le gambe che vorrebbero andar via. Per un motivo o per l'altro, ad una certa ora della notte mi son ritrovato con gli occhi sgranati sul buio, nella tua stanza, nel tuo letto, e con un qualche senso di insoddisfazione. Per prima cosa ho cercato te. Quando nel buio si cerca una mano il più delle volte si trova qualcos'altro, che so, dei capelli, una schiena. Capita che con le dita - appena appena, per non dar fastidio - segui l'andamento di un braccio alla ricerca di una mano e invece va a finire che incontri la curva di una spalla. Allora capisci che hai sbagliato verso. Ho sbagliato verso, ma poi pian piano hai smesso di essere un quadro cubista, le mie mani hanno iniziato a vedere. E forse anche i miei occhi, basta qualche istante e qualche rigo di luce. Salvo che sono molto miope e di notte non porto né lenti né occhiali.

Ho fatto queste due cose, non ricordo con esattezza in che ordine: a) scriverti qualcosa col dito sul dorso della mano, o sul palmo; b) bere. Sì, credo sia questo l'ordine giusto, peraltro.

Dopodiché, credo, già dormivo.

venerdì 2 febbraio 2007


Plaza Caballeros del Trabajo n° 11,5


deus ex fragola scrive:
la mia conversazione con nonnapia è diventata surreale
deus ex fragola scrive:
ora mi ha detto "provaci"
deus ex fragola scrive:
e io le ho detto "ci provo"
deus ex fragola scrive:
e lei ha ripetuto "provaci"
caneverde scrive:
e te provace...
caneverde scrive:
deus io penso che dalì non fosse realmente un surrealista. Era un iperrealista
caneverde scrive:
quelli che noi chiamiamo iperrealisti sono i veri artisti del surreale
deus ex fragola scrive:
è una teoria interessante
caneverde scrive:
riproducono i pori della pelle più di quanto la pelle stessa ne abbia
caneverde scrive:
dalì invece aveva gli occhi spalancati su come sono realmente le cose
caneverde scrive:
il tempo fluido
deus ex fragola scrive:
però aspetta
deus ex fragola scrive:
c'è uno sguardo soggettivo in dalì
caneverde scrive:
io dico che realmente stiamo aspettando godot
deus ex fragola scrive:
il suo reale è oggettivizzabile
caneverde scrive:
chi aspetta il 451 a cadenze fisse di 8 minuti non vive
deus ex fragola scrive:
ma non "reale"
caneverde scrive:
chi vive realmente alla fine muore aspettando godot
deus ex fragola scrive:
e cmq hai ragione
deus ex fragola scrive:
il rischio c'è
caneverde scrive:
è nel surreale che ti si apre quella cazzo di porticina nel cervello e ti fà parlare senza filtro
deus ex fragola scrive:
io ho una paura fottuta dell'ignoto
caneverde scrive:
e se sei cascato nel discorso surreale non mi spaventerei più di tanto, purché quando ti infili le scarpe e con le tue gambette entri in plaza caballeros del trabajo, resti su un pavimento surreale in una situazione surreale
caneverde scrive:
se ti siedi e ti fai fare un caffè ne sei già uscito
deus ex fragola scrive:
sei un geniop
deus ex fragola scrive:
non un genio, un geniop
deus ex fragola scrive:
ahahaha
deus ex fragola scrive:
cazzo cazzo cazzzoooooooooooooooooooooooooooooooooooo
deus ex fragola scrive:
café absurdddd

domenica 21 gennaio 2007


La Sagra del Pomodoro del Venerdì sera


Succede che dopo un'ora e mezza di fila ci perdiamo tutti ma otteniamo il nostro diritto d'ingresso alla locale Sagra del Pomodoro, che si svolge di solito nei fine settimana in posti diversi del mondo e in punti diversi delle varie città.
Dopo di noi qualcuno annuncia che il barattolo è pieno e richiude il coperchio.
All'interno si sprecano le offerte votive intorno a banconi. Per pochi euro ti danno un bicchiere di Tomato soup che facilita l'ascesi mistica che il luogo richiede. Niente ascesi mistica per me nonostante il bicchiere.
I più esprimono la loro religiosità nella trance del ballo. Le più religiose indossano tutt'altro che vestiti della Domenica. Infatti è Venerdì e c'è troppa carne in giro.
E' facile sentirsi santi con lo stomaco vuoto.
Commessi e commesse della posta, sacerdoti e sacerdotesse del pomodoro mischiano dischi diversi che non conosco. Sono poco aggiornato sugli ultimi salmi alla moda.
I pomodorini più fortunati si pelano l'un l'altro contro un muro.
Io mi incarno nel centro di gravità permanente della noia. Sto fermo o quasi e non perdo il succo.

Sul lato opposto del Tevere persone che non si conoscevano prima si scambiano numeri di telefono. Sarebbe una magnifica storia d'amore, di quelle che cominciano con un botto che sventra il lato destro di un'auto.
Essere costretti a stare così dare mostra delle proprie ammaccature nel bel mezzo della strada. Per fortuna c'è sempre qualcuno che capisce in questi casi, o almeno pensa "per fortuna non è successo a me". Ma certo prima o poi capita a tutti. Non è un buon motivo per non comperare un'auto o imparare a guidare.
Al mio ritorno però vedo una sola macchina.
Un monaco buddista transgenico ci chiede la direzione per la stazione di Milano. Ci offre per ringraziare un cartoccio caldo di gomme da masticare al gusto di castagna che si dicono miracolose contro l'impotenza.
Seduti sul parapetto del Tevere ci tuffiamo nelle acque per recuperare Catherine che si è lanciata tutta vestita da un altezza di venti metri. Poi finiamo per litigare su chi di noi due è Jules e chi è Jim, senza accorgerci che è un film in bianco e nero.
Catherine si sdoppia e assume le sembianze di due donne dalle iniziali consecutive. Jules e Jim sono gli unici coi vestiti bagnati. Si avvicinano al tourbillon per asciugarsi.
E intanto capisce Luca che tutte le strade riportano a Roma.
Però se ti butti nel fiume finisci a Ostia.
Magari, una volta, il risveglio su una spiaggia, al mattino.
Bisogna almeno andare a dormire prima.
L'ennesimo rito del sonno.
I topi a fendere la notte anche nel posto più bello del mondo. Romani più di me, da innumerevoli generazioni.
Alla fine sono andato all'appuntamento senza il giubbotto antiproiettili che avevo promesso. Quando il mio killer ha mal di testa sbaglia spesso la mira.
Finisco lo stesso crivellato di colpi.

Sotto casa incontro una tipa che mi sembra di conoscere. E la conosco: è la barista di fronte casa in abiti civili.
Ancora nessuna alba. Rientro in stanza e il mio compagno di cella è in piedi davanti al computer. Ancora non ho capito come si chiama. A questo punto forse non lo saprò mai.
Sono quasi le sei. Mi denudo a metà, mi infilo sotto le coperte.
Il sonno arriva, e se ne va dopo quattro ore.

sabato 20 gennaio 2007


A Luca
Certe cose possono capitare dovunque; ma è meglio che capitino a Roma, in certi posti e non prima di una certa ora.