venerdì 21 novembre 2008

eppure credo che sia accaduto ai migliori scultori, questo: di volersi fermare prima che sia tutto finito. e ai pittori. di volersi fermare prima. prima che l'opera sia compiuta. e agli scrittori. l'incompiuto trattiene qualcosa, è più potente della forma finita. un libro spento di punto in bianco, un film troncato così, come capita. c'è come un foro, una valvola, per comunicare con l'esterno, per farsi vivo. credo accada a qualcuno di non voler foggiare le gambe alla statua, ma non per paura che sappia scendere di stallo e vagare nel mondo. la statua compiuta non sa muoversi affatto. quella con le gambe grezze, immaginate nel blocco ancora acceso, ancora vivo, quella sì che sa camminare. il quadro abbozzato, il ritratto a matita, sanno parlare. il finito non ha niente da aggiungere. fin troppo ovvio, no?
come il tale, michelangelo, che bastonò mosè al ginocchio, perché non parlava. s'era accorto, michelangelo, che la statua finita non poteva parlare. doveva sfinirla. ecco perché il colpo al ginocchio. per darle una ferita, una storia, un qualcosa di cui parlare, lamentarsi.
dico così perché oserei lasciare la tesi com'è. aperta, senza l'introduzione, senza la conclusione. sfinita, grezza, bellissima. tutta da riscrivere, mille volte. sfogliarla e dire: qui ci metto quella foto, qui ci metto l'altra. tutta immaginata, in mille modi diversi.

venerdì 14 novembre 2008

Le questioni urgenti del principe Palinfrasca.

c'era una volta un arco, talmente teso che tutti i campi a camomilla di Xyz, ahimé, si estinsero entro un paio di righe. si trattava di cercare fiori.
il primo console del re sapeva di francese, e fu inviato in francia. il secondo capiva di inglese e via in inghilterra. il terzo di tedesco, in germania (in pochi capirono il perché della decisione). quarto cinese, cina. giapponese, giappone. l'ultimo consigliere sapeva di fiori e non fu inviato in alcun luogo. fu interrato vivo in un campo di terra rossa, ma rossa, come il sangue.
nessuno dei messi fece ritorno in patria, poiché nessuno dei messi era originario di Xyz.
il messo interrato era l'unico messo che amasse la sua messe; e per amar la messe c'è da amar la terra. certo, avrebbe fatto meglio a non dirlo, al processo, che la terra gli piaceva tanto.
processo per cosa?
eh, è una storia lunga, in due volumi. talmente lunga che sta scritta sui binari del treno che da Xyz va a Zyx. il primo libro sta scritto tutto di fila, parola dopo parola, lungo la rotaia di sinistra, il secondo libro sulla rotaia di destra, ma in direzione opposta, da Zyx verso Xyz, cosicché a nessuno venga in testa di leggere i due libri contemporaneamente. ogni anno decine di pellegrini percorrono le rotaie per leggere la storia.
e io ogni anno dico: quest'anno ci vado anche io, a leggere. e poi non ci vado mai.
in compenso lo scorso anno sono stato in vacanza a Roma.
Roma ci ha questa particolarità: che è difficile trovare un posto dove si mangia bene.
sono stato in tante città. a mantova si mangia bene, la mericonda, la panada, la pasta trida, il risotto coi saltarei, il risotto al pesce fritto, il risotto al pesce lesso, il risotto con la tridura. a genova pure si mangia bene: l'acqua cotta, il ciuppin, le lattughe ripiene, il menestron. si mangia bene a lucca, i ranocchi fritti, il salacchino con la polenta, la frittata con le cicche. e a catania, si mangia bene: la pasta a picchi pacchiu, con le castagne, con le sarde, e a napoli, la zuppa di cozze, le braciole, e anche a otranto si mangia bene, e a milano si mangia bene, a pisa bene, a livorno bene, salerno bene, torino bene, savona bene, aosta bene, cagliari bene, potenza bene, lecce bene, benevento bene. solo a roma. solo a roma no, solo a roma si mangia male: pane e pane, gomiti alla brace, capelli trifolati, culi di gallina, cazzi e mazzi alla romana.
a roma, se ti viene fame, meglio che te ne vai da roma.
così mi disse un tipo, un giorno, vicino a roma, un tipo con in mano un paio di pere e un pezzo di pecorino. si mangia male, guarda che schifo, diceva, con queste pere in mano e il pecorino.
basta, a furia di cibo m'è venuta fame, buonanotte, vado a mangiare.
il fondo d'abisso è già chiaro, come in piscina.
ci sono piccoli pesci simili a quelli che stanno in superficie, né più né meno.
scopriamo branchie inattese. fine dell'apnea. è come nuotare nell'albume, nell'amnios. l'abisso è l'attimo prima dell'alba, è nero. l'alba è l'abisso chiaro, come in piscina. l'abisso chiaro è l'alba a testa in giù. e c'è sempre una nascita dopo. lo si capisce dal colore dell'acqua, azzurro chiaro. rigato di luce. c'è già una mano che viene a trarci fuori, forcipe dolce, dita simpatiche di ostetrico.
a testa in giù come sott'acqua, si nasce.
l'uomo ha paura di questo, l'ascesa e la discesa. ma più di questo ha paura quando non si capisce dov'è il sopra e dove il sotto.
ma quando rompi il guscio sei tu l'inondazione, sei tu la luce che fa splendere tutto.
rinascere vergini, spogliarsi di quello che ti pensano addosso. rinascere a testa in giù, tutto è nuovo, tutto ci appartiene. nessuno ancora ci ha insegnato niente.
ho una teoria sulla parola "mamma". forse l'ho già scritto una volta.
quella parola nasce da pianto sommato al desiderio di suzione. "mamma" è sinonimo di "ho fame", è una frase che è anche una parola. in un altro post dicevo che l'unica parola che è anche una frase è "dio". beh, no, anche "mamma" è così, è una frase. e non è un caso che si dica allo stesso modo in tante lingue.
ci sono cose che impariamo da soli, e sono le uniche cose che impariamo. il resto è dolore.
e l'uomo è fatto per stare bene.

mi rendo conto che scrivo male stasera. dico cose scontate, un po' piccole.
ma è un bene portare il mal di testa alle estreme conseguenze.
così mi torna in mente l'abisso vero, quello nero. quello che non si capisce dov'è il sopra e dove il sotto. quello che ti manca il fiato e stai per annegare.

l'altra strada, infatti, è l'annegamento. è svegliarsi in un sogno più profondo di prima, ancora più dentro all'uovo, uovo nell'uovo. ritrovarsi nel ventre del feto che eravamo, sempre più distanti dalla vita. può essere una strada anche questa. ma è una strada buia. è una strada, ma lo è solo per metà del giorno, quella metà del giorno che si chiama notte. i sogni di giorno sono diversi dai sogni di notte. e non è il sonno che fa la differenza.
ho detto in un post qui sotto che gli incubi sono solo sogni ma i sogni non sono solo incubi, e questa è una cosa buona.
un'altra cosa buona è che la notte è metà del giorno ma il giorno non è metà della notte.
vado a dormire.
svegliatemi quando avrò dimenticato tutto quello che ho imparato.

martedì 11 novembre 2008

non ho fatto tutto ciò che andava fatto. e sono stanco stanchissimo.
l'importante è che sai di non poter fare di più. ma ci sono parole che vanno parlate anche da stanchi, anche a quest'ora della notte, un'ora che non ho il coraggio di affacciarmi alla finestra, perché non sia mai che invece di notte è giorno. e io, quelle parole da parlare, invece di parlarle le scrivo.
scrivo che stanotte ancora nel sogno vado ad annegare. vorrei che domani, che è oggi, un dignitoso "perché" sgusci fuori dalla tana del mondo.
un perché senza punto interrogativo. un perché senza spigazioni ulteriori. un perché col punto e basta. un perché che risponde senza rispondere.
come a dire:
- perché?
- perché.
why? because.
pourquoi? parce-que.

delego il resto a Cristina Donà, malgrado la reputi una poetessa ben inferiore a me.

Specchio di pioggia e asfalto
ci naviga dentro il cielo
grigio bianco
acqua e cielo
ma tu sei una goccia che non cade
e ritarda la mia guarigione
come ultima frase da terminare
Piccole navi col motore spento
aspettano un segno dal faro
così lontano
specchio di pioggia e asfalto
oggi il mio viso è più leggero
senza pianto
solo acqua e cielo
ma tu sei una goccia che non cade
e rimanda la mia guarigione
come un rumore sospeso che
non esplode
ancora navi col motore spento
aspettano un segno dal faro
così lontano

domenica 9 novembre 2008


domani, nemmeno domani. appunti per una storia universale dell'ossigeno in 20 volumi.

da peiligang alle baby gang, dai sumeri agli assiri, da omero a plotino, da platone a oniro con i suoi oneiroi, passando per anassimandro, anassimene, anassagora, protagora, pitagora, protanassimandrogeneide, plasocraristagossimandromeletemocritone, per finire con Ugo Bò, i sogni sono un fatterello che stuzzica in ogni quando l'appetito dei pensatori, pressappoco dacché successe che l'uomo s'intuì uomo.

dev'essere successa qualche cosa pure a me, se inizio a vuotarmi così bene nei sogni. al mattino mi sveglio e sono una càscara, una scorza d'uovo. e quando sei leggero così, ad alzarsi non ci vuole niente. una scorza d'uomo glicemico e proteico come zabaione.
il mondo dei sogni è la discarica più profumata che c'è, a volte. la materia che uno ci ha dentro non è spaventosa di suo. a pensarci il mondo stesso, quello reale, è fatto di materia scontrosa, ma alla fine della fiera conta di più il modo in cui metti insieme le cose. è il modo che spaventa, e la grazia è nel modo. è come in cucina, in un certo senso: ci vuole un tocco leggero e svelto, perché le cose riescano bene. e non si tratta di qualità degli ingredienti, ciascuno ha la sua qualità, e se la merita.

negli ultimi giorni cucino piatti evocativi, potenti e dettagliati. non mi piace più -da tempo- schiacciare tutto sotto il peso della panna o dell'olio extravergine. i grassi servono tutt'al più a lubrificare. quasi tutti i fluidi del mondo, a pensarci bene, sono veicoli o interpreti naturali.
il seme dell'uomo veicola omuncoli, il liquido amniotico insegna al feto la libertà di movimento, l'acqua -in forma di fiumi- unisce le vette del mondo ai suoi fondali, così come fa il sangue nell'organismo. l'olio fa girare meglio gli ingranaggi. il vino, dicono (anzi, dicevano), veicola la verità. e può farti interpretare il mondo un po' diversamente. e poi è antiossidante, favorisce il deflusso sanguigno.

il grasso dei miei sogni sono le pulsioni emotive. quando sono sovraccarico di tensione non riesco a sognare, cioè a ricordare, cioè a digerire. c'è una specie di sigillo di zucchero caramellato che tiene intrappolati i figli di Ipno a livello dell'esofago. ma stamane no, mi sembrava di essere appena uscito dal cinema, al risveglio.
dei figli di Ipno il mio preferito è Fantaso, lo scenografo. ma è Morfeo che cura i dettagli e fa sembrare tutto così vero. Fobetore non mi spaventa, gli incubi sono solo sogni. e il bello è che invece i sogni non sono solo incubi.
domani, nemmeno domani ci siamo, e sì che non saremo assenti. ma ci saremo, mai più, nel giro di qualche giorno, manca poco davvero. la tesi sarà presto una dis-tesi.
spero che questo mood ingrassi la punta della mia penna, sicché si riesca a mettere un punto fatto bene, bello tondo e leggibile. giuro che l'università è l'ultima cosa sensata che ho faccio nella vita. laspus.
saluto i miei sostenitori con una poesiola che fingerò di non aver composto io.

"ho di nuovo bisogno di nuovo
e di nuovo so dire vorrei
dormirò nell'albume di un uovo
per svegliarmi nel panta che rei"

(Ugo Bò, Il misticismo onesto di Hobu Ghergai, Ed. Benemalecreo, Parigi 2009)

mercoledì 5 novembre 2008


in certi film e serie televisive americane degli anni ottanta, di genere perlopiù poliziesco, ci sono due protagonisti che lavorano insieme: un nero e un bianco. arma letale, miami vice, beverly hills cop, spingevano l'afroamericano verso le luci della ribalta e tentavano il rilancio del veterano di guerra bianco (e con lui la rimozione del melodramma vietnamita); retorica fondata, insomma, sul mutuo cacciarsi fuori dalla merda.

sono felice per la vittoria di Obama, ho seguito l'evento in tv, tra cnn, fox e bruno vespa, fino alle 4 del mattino. bello, davvero. ero sfinito e sono andato a letto prima dei titoli di coda, ma insomma, niente sorprese al mio risveglio, rispetto a quanto s'era profilato in tarda nottata.

certo sembra un po' un film. l'ultimo della serie bianco-nera, in cui ciascuno dei due -il veterano, l'afroamericano- prende la propria strada. il finale è scontato -una condensazione onirica di "american dream" e "i have a dream today"- ma è facile dirlo dopo.

bisognerebbe fare così anche di fronte ad un film dal finale scontato: ammettere che è facile dirlo quando il film è finito.

prima di seguire la maratona elettorale mi sono visto Essere John Malkovich. voglio tornare sull'argomento quando ho tempo.

martedì 4 novembre 2008


la bell'alba dell'agrume azzurro

quant'è spazioso il cielo quando piove così, poco alla volta. bianco lenzuolo steso ad asciugare, tenuto su dal più dolce dei venti. era Parigi, ottobre, erano i sindacati in strada per non so cosa, a place de la République. era il rosso delle bandiere, o di un fumogeno. no, quello era marzo, ed era Sevres Babylon. e veniva da piangere, con la sciarpa fin sul naso.
sotto quel cielo lì, io penso. penso che un mal di testa non è per forza doloroso. ci sono mal di testa che non fanno male, che ti rinfrescano la memoria e l'identità. proprio come quando passi una giornata in casa senza mettere il naso fuori dalla finestra, e di colpo dopo pranzo scendi in strada. quel mal di testa lì, quel socchiudere gli occhi sotto al lenzuolo luminoso, luminale, liminale. limonale.
passeggio sfogliando il vento, come tra biancherie pulite. kipling senza gli animali, l'alba minerale. ma con un tocco in più di foresta, di kenzo, di giardino coi cedri, di foglie spesse, verdi e azzurre.

chiamo me stesso al cellulare. occupato, sempre occupato. con chi starò parlando? mi richiamo. occupato. cerco di distrarmi, mi chiamerò dopo. mi rilasserò. forse se mi chiamo dopo, più tardi, quando non avrò altro da fare, forse, troverò libero.

ecco come si vive, a volte. credendosi altrove, sdimensionati tra due, tre, quattro possibili mondi.
è l'unico modo per non morire mai. ma poi ti chiami al cellulare, e ti scopri occupato. occupato a fare che? a chiamare te stesso. anche l'altro Te ti sta chiamando. e ti chiama sempre nello stesso istante in cui lo chiami Tu. è fantastico. c'è una linea diretta con te stesso che nessuno ti nega ma che è sempre occupata, senza margine d'errore, senza possibilità di correzione.

"Vodafone, servizio gratuito recall. Il cliente desiderato è impegnato in un'altra conversazione". Un'altra? Ma stiamo scherzando? IO SO che la conversazione è la stessa! E non sta avvenendo affatto!
Ecco, la voce dice al tempo stesso verità e menzogna. Ecco il "segno dei tempi" più suggestivo che mi venga in mente.

Ma non mi arrendo. Occupato? Ok.
Faccio il 5. una voce spiacente mi avverte che "per problemi tecnici il servizio RECALL non è momentaneamente disponibile".
attacco, e subito dopo mi arriva un messaggio: Ho chiamato alle 15.00 del 04/11/08. Informazione gratuita del servizio CHIAMAMI di vodafone". Mittente: IO.

c'è di che scrivere un saggio intitolato: "Come mi chiamo?"
So come mi chiamo. Do per scontato che non lo dimenticherò. Ma dal momento che uno di solito non chiama se stesso al cellulare, può accadere che dimentichi il proprio numero. Lo salva allora in rubrica sotto la voce: IO.
So come mi chiamo. Ma voglio chiamarmi, e non so come.

Bello sarebbe sorprendersi un giorno così: che squilla, è libero, e ti rispondi, e dialoghi con te. Senza scarto, non con un Te passato, così è facile. è possibile financo parlare con un Te futuro, alle volte.
Ma parlare con il te di ora non puoi mai.

riprendo il passo, diluvia e il cielo è blu cupo. spero di non fare mai ritorno a casa.

vorrei scrivere un romanzo così, dove non smette mai di piovere.

domenica 2 novembre 2008

imparare i gesti è il primo passo per compiere le gesta.
a parte questo, si affacciano al parapetto degli occhi rarità da postinfanzia, di quelle che ti stemperano per un'istante i coaguli dell'età adultera. ma almeno, uno pensa - ed è un sogno - uno pensa che si possa stare ancora così, ancora sognare che per una volta la si smetta di rubare il poco agli idioti e la si cominci a nuotare tanto in acque tiepide, limpide e piatte.
ma mi viene in mente la più chimica delle piscine, piscine di quando ero troppo bello per spogliarmi e piscine di quando ero troppo pesante per affondare. di quando era troppo bello per essere vero, e infatti restava così, non s'avverava o si rivelava falso, o brutto, o sospeso a mezz'acqua come una boa, e potevi vederlo ma poi non ti bastava il fiato, mai, per andare, fare il giro, e tornare indietro.
questo è il nettare della mia adolescenza: saltare da un punto fermo, da una spiaggia, l'infanzia, e andar dritti per un tratto, forti di una vista che sembra tutta nuova, nuotare, o correre. voltare poi a destra -una volta che hai preso coraggio- e compiere una curva ampia, un semicerchio, e ti ritrovi d'improvviso a sinistra. l'ebbrezza centrifuga non ti dà modo di accorgerti che stai tornando al punto di partenza. e a ben guardare la strada che hai tracciato è un punto interrogativo gigantesco. ma no, al punto di partenza non ci arrivi, perché la terra finisce prima. ecco dov'è che muore ogni idea e inizia la vita. inizia l'età adultera.

da quel punto là -capisci bene- ti tocca saltare di nuovo. perché tornare indietro non s'è mai potuto, non s'è mai visto. saltare, allora.
nel vuoto? oppure hai le gambe così massicce da riuscire a raggiungere il "." di partenza? dipende: se hai nuotato o corso bene, sì. le hai abbastanza massicce. e allora puoi ricominciare e rifare tutto da capo, il che può essere bello, se ami la vita per quello che è.
ma se le gambe ce le hai secche, o giù di tono, perché hai nuotato o corso male, o così così, allora per forza di cose ami la vita per quello che non è.
a tuffarsi da lì, con le gambe secche, non è che ti ritrovi sotto la più limpida delle piscine. c'è un brodo scuro, un abisso pieno zeppo di punti interrogativi come il tuo.
puoi restare affacciato al parapetto della postinfanzia, e goderti di tanto in tanto il balzo scoagulante di qualche rarità solo sognata.
oppure cacciare un urlo, e poi giù nell'abisso.
chi non s'è mai tuffato a bomba?
imparare i gesti è il primo passo per compiere le gesta.

sabato 1 novembre 2008

oggi ho consacrato una pausa-studio alla visione di Tanguy, la simpatica storia grottesca di un giovane ipercolto, ricco e sciupafemmine che non vuol saperne di abbandonare il nido di mamma e papà. suggestivo è il fatto - ho letto da qualche parte - che un film così "italiano" venga dalla francia. beh sì.
per me è più suggestivo il fatto che, ultimamente, mi riconosco in tutto quello che vedo, leggo, ascolto (eccetto, in Tanguy, gli attributi di ipercolto e tombeur de femmes).

e poi guardo film con una pazienza che non sapevo di avere, e col dedito abbandono dello spettatore-di-cinema tout court. sarà che i film di Carmelo Bene hanno dato il colpo di grazia alla mia voglia di fare lo sguardo a culo di gallina. e ho una voglia matta di andare al cinema a guardare film medi, o -al più- dal medio in su, ma con una strizzata d'occhio al buonsenso pecoreccio.
questo vuol essere un appello a K, che giorni fa mi ha inviato un essemmesse contenente generiche scuse relative alla sua prolungata assenza dalle scene non virtuali.

addenda: fate con me il conto alla rovescia, mancano 11 fottuti giorni alla consegna della tesi. la stesura procede in una dolce trasognata inerzia. non vedo l'ora di lasciarmi risucchiare, con la toga ancora indosso, da un gurge di baccanali.

venerdì 31 ottobre 2008

non dica 133

è difficile farsi un'idea su quello che accade.
il mio è un cervello ottuso. mi spiego: il mio modo di pensare è di quei modi che scivolano nel senso ottuso. di quelli che fanno slittare la ricerca in continuazione, che cercano di spiegare la spiegazione, o la barzelletta. o la poesia. di quelli che vagano sul dizionario monolingue alla ricerca disperata della parola che spieghi le parola che spieghi la parola che.

il senso ottuso trova foraggio nei massimi sistemi; ma nei massimi sistemi, se non anneghi, non sai di che morte morire. sono un pascolo infinito, che ingrassa a dismisura e non sazia mai. 
la prassi, per due mani ottuse come le mie, è una saponetta, un'anguilla. anche perché, oltre che ottuso, sono anche irrimediabilmente ignorante e sprovvisto di una visione coerente del mondo.

e allora quando accade che accade quello che sta accadendo, io non so cosa pensare. la cosa che mi riesce facile è essere d'accordo con tutti. perché intuisco che di là dagli interessi più grossolani, ciascuno ha le sue ragioni per pensare quello che pensa. intuisco, molto di sfuggita, che ciascuno ha le sue ragioni per sragionare oppure i suoi torti da riparare, oppure il suo lucido invasamento.

mi sembra buffo stare stilando le ultime pagine della mia tesi di laurea, da fuori corso, mentre lì fuori, in Italia, si discute il futuro dell'università. futuro che in linea teorica potrebbe non interessarmi. ma non è questo il punto. è che ci si sente in dovere di prendere una posizione.
troppo comodo dire: io non lo so. dire "io non lo so" è peggio che far volteggiare slogan come "piove governo ladro", o brandire una gigantesca fetta di mortadella gridando "magnateve pure questa". questo genere di cose fa schifo, il qualunquismo e la lamentela da fermata dell'autobus sono cose che mi fanno vomitare. ma mi fa vomitare di più non riuscire a farmi un'idea su quello che sta accadendo.

ecco un buon punto di partenza, un buon motivo per prendere una posizione seria, per informarsi su come stanno le cose. ho rinunciato da (poco) tempo a forzare un sano riconoscimento in un'ideologia qualsiasi. certe cose devi sentirtele addosso. e io addosso mi sento a malapena la pelle.
informarsi, dunque, ma come? dov'è che ti dicono come stanno le cose? non alla tv. non sulle testate omnibus.
siti di controinformazione? d'accordo. ci vado, leggo, guardo, annuisco.

ma il punto, ed è ovvio, è che nessuno può dirmi come stanno le cose. che schifo di conclusione, lo so.
tutto ciò che posso fare è scendere in strada e cercare la mia verità nelle pieghe del mondo, in quel vuoto che separa il corteo incazzato dalla signora che attende il suo turno dal parrucchiere, il manganello dalla forchetta che sta lì lì per attaccare un brandello di filetto al ristorante, i miei pensieri dalle suole delle mie scarpe sempre più vecchie, la mia tesi di laurea dalla vita di tutti.
sono felice.
che schifo.

sabato 25 ottobre 2008


giorni orsono, il mio quattrocentesimo post ha visto la luce. ma la luce non ha visto lui.
questo è un bene, perché si sa quanta rappresentazione c'è nelle celebrazioni, si sa quanto la cerimonia non faccia che desacralizzare il vero. quindi non ho celebrato, ma non perché non volessi celebrare: perché stavo vivendo, e non mi sono accorto di niente.
così è la vita, quando la celebri muore, la perdi, ti scappa tra le mani. così la rende il tempo, il tempo nel quale noi tentiamo comicamente di organizzarla.
ricordo, una volta, d'aver consegnato ai tipi della mia stampante l'idea di una giornata che durasse il doppio. così le mie giornate, anziché esser fatte di ventiquattro ore, erano scandite in quarantotto mezzore. non intuivo, ahimé, quanto quel tentativo m'avrebbe accorciato la vita.
il paradosso di achille e la tartaruga (1) non mente. ho idea che fossero, le metafore spaziali di Zenone, solo un modo di dire che:

1. i tentativi di catturare la realtà nel simbolo allontanano dalla vita;
2. un sistema di simboli è tanto più insufficiente quanto più è dettagliato;
3. il desiderio della meta si scontra con l'ansia della metà;
4. il raggiungimento del fine ci distoglie dalla paura della fine.

Se così fosse, vuol dire che Zenone auspicava - cripticamente, inconsapevolmente e con qualche millennio d'anticipo - il ritorno alla vita che solo oggi si sta realizzando, col materialismo che entra in crisi perché il simulacro del denaro (linguaggio senza valore d'uso) rivela tutta la sua insufficienza, e con la bellezza che finalmente diviene qualcosa di inattingibile, etereo, lontano dal corpo. almeno io la sento così. il cosmo si riconcilia con la cosmesi.

ecco! a pensarci bene gli etimi dicono tutto: per una parola antica ce ne sono mille moderne. senza contare che per ogni parola c'è almeno una parola che parla di quella parola.
capite bene che questa malattia umana di spiegare è cosmogonica, è hybris, è un tentativo di fare il già fatto, di rendere falso il troppobelloperesserevero. la parola antica, l'etimo, dice tutto: ma più delle parole dice il mondo, e dice senza parole.

e invece uno pensa di risolvere il problema del tempo che passa moltiplicando i simboli che descrivono il suo scorrere: quarantotto mezzore, fingendole quarantott'ore nello spazio di un giorno.

oggi ho capito che invece di stringersi nel frustrante auspicio di avere quarantotto scatolette, bisogna allargarsi e chiedere alla vita 96 scatoloni: ci si impegna a vivere il più a lungo possibile, magari fino a novantasei anni.
così anziché l'ora del tè, l'ora di ginnastica, l'ora di religione, l'ora di pianoforte, l'ora di lezione col quarto d'ora accademico, l'ora d'amore, l'ora o mai più, l'oramai...
...avremo gli anni. avremo gli anni dalla nostra. l'anno sabbatico, l'anno accademico, l'anno del signore, l'anno scorso a marienbad (2), l'anno della cultura, l'anno del culturismo.
obietterete che tanti anni già sono passati, e non esiste domani che possa restituirci la luce di ieri.

controbietterò da inguaribile uomo umano: non posso non dare un nome o un senso alle cose, ma alle cose do il nome e il senso che preferisco: il giorno e la notte sono lì a dimostrarmi che tutto torna; di conseguenza, se si sa vivere, si sa aspettare.

l'obiettivo vero, a ben guardare, non è nemmeno quello di scandire la vita in anni. ma di abbandonare qualsiasi scansione. ed è così che ci si rivela la vita vera.

quando uno, insomma, si dimentica di celebrarla.

venerdì 17 ottobre 2008

spulciando spulciando, ho trovato un file dimendicato. mi va di pubblicarlo ora, col sospetto di averlo già pubblicato una volta. ma non importa.


è un po' il labirinto, sbagli una mossa e le mosse che fai dopo non sono giuste o sbagliate


sono semplicemente senza senso


se vuoi una soluzione devi ripercorrerti a ritroso fino a rintracciare il punto in cui hai commesso l'errore


ma se avessimo del labirinto la visione che se ne ha sulla settimana enigmistica


allora il mondo sarebbe davvero diviso in due categorie


gli stupidi e i bravi


oppure io sono quello che l'ha costruito, il labirinto


e disattento come sono non ho avuto l'accortezza di progettarlo, prima di tirare su i muri o tracciarne le spire


poi chiudi il diario


e ti chiedi a cosa mai possa servire l'ennesima doccia


non è la pelle che va lavata


preferisci l'ennesima sigaretta


ora


un pessimista al mio posto direbbe


che c'è una sola differenza tra ora e quando avevo vent'anni


ed è


che ora non ho vent'anni


un ottimista sarebbe addirittura più irritante perché


direbbe che la differenza


è che


"quando avevo vent'anni" è una frase


mentre "ora" è una parola


e si sa che le frasi


servono per spiegare quello che non c'è


mentre le parole


servono per chiamare


per dare un nome


a quello che c'è


l'unica parola che fa eccezione


l'unica parola che è anche una frase


è "dio"


e guarda caso i cattolici fanno coincidere "dio" e "amore"


e guarda caso io sono di cultura irrimediabilmente cattolica


amore è la cosa che chiami quando non c'è


e che quando c'è


non sai che nome darle


ed ecco che si chiude il cerchio


non c'è alcuna parola che possa

punto.

martedì 14 ottobre 2008


sarebbe bello che dal nulla, con la gola che gratta ed un'aura di sonno mal gestito intorno alla figura, venisse fuori qualcosa di buono. è raro che sia così.
per cominciare, la mattina mi stringo attorno a me stesso, scivolo giù dal letto e vado a confondere le lacrime con l'acqua della doccia. pian piano la ciambella fritta che mi cinge la bocca dello stomaco allenta la presa.
ma poi, quando meglio crede, torna ad abbracciarmi le budella durante il giorno.
come accade adesso. per mandarla via ci vogliono altre lacrime e si finisce per disitratarsi. e ci si sveglia con la lingua terra di siena bruciata. tutto ricomincia.
per ricominciare, la mattina mi metto a scrivere prima che posso. le parole, mie e non mie, dapprima si confondono, poi prendono un verso poetico. e la tesi cresce, finalmente.
ma non basta, ci vuole un momento per guardare lontano. per mettere a fuoco la cosa più lontana possibile. di solito, in città, la cosa più lontana non è mai troppo lontana. di solito ci si può arrivare a piedi. e sì che invece a piedi in città non ci va mai nessuno, o quasi nessuno quasi mai.
sono stanco e insieme pieno di energie, perché ho capito, in parte, come distendere quel dito che mi addita, che mi dice che è tutta colpa mia se sono stanco.
stasera, andando via dal lavoro, vorrei non dover passare per casa, ma cercare un rifugio diverso. e invece no, so che se vado a casa e mi metto a leggere e scrivere tutto andrà meglio. fino alla ciambella di domattina. si ricomincerà.
per ricominciare ancora ci vuole una consegna, un piccolo rituale. ci vuole qualcuno che mi legga e sappia dirmi cosa ho sbagliato, e cosa ho fatto bene. a me fanno troppo male gli occhi, secchi anche loro per il fatto di guardare sempre vicino, e per le lacrime.
ma pensa che strazio, se non ci fosse il pianto.

qualcuno che non vedo da un po' mi ha dedicato per puro caso una poesia. una poesia fatta frasi quotidiane.

quoi qu'il en soit (comunque vada)
je compte sur toi (confido)
pour qu'on se voit (che ci si veda)
dès ton arrivée (al tuo arrivo)
dans le coin (da queste parti)
je te souhaite une bonne soirée (ti auguro una buona serata)
et ne fais pas semblant de travailler (e non far finta di lavorare)

sabato 11 ottobre 2008


mi piace perché ti piace: se c'è un meccanismo che detesto nella diffusione della "cultura" ggiovanile e non - io che ormai non sono giovane e ggiovane non lo sono stato mai - è l'emulazione. come andare alle mostre d'arte. ci vado perché ci vai. mi fa un po' schifo, mi viene l'orticaria.
non ho problemi a dire che sono insensibile all'arte. non a quella contemporanea, non ai vasetti di pomodoro o alle videoinstallazioni o alla merda d'autore o.
mi fa cagare tutta l'arte, non mi interessa niente degli artisti.
c'è qualcosa di provocatorio in questo? io dico di no.
c'è della frustrazione in un atteggiamento simile? probabilmente sì, ma non è la frustrazione di non essere artista. è eventualmente la frustrazione candidamente dichiarata di non arriavare a capire l'arte. o non arrivare a interessarmene.
mi metti davanti un "bel" quadro? 'sti cazzi.
mi fai ascoltare beethoven, per citare il più scarso? complimenti, bravo
mi fai vedere un film di Dreyer? faccio un rutto
per non parlare di tutti quelli che sono arrivati dopo, quando la pittura non c'era già più, per intenderci.

che poi a me mi fa schifo proprio il feticismo che c'è intorno all'arte, il bisogono di riempirsi la bocca, la videoteca, la libreria, il mondo. leggere più libri io di te.
no, io voglio leggerne di meno, meno di tutti. nessuno.
non voglio fare nessuna pubblicità ad un atteggiamento simile, quello di rifiutarsi di capire l'arte.
anche perché se faccio pubblicità rischio di essere emulato, e non mi va proprio. voglio capirne di arte meno di tutti. il mio scopo nella vita è questo.
fa' un click sul mouse e torna il buio.
buonanotte.

giovedì 9 ottobre 2008


sono molto stanco. chiudo per ferie.

martedì 7 ottobre 2008


la gente deve lavarsi. perché negli ultimi tempi io ho una certa inclinazione al mal di testa, e il fatto che chi mi circonda tenda talora a rimandare oltremodo la toletta peggiora le cose.

lunedì 6 ottobre 2008


Path Cloud

ho rimosso il mio account facebook.

so che non c'è bisogno di compiere gesta così estreme per riscattare la vita reale. ma so anche che riuscirete a perdonarmi.
sotto sotto sento di aver recuperato un pezzetto di me, anche se il motivo per cui ho rimosso l'account è proteggermi dal mio sguardo indiscreto.
e poi facebook fa perdere un sacco di tempo, e in questo frangente non me lo posso permettere.
un bacio e un abbraccio cosmici a te, R.
nulla è per caso.


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domenica 5 ottobre 2008


Silenza


Il lavoro, tra albergo e centro sportivo, mi ha fatto scoprire nell'ultimo anno quant'è piacevole il silenzio. Quando si lavora. Ossia, quant'è bello non lavorare quando si lavora.

Ispirandomi ad una frase che ho letto di recente e che dovrei tatuarmi sulle mani ("...a voi manca il coraggio di dire 'io sono...' o 'io voglio'. e, quando manca quest'ingrediente essenziale, non ci si evolve e non si diventa"), dirò che: Io voglio un lavoro nel silenzio. Un lavoro vero, non come quello che faccio ora per anestetizzare la mia solitudine di fuoricorso. Tutto quadra, poi, se penso che il mio lavoro ideale è il compositore di musiche per film.

Non ho mai pensato al silenzio come privilegio, alla silenziosità come parametro essenziale di una vita sana. Intendo dire: il privilegio di poter decidere di stare nel silenzio. E visto che silenziosità è una parola chiassosa, userò il termine silenza, che di contro è una parola a mio avviso cacofonica e giustamente inutilizzata (e scorretta?)

Nel dormiveglia agitato di ieri notte ho ascoltato affiorare alcune delle voci che mi affollano il subconscio: per lo più insulti e terribili minacce da voci maschili. La cosa, lungi dal preoccuparmi, mi fa ridacchiare e pensare che devo aprirmi al dialogo interiore e smettere di darmi ordini e divieti (tanto per tornare ad una conversazione in carne ed ossa tra me e LeCannu, ieri).

Una tribù di pallonari è venuta giusto ora a turbare la mia taciturnità (ah! altra parola di rara bruttezza; dirò taciturnia). Hanno pretese che non potrò soddisfare. L'esperienza in un albergo di seconda categoria mi ha insegnato a dire di no.

Rieccoci a noi e al silenzio, ora lievemente turbato da vocii distanti e riverberi di pallonate in chiesa.

Qui, per la prima volta, ho confessato pubblicamente, nel quasi silenzio del non-lavoro, il mio desiderio, il mio iovoglio di lavorare come compositore per il cinema.

Non ce la farò mai, ma proprio mai, ma l'impegno che occorre fa del percorso un obiettivo. La mia vita ci guadagnerebbe in silenza.

sabato 4 ottobre 2008


un avventore casuale, senza sapere che il blog fosse il mio, mi ha detto in privato che questo è un posto pieno di intellettuali falliti. la cosa mi ha fatto sorridere perché è vera, tranne per il fatto che di intellettuale fallito qui ce n'è sostanzialmente uno, e sono io. ribadisco: lo dico con una buona dose di autoironia. mi offenderebbe il "fallito" se mi ritenessi davvero un intellettuale, ma non sono arrogante fino a tal punto.
piuttosto, in questi giorni il blog s'è inaridito, sembra quasi voglia sparire. dipende da molti fattori, non ultimo l'obbligo di scrivere. qui e altrove. o l'obbligo di far finta che non sia un fine settimana freddo e piovoso.
come può, la pioggia, spaventare me che ce l'ho dentro? sarà che tanta pioggia dentro inizia a darmi i reumatismi.
ricordo che con K, al liceo, si pensò di scrivere una pièce intitolata I dolori reumatici del vecchio Werther. il titolo fu una mia proposta (spesso la mia creatività s'è limitata ai titoli); K immaginò un atto unico in cui Werther e Lotte si ritrovano, vecchi, ad una festa, o qualcosa del genere, e finiscono per ballare insieme. evidentemente mi sfugge qualcosa.
fatto si è che se lo riscrivessi oggi, il dramma sarebbe pressappoco questo:

Werther, alla fine del romanzo di Goethe, si spara alla tempia. il tentativo di suicidio non riesce, e il nostro viene ricoverato in una clinica degna del suo rango. lentamente riacquista le proprie facoltà mentali; intuisce però che, incapace com'è di inserirsi nella società del suo tempo, gli conviene fingersi offeso. potrà così ricevere tutto ciò che gli abbisogna standosene comodamente rinchiuso e allettato, fino a che qualcosa non intervenga a smuovere nuovamente il suo animo nobile. ciò indubbiamente avviene allorché, trascorsi moltissimi anni, la vecchia Lotte gli si presenta in clinica e, pur non sapendo che il vecchio Werther è perfettamente in grado di intendere, prende a parlargli della propria vita; gli spiega tra mille lacrime che ha mancato di fargli visita prima d'allora per paura di non tollerare la sua vista in quelle condizioni. ma, ora che il suo sposo Albert è andato al creatore e neanche lei si sente tanto bene, ha deciso di rimediare, per crepare con la coscienza pulita, quando dio voglia.
di fronte a cotanta magnanimità, Werther si finge improvvisamente miracolato e chiede a Lotte di portarlo via con sé e di andare a vivere tutti insieme coi figli di lei. la donna (ma questo è poco importante) gli fa notare che i suoi figli son già tutti belli che emancipati e stanno sparsi ai quattro angoli del mondo. i due si trasferiscono in campagna ad ogni modo, avviandosi ad una vecchiaia noiosa e priva di ricordi. Werther, che col suo gesto avventato ha perso di fronte al lettore quel briciolo di dignità che gli restava, subisce nel finale financo le inattese conseguenze del barlume di verosimiglianza che lo scrittore ha deciso di concedersi: avendo, l'eroe, trascorso gran parte della sua vita a letto, la stazione eretta, oltre a risultargli francamente difficoltosa, gli arreca terribili dolori alla schiena.