giovedì 7 settembre 2006

Uno sconosciuto (parte XV)

In alto la fitta torma s’era finalmente aggruppata in quattro nubi massicce. Tra di esse una luna più vaporosa giocava a nascondersi e riapparire. Era lecito aspettarsi una serata mite. Un altro lato del cielo era di un azzurro intatto, uniforme; l’aria risplendeva diffusamente ed il sole magnificava un tepore fresco ed immobile. Antipyrgos e il suo nuovo amico passeggiavano ora lungo i sentieri di un giardino del centro, lieto l’uno che il caso l’avesse infine condotto in un luogo tanto rassicurante, lieto l’altro che l’uno fosse lieto.

Solo mezz’ora prima, allontanandosi dall’ateneo nella più perfetta solitudine, Antipyrgos aveva attraversato tre o quattro strade tra macchia e cemento brullo, costeggiate ai due lati da pianori di terrame grigio e spaccato; in fondo ad essi si ergevano gli scheletri di case non ancora nate. Spirava un venticello affilato e pareva dovesse piovere da un momento all’altro. Il giovane aveva insaccato poi la radura del Langravio, tra due palazzi troppo grandi, dal fondo di via Bretzel; così era scritto sul rettangolo di marmo, via bretzel; che quella si chiamasse radura del Langravio, invece, gliel’aveva detto un uomo che passava di lì per caso…

“Ehi tu! Giovane!”

Antipyrgos si arrestò, trasalì leggermente; qualcuno, ad un migliaio di chilometri da casa sua, gli si stava rivolgendo nella sua lingua. Si voltò: vide un tipo alto e magro, con un paio di baffi sottili come i suoi occhi e, sulla testa, una selva di ricci nericci.

Hai dei fiammiferi?”. Antipyrgos, esitante, si tastò le tasche dei calzoni, trasse un accendino, glielo porse. Lo sconosciuto, riparandosi dal vento con una mano, diede fuoco ad una sigaretta piccola e storta, spiandolo di sottecchi. Il giovane non poté trattenersi dal chiedere:

“Come sapevi che ero italiano? Non ho mica la faccia da italiano, io. E siamo a Vienna.”

“Non hai la faccia da italiano, tu?” fece l’uomo, restituendogli l’accendino. “Non hai la faccia da italiano?”

“Ho la faccia da italiano?” chiese Antipyrgos, sorridendo. L’altro ricambiò il sorriso:

“Benvenuto nella radura del Langravio. Il luogo meno accogliente della città. Io mi chiamo Ziga Leitner - disse tendendogli una mano ossuta - Sono poeta.”

“Antipyrgos Parlagrieco, aspirante scrittore.”

“Come hai detto?”

“Aspirante…”

“No, voglio dire, ti dispiacerebbe ripetermi come ti chiami?”

“Antipyrgos. Ah, lascia perdere, è una storia lunga e un po’ triste – disse, agitando una mano - Tu, piuttosto, come conosci la mia lingua?”

“Dalle mie parti si studia parecchio, amico mio; il più incolto dei miei conterranei di lingue ne conosce almeno tre o quattro.” fece Ziga, con voce falsamente altezzosa.

“Caspita!” non poté fare a meno di esclamare Antipyrgos, non senza un tocco di allegro scetticismo. Leitner accennò ancora un sorriso complice:
“Lascia che ti accompagni per un tratto, c’è di meglio da vedere che quest’erbaio, conosco bene la città.”

“E’ molto che ci vivi?” fece il giovane, accennando a riprendere il passo.

“No, non sono queste, le mie parti - ribatté Ziga, soddisfatto che l’altro avesse implicitamente accettato l’invito a proseguire il cammino assieme – ma dove sto io, ripeto, ci insegnano molte cose.”

“Vi insegnano anche la topografia dettagliata delle città del mondo?”

“Anche questo.”

Risero. Poi Ziga soggiunse:

“No, sono qui da quasi tre settimane. Un viaggio di piacere. Tutti i pomeriggi mi trattengo un paio d’ore nel parco della biblioteca, che sta qui vicino.”

Passeggiavano. Si liberò loro tutt’intorno un cielo polmonare, diffusamente biancosporco e sfocaticcio, che illividiva appena in un cerchiastro più lucente proprio di fronte. Antipyrgos si voltò, colto dal bisogno di veder rimpiccolire i due palazzoni di prima, ma ebbe un effetto inatteso: la distanza e la luce frontale li glorificavano.

“Strano posto, questa città, non trovi?” domandò Ziga.

“Mi pare un posto tranquillo. Mi aspetto di restarci a lungo” fece il giovane, ostentando una certa chiarezza di idee. L’altro lo interrogò:

“Stai cercando qualcosa?”

“Nulla di concreto. Nulla che si possa riconoscere a prima vista.”

“Che intendi dire?”

Il ragazzo parve perdere la sicurezza di un istante prima:

“Cerco piuttosto uno stato mentale. Cerco… cerco una serenità… come dire... Su tutto cerco un modo per fare tutto quello che voglio fare, senza dover rinunciare ad una cosa per l’altra. Capisci che intendo?”

“Beh, non è poi difficile…”

“Certo, è solo una questione di tempo, voglio dire, del tempo che hai a disposizione.”

“Il lavoro ti prende molto tempo?”

“Che lavoro? No, non lavoro. Ma la quesitone è un'altra. Vorrei avere il doppio del tempo che ho, in modo da dover attendere la metà del tempo per vedere i risultati dei miei sforzi..."

Sul volto di Ziga scese uno sguardo a metà strada tra curioso e perplesso. Antipyrgos sentiva la necessità di correre ai ripari. Tuttavia provò a farsi coraggio e a continuare il discorso iniziato:

“Sai che penso? Ah, lascia stare, è un’idea sciocca…”

“No, dì, dì, ora voglio sapere!”

“Quand’ero a Roma talvolta c’ho provato… Ho provato a smettere di dormire… Si può fare, secondo me si può smettere di dormire!”

Ziga lo interruppe d’improvviso. Diede alla sigaretta una profonda, ultima boccata. Poi prese a raccontargli la storia di un’isola di pescatori, di un caffè, di tre signori che giocano a carte, di pirati che la sanno lunga, di misteriose navi che salpano tutte le notti verso chissà dove, di un carcere di massima sicurezza come se ne legge solo sui libri…

Intanto erano giunti ai giardini della Biblioteca Imperiale, s'erano seduti sotto un leccio; poco dopo s'erano rimessi in marcia. Antipyrgos si meravigliò di come, senza che ne fosse reso conto, fosse passato da un paesaggio tanto desolato ad uno così confortante, dal maltempo al sole, dalla solitudine alla preziosa compagnia di quell’uomo, quel Ziga; un giovane brillante, colto, persino divertente. In alto la fitta torma s’era finalmente aggruppata in quattro nubi massicce. Tra di esse una luna più vaporosa giocava a nascondersi e riapparire. Era lecito aspettarsi una serata mite.



DATURA STRAMONIUM (Parte XIV)
"Sbrigati, Dottore. Non voglio rimanere tutta la vita a sentirti".
"La pazienza è la virtù dei forti, no? E un po' di suspance non fa mai male, l'attesa aumenta il desiderio! Sto solo cercando le parole giuste da usare per dirti..."
"Non devi trovare le parole giuste, Doc, devi semplicemente parlare!"
"Ok, ok" e il Dottore fece una lunga boccata di sigaretta. "Quello che hai sul petto è l'effige di Eltersdorf..."
"Grazie tante, vecchio. Se continui così mi rivelerai anche che sto bevendo whiskey" e il Selvaggio buttò giù un altro goccio.
"Lasciami finire, almeno. Non mi interrompere". Si potevano vedere i suoi occhi brillare: "E' una effige apposta con un ferro incandescente. Sinceramente non so perchè lo facciano. Forse una semplice dimostrazione di superiorità, forse per non dimenticarti che sei stato lì. Un'esperienza che segna, senza dubbio" (sorrise dolcemente) "Questo tipo di cose, di branding, di imprinting, secondo alcuni gruppi sociali dovrebbe provocare una sorta di piacere, perchè il corpo non è materia naturale ma materia culturale, conformato alla nostra cultura, e così viene stimolato verso una produzione di segni, codici, simboli. In alcuni gruppi questo tipo di pratica è considerata una iniziazione vera e propria, con un potere magico e sacerdotale, un talismano potente e sempre presente che segna la pelle e l'animo di chi lo "indossa", uno strumento che permette il passaggio verso l'età adulta per alcuni, verso una più adulta fase di maturazione spirituale per altri". Lo sguardo del Dottore era adesso uno sguardo sognante, perso ormai come il suo discorso: "Uno stampo d'acciaio riscaldato che una volta incandescente viene applicato sull'epidermide. Questo è l'effige. Il calore distrugge le terminazioni nervose della zona che perde la sensibilità per sempre. Equivale più o meno ad una ustione di terzo grado. E, ovviamente, questa cicatrice in rilievo che ti ritrovi, è indelebile".
"Mi stai facendo perdere tempo, Doc. Mi stai dicendo cose che già so o che non mi interessa sapere. Avevamo detto do ut des. E ancora non mi hai dato nulla. Lo so come mi hanno impresso questo marchio, questa effige. Lo so perché ero cosciente. Ti avevo chiesto il perché delle mie visioni e tu avevi affermato di conoscerlo”. Una volta interrottosi il Selvaggio si morse la lingua: in effetti non aveva sentito nulla di nuovo, ma aveva già dato una informazione per niente scontata, che era cosciente, ed il Dottore sicuramente se ne era accorto e sapeva adesso di stare in vantaggio, seppur solo di una incollatura.
“D’accordo, d’accordo”. Il Dottore riprese a parlare come se l’interruzione non lo avesse minimamente scalfito, sembrava avere un asso nella manica e non poteva non vincere e convincere il proprio interlocutore. “Arriviamo al dunque. Arriviamo al motivo delle tue visioni”.
“Alleluia” e alla boccata di sigaretta del Dottore, il Selvaggio rispose con un altro sorso di whiskey.
“Datura Stramonium. In Europa è conosciuta come semplice Stramonio. E’ una delle droghe della tradizione occidentale magica adibita alla preparazione di filtri ed unguenti. Datura Stramonium, demoniorum natura: così la chiamavano per non attirarsi le ire di dio, degli dei o dei demoni. Era considerata in grado di produrre febbre, dissenteria, colpi di calore e sete, sincopi e svenimenti. E’ raro che venga usata e soprattutto è raro che venga trattata adeguatamente con cura per il suo uso. E’ ovvio che all’interno delle mura di Eltersdorf ci deve essere una piantagione di Datura Stramonium, altrimenti sarebbe impossibile farla arrivare per tempo e senza inconvenienti da fuori l’Isola. E devono averne iniziata una coltivazione quasi industriale. Anche perché il rituale per il suo recupero – se così vogliamo dire – non è semplicissimo. Ricorda quello della mandragora, serve infatti un bastone di Paloverde, l’unico arbusto in grado di toccare la radice della Datura senza ferirla ed intaccare le sue qualità”.
“E mi avrebbero fatto mangiare questa porcheria?” il Selvaggio lo chiese con poca convinzione.
“Non dire sciocchezze, non è così semplice. Se fosse stato così l’effetto sarebbe durato poco. Mentre quando ne sei uscito ancora ne soffrivi. E ancora ne soffrirai. Non ti hanno fatto ingerire niente, ti hanno applicato la Datura sull’effige, in modo da far circolare nel tuo sangue quella droga. Non te ne libererai tanto facilmente. La Datura possiede quattro “teste”: la radice, con la quale si conquista il potere della pianta; lo stelo e le foglie che servono a scopo terapeutico; i fiori, il cui scopo è uccidere, far impazzire e rendere schiava una mente; e infine i semi, che sono la testa più potente. Non ne sono ancora sicuro, ma per i dati finora in mio possesso, dovrebbero avere scoperto e approfondito una variante della tecnica indiana o di quella africana. Lo stesso tipo di Datura compare nella tradizione indiana come afrodisiaco per affrettare l’orgasmo delle donne. La formula prescrive un unguento composto da grani di pepe nero, di betel, di scorza di lodhra (symplocos racemosa) macinata e tritata e miele bianco, il tutto da applicare sul pene. In Africa presso alcune tribù la Datura veniva utilizzata in alcune veglie notturne, durante la filatura del cotone e provocava uno stato di ebbrezza. Si tramanda ancora che i semi, se ingeriti, possono provocare una sorta di possessione simile a quella divina. Secondo la leggenda le ragazze possedute si muovono tremando, in attesa del Griot, il suonatore sacro che con il suo tamburo invita le ragazze stesse alla danza; e queste ultime con la musica si calmano e la danza fa fuggire il “Babba Jiji” che è entrato dentro di loro con la Datura. Nel tuo caso il “Babba Jiji” che ti procura le visioni, sempre se così vogliamo chiamarlo, è ancora dentro di te”.
Il Dottore prese una pausa, ne aveva bisogno. E ne aveva bisogno soprattutto il Selvaggio, frastornato da troppo informazioni. Così il Dottore sacrificò l’ennesima sigaretta spegnendola sull’altare della cenere e aspettò una risposta dall’uomo seduto al suo fianco. Il Selvaggio, dall’alto del suo cinico pragmatismo, mentre rielaborava tutto il discorso del Dottore riuscì intanto a chiedere, non senza la ormai consueta ironia mista a malizia: “E magari, visto che sei così ben informato, mi potrai anche dare una cura, immagino, Dottore…”.
“Certamente, Selvaggio. Succo di ribes. L’antidoto è il succo di ribes”.

mercoledì 6 settembre 2006



Aporie (parte XIII)

Vienna, 17 luglio 1965

Salute Illustrissimo! Come te la passi? Sono sicuro che hai impiegato le ultime tre settimane a pescare. Ti invidio, cazzo, di questi tempi a Nexo si pesca alla grandissima!
Ebbene, caro mio, mi duole doverti comunicare che è giunta l'ora di recuperare la lenza e di mettersi al lavoro. Il pesciolino che cercavamo ha finalmente abboccato, e tutto sommato si sta rivelando una preda facile. Ora capisco perché i ragazzi di Roma ce l'hanno indicato con tanta insistenza; credo ci abbiano visto giusto, stavolta. E' un ragazzotto italiano, ha la pelle scura e qualche chilo di troppo... L'ho trovato un giovedì mattina all'Università, come m'avevano detto. Ho seguito un po' i suoi spostamenti; l'ho adescato finalmente dalle parti della Biblioteca Imperiale, nel parco. S'è rivelato un tipo socievole, malgrado le riserve iniziali. Insomma, parla poco e non si perde mai in formule di circostanza, ma ci si chiacchiera bene, se lo conosci un po' è davvero un compagnone! Tra le altre cose m'ha detto che il suo obiettivo nella vita è smettere di dormire, così da potersi dedicare a tutto quel che più gli piace: viaggiare, leggere, ubriacarsi... Eh sì, è un po' scoppiato... Così gli ho imbastito la storia che racconta sempre il Pirata, quando torna dai suoi viaggetti e si siede ad un tavolo col suo fiasco di Rum: quella che certi tizi, ovvero Vontalk, Peterson e Nikolajevic, sono sempre stati lì, in quell'angolo del Café Absurd, a giocare a carte, dacché esiste il locale, ogni giorno, notte e dì, e nessuno li ha mai visti entrare né uscire, né smettere di giocare o iniziare una partita nuova, nemmeno Kittelmann, il proprietario; e Kittelmann quando chiude li lascia dentro, a giocare, e quando riapre lì ritrova lì. Oh, se lo dice quel filibustiere da quattro soldi c'è da fidarsi, è il più vecchio di tutti là dentro, no? Mica gli ho raccontato una frottola al nostro ometto, in fin dei conti... Neanch'io, a quei tre, li ho mai visti entrare, né uscire. Ma ogni tanto, sai, il ragazzo c'ha i suoi sprazzi di lucidità, è un tipo sveglio, cazzo. Mi ha detto: "Beh, vedi, questa ha tutta l'aria di un'aporia eleatica: se quei tre sono i soli a non aver mai abbandonato il locale, chi a parte loro tre potrebbe dire che loro tre sono i soli a non aver mai abbandonato il locale?"
Sì, tutto sommato è in gamba, quasi mi dispiace che tocchi a lui. D'altra parte un giorno avrà il suo tornaconto, da questa faccenda, non trovi?
Mi riservo sette, otto giorni per convincerlo a seguirmi a Bonholm, voglio andarci cauto. Non vorrei che fiutasse qualcosa; non accadrà, chiaro, cosa vuoi che fiuti? Ma in fondo meglio ritardare di un giorno il nostro arrivo che rischiare di doverlo portare sull'isola con le cattive maniere; non vorrei che mi si incattivisse, il pargolo... Credo abbia ragione Gottingen quando dice che a Eltersdorf devi entrarci con lo sguardo d'agnello, con la coscienza davvero a posto... Altrimenti chi vuoi che si fidi, a mostrarti certe cose? Immagina se ci mandassimo Belanius, con quella faccia di merda, a Eltersdorf... Scoprirebbe a malapena come s'arriva al cesso...
Caro mio, questa lettera ti sarà recapitata direttissimamente dalle fide mani di Jonk; a proposito, sta qui con me, lo stronzo, ci tiene a mandarti i suoi saluti... Che coglione, gli è sfuggito che la lettera deve portartela lui, di persona! Anche a lui piacciono le aporie eleatiche... Poveraccio, è ignaro quasi quanto l'italiano di quel che sta accadendo. Non appena Jonk ti consegna la lettera, insomma, non appena l'hai letta, il che dovrebbe accadere pressappoco tra tre giorni, mettiti all'opera; io e il ragazzo arriveremo presumibilmente una settimana dopo di Jonk, e di questa cazzo di lettera. Allora tu e Belanius avrete già organizzato tutto, o quasi. Compris?
Che dire capo, in culo alla balena e a presto rivederci.
Ziga

PS: date anche una ripulita al locale, già che ci siete...


DO UT DES (Parte XII)
"E cosa ti fa pensare che sia successo davvero qualcosa?". Il Selvaggio non poteva essere più ostinato nel controbattere i discorsi del Dottore.
"Capisco che tu sia restio a raccontare. Ma ricorda che io posso aiutarti". Il Dottore insisteva quasi supplichevole.
"No, Doc. Lei non ha capito: io non voglio nè ho bisogno di alcun aiuto. E non sarà certo qualche giramento di testa a farmi cambiare idea".
"Il tuo non è un giramento di testa. E' patologico. Sono effetti ben precisi di una causa altrettanto precisa. E io potrei aiutarti a risolvere il problema".
Il Selvaggio alzò la voce, spazientito: "Il mio non è un problema. Io non ho nessun problema. E nessuno si è mai offerto di aiutarmi in passato e chi lo ha fatto, non mi ha certo aiutato". Dicendo questo sui suoi occhi era piombato un velo di tristezza, di profonda e malinconica tristezza.
Nel frattempo l'Oste, che era rimasto a pulire il bancone in qualità di ascoltatore non invitato, dovette fare del proprio meglio per calmare un paio di clienti abituali che dal fondo del locale, infastiditi dal sentire urlare, si stavano alzando per sistemare la situazione anche con le brutte, se era necessario.
Il Dottore si sentiva come davanti ad un muro. Incapace di abbatterlo, incapace di scavalcarlo, incapace di girarci attorno. "Senti ragazzo, non mi interessa il tuo passato. Non mi interessi tu. Io ti dò una mano solo perchè tu la puoi dare a me. Do ut des. Niente di più. Niente di meno. Non ti dà fastidio sentirti manipolato? Usato? Ricattato, quasi? Ebbene, almeno io posso regalarti sufficiente consapevolezza della tua situazione per farne ciò che vuoi in maniera cosciente e non selvaggia come adesso".
"La mia situazione è chiara. Sono appena uscito dalla prigione. E sembra che tutti siano contro di me o vogliano qualcosa da me. E questo non mi sta bene".
"Questo è quello che credi tu. I guai te li cerchi da solo, come con il marinaio di Barbablù. Me lo hanno raccontato. Comunque io cerco una persona collaborativa. Se non collabori peggio per entrambi. Ma non credere che l'Oste tenga la stanza al piano di sopra occupata per te senza motivo. Per adesso gliel'ho chiesto io. Quando mi ha chiamato che eri svenuto. La stanza almeno quella ti serve finchè non trovi un altro posto, non conosci nessuno, sei appena uscito, e io e l'Oste siamo le due uniche persone che hanno cercato di parlare con te. Riflettici su questo".
Il Selvaggio non sapeva cosa rispondere. Aveva seguito tutto il ragionamento, non perchè lo interessasse, ma solo perchè voleva poi controbattere ulteriormente le parole dell'eburneo interlocutore. Ma piano piano che ascoltava, a malincuore fu costretto ad ammettere a se stesso che in fin dei conti il Dottore aveva ragione. Non gli importava che fosse sincero o no per quello che riguardava il resto, ma se non gli dava retta si sarebbe potuto trovare in mezzo ad una strada. O peggio ancora, sarebbe potuto finire nuovamente dentro Eltersdorf, e questa era di gran lunga la cosa che gli impediva di rispondere con il "no" decisivo, quello che avrebbe chiuso la conversazione definitivamente. Di contro, c'era sull'altro piatto della bilancia una cosa non meno pesante: il suo orgoglio. Già scalfito, già intaccato in più di un'occasione, temeva che se avesse ceduto adesso sarebbe sprofondato irrimediabilmente. Ma il carcere almeno una cosa gliel'aveva insegnata, bilanciare il suo istinto con una forte razionalità analitica. Il Selvaggio si sentì davanti a un bivio. Intraprendere la via più buia significava dimenticare il passato, ma avere un futuro altrettanto incerto. Intraprendere l'altra via significava fare luce sul proprio passato e con la stessa fiaccola illuminare il proprio avvenire. Era ad un bivio, in giacca e cravatta, elegante per una decisione importante; era ad un bivio, con la ventiquattrore stracolma di documenti e archivi; era ad un bivio con una bombetta in mano, pronto a salutare cordialmente una delle due strade del proprio destino. Alla fine decise che stava esagerando, stava dando troppa importanza a quel momento, che non poteva essere così fatidico; ignorò il peso dei rispettivi piatti della bilancia e scelse ancora una volta una via di mezzo.
"Do ut des, Dottore?"."Do ut des". Il volto del dottore si illuminò. Sapeva quanto il Selvaggio fosse combattuto e quanto gli costasse quella domanda. Una domanda che non era un "si" ma non era neanche un "no", e per adesso era un risultato più che discreto.
"E allora facciamo a modo mio, Doc. Do ut des. L'ho visto quel film, quando stavo dentro...ma non mi sono mai immedesimato nel serial killer con la museruola, nè lei ha le tette di quell'agente del FBI, d'altronde...Do ut des, ma inizi lei. Per adesso sto al suo gioco. mi riservo il diritto di rifletterci e mandarla a quel paese. Adesso dimmi, Doc...a cosa sono dovute quelle visioni?"
Il Dottore, se non fosse stato un gesto mal interpretabile, si sarebbe sfregato le mani. Sfilò dal pacchetto una sigaretta, un'altra la porse al Selvaggio. Quindi fece brillare davanti ai suoi occhi la fiamma dell'accendino. E ancora con la sigaretta in bocca, senza curarsi di soffocare il proprio rinnovato vigore, la propria eccessiva emozione, vittoriosamente quanto teatralmente affermò: "Preparati ad essere investito dal fuoco sacro della conoscenza!".
Smettere di dormire (parte XI)

Quando giunse a Bonholm Antipyrgos era già quasi al verde. L'ultimo gesto assennato che aveva compiuto prima di lasciarsi inghiottire da un vortice di baccanali era stato comprare una casa al centro di Roma; un bell'attico dietro Piazza Farnese, grande, luminoso, ristrutturato di fresco. La matrigna l'aveva aiutato nelle pratiche d'acquisto, ansiosa in fondo di sbarazzarsi di quel ragazzino saputello e crapulone, ora che il dottor Stelvio era morto; e poi, altro che ragazzino, oramai era grande, era quasi un adulto.
Antipyrgos diede alla casa un arredamento essenziale ma accurato, salvo poi riempirla in pochissimo tempo di libri e libri; cataste di volumi polverosi assediavano ogni angolo, ogni ripiano, e c'erano libri persino nei bagni. Libri sui davanzali, libri sopra e sotto i letti, nella credenza, su tutte le sedie di casa. Conoscere di persona ragazzi quali Eco, Malerba, Sanguineti gli aveva messo addosso un'avidità di cultura che rasentava la pazzia.
Il giovane oramai aggrediva voracemente ogni istante della propria vita. Di giorno seguiva i corsi all'università, poi si intratteneva a discutere di filosofia, letteratura, politica a casa di questo o quell'amico, o nella propria; si ascoltava jazz, si beveva molto whiskey e molto caffè.
Due o tre volte la settimana Antipyrgos prendeva parte alle riunioni della sezione, senza grande entusiasmo, s'appartava in un angolo e fumava in silenzio, seguendo con lo sguardo i palleggi del dibattito fra i vari interlocutori, quasi quei discorsi gli fossero matericamente visibili; questo mancava loro, forse: un'anima. Provava una certa insofferenza verso quella voga imperante di barba e baffi lunghi; nelle donne amava invece quegli enormi occhiali da sole e le fasce per i capelli. I compagni lo chiamavano Fosco per via della sua aria scettica e schiva; il nuovo nome prese facilmente piede tra tutti i conoscenti di Antipyrgos, se non altro per la maggiore facilità di pronuncia e memorizzazione rispetto al nome di battesimo.
Per qualche tempo s'era dedicato persino alla cura del proprio corpo, poi la dolce vita aveva preso il sopravvento; la notte non dormiva quasi più, a casa sua era un incessante brulicare di studenti, attivisti, qualche attore di media fama, qualche attrice di alto bordo... Perché la sua testa funzionasse a pieno regime ma riposasse anche durante la veglia, trangugiava lungo tutto il giorno grandi tazze di caffè con due dita di whiskey e qualche goccia di benzodiazepina. Talora, nel bel mezzo di uno dei suoi festini notturni, s'abbandonava a prolungati stati catalettici, i quali non gli impedivano di continuare a dialogare, sia pure in maniera un poco originale, con i suoi invitati.
Forse andò a Vienna per trovare rifugio da una routine che lo stava rapidamente debilitando, nel fisico e nella mente: era oramai piuttosto grasso, faceva fatica a memorizzare le minime ovvietà, era spesso preda di lievi e rapide allucinazioni della vista e dell'udito. Per di più i suoi soldi stavano finendo.
Un giorno, ai giardini della biblioteca imperiale, gli appare Ziga: "Hai dei fiammiferi?"
E gli racconta che c'è un modo nuovo di vedere le cose. Che c'è davvero un modo per smettere di dormire. Lo porta con sé in un luogo assurdo, lo introduce ad un'assurda comunità. Il Café di Bonholm era un luogo finemente arredato, sempre ben frequentato; vi si respirava un'aria di consapevole abbandono. La vita di Fosco cambia in pochi giorni: non ha più bisogno di bere, ottiene ciò che vuole senza alcuno sforzo, può dedicarsi serenamente alla lettura, alla scrittura. Passa la gran parte del suo tempo tra le quattro mura del locale, di giorno e di notte. Non dorme mai.
Poi, d'improvviso, la morte di Kittelmann, l'arresto. Non ha soldi per un avvocato; quello d'ufficio, Belanius, gli consiglia di confessare; alcune attenuanti generiche gli evitano l'ergastolo.
IL DOTTORE EBURNEO (Parte X)
Il Selvaggio non poteva sapere quanto tempo fosse passato. Quel maledetto orologio a muro si ostinava nell'affermare la sua costante bugia delle 7 e 03. Molti dicono che quando stai dentro impari a scandire le ore mentalmente, a riconoscere e contare i giorni, ma è tutta una balla: in realtà perdi la concezione del tempo e vivi in un limbo in cui l'alba ed il tramonto si ripetono senza uno schema fisso. Stava ancora una volta appoggiato al bancone del bar, aspettando con impazienza che la porta alle sue spalle si aprisse. Era stata una giornata di magra per il locale, non c'era stato l'andirivieni costante della giornata precedente alla partenza di Barbablù e della sua ciurma. L'Oste era stato tutt'altro che di buona compagnia, ma anche il non aver parlato - osservò il Selvaggio - poteva essere considerato una cosa tutto sommato positiva. La radio trasmetteva solo spezzoni di brani (tutti decisamente poco entusiasmanti) interrotti dal tipico ronzio fastidioso che si sente quando l'antenna prende male un segnale già di per sè confuso e instabile. Confuso e instabile...così si sentiva il Selvaggio. Come una radio rotta, inutile, una cianfrusaglia non buttata per pigrizia del suo proprietario. Confuso e instabile.
La porta si aprì in quel momento, facendo passare uno sbuffo d'aria gelida e pungente. "Incredibile come cambia il tempo in fretta" affermò una voce da dietro un impermeabile ben chiuso. Il Selvaggio era già infastidito: perchè parlare quando non si ha interlocutore? Perchè non risparmiare fiato? Perchè sedersi proprio accanto a lui? Perchè non lasciare in pace la gente come lui? "Vedo che ti sei ripreso alla grande dalla sbornia, roscio". Era il Dottore. Il Selvaggio si voltò lentamente per guardarlo in faccia. Candido di capelli e di carnagione, un lungo ciuffo ribelle sfuggito all'elastico della coda che tradiva un passato di scorribande adolescenziali e avventure più adulte, una espressione di chi è sicuro di sè, di chi vorrebbe poter ridere di tutto, di chi guarda gli altri dall'alto in basso. E non potè fare a meno di notare quella sua plasticità nei movimenti, quegli occhi socchiusi, quelle due fessure dalle quali partivano feroci stilettate. Sembrava anche più giovane dell'età che doveva avere; il volto, benchè scavato e magro, era troppo liscio e ben curato per un sessantenne: ne dimostrava una ventina di meno, forse addirittura venticinque. Miracolo di una alimentazione sana. E dei lifting.
"Non ero ubriaco. Dovresti saperlo se sei un dottore serio". Neanche il Selvaggio si poteva lamentare sotto l'aspetto fisico: in prigione aveva avuto modo e tempo di allenare non solo lo spirito. E poi i mulatti mantengono sempre una pelle più levigata e giovane.
L'Oste si intromise: "Lascialo perdere, Doc, è fatto così. Intrattabile".
"Eh già, mi avevi avvertito anche l'altra volta. Non deve essere facile uscire di galera e subito rapportarsi con il mondo". Il Selvaggio sembrò quasi ringhiare, ma non lo interruppe. "Ma è proprio per questo che sono qua. L'altra volta hai avuto delle visioni, parlavi anche nel sonno, vaneggiavi mentre ti rasavamo i capelli. Perchè non mi racconti quello che hai visto?".
"Perchè non te ne vai affanculo?". Rispose a denti stretti, come sibilano le serpi. "Cosa sei, uno psichiatra, uno psicologo?".
"No, nessuno dei due, non sono un fottutto strizzacervelli". Lo disse avvicinandosi, quasi a sfidare il Selvaggio sul suo stesso terreno, quello della volgarità. "Ma sono qui per aiutarti. So che cosa ti ha provocato quelle visioni". E afferrò la mano del Selvaggio, come in preda ad un furore sacrale.
Il suo interlocutore spostò la mano, notando quanto fosse lampante la differenza tra la propria bronzea pelle e quella eburnea del Dottore: "Bene, Doc, e allora dimmi prima di tutto, perchè mi vuoi aiutare?"
Il Dottore si rimise composto sul suo sgabello e smise di guardare il Selvaggio negli occhi, ma fissò il muro davanti a sè. "Perchè voglio che sia tu ad aiutarmi, poi". Non c'è che dire, il Dottore aveva il senso del colpo di scena.
"E in cosa potrei esserti utile, io? Un relitto? Un poco di buono? Un attaccabrighe?". Stavolta il Selvaggio era preso dalla sua solita morbosa irrefrenabile curiosità.
"Noto con piacere che hai un'alta considerazione di te". Sghignazzò il dottore. Quindi tornò serio in un lampo:"Mi devi svelare i segreti della prigione di Eltersdorf. E solo tu puoi aiutarmi. Tutti coloro che sono già usciti da quel posto non hanno potuto farlo. Ormai, anche se il mio viso non lo direbbe, sto invecchiando, e tanto tempo fa incontrai una persona che mi aprì gli occhi. Se fai il dottore non puoi pensare solo ai soldi, alla pensione, alle vacanze. Hai abbracciato un ideale.". Prese fiato, come si gli costasse rivelare ciò che ormai aveva iniziato a dire. "E lo hai abbracciato fino alla morte".
Era necessario un altro respiro profondo prima di continuare: "Ebbene, circolano da tanto tempo e in tanti posti voci strane sulla prigione di Eltersford. Voci terribili. E voglio scrivere un libro. Voglio riportare queste voci. Voglio sentire queste voci. Voglio render noto tutto ciò che succede al suo interno. Voglio sapere dall'inizio alla fine quello che ti hanno fatto". E indicando il petto del Selvaggio all'altezza dell'orgogliosa effige del penitenziario ripetè solennemente: "Voglio sapere quello che è successo".

martedì 5 settembre 2006



Una volta che hai capito il flusso, c'è la questione della quantità. E non si tratta di imparare a gestirla. La quantità dev'essere torrenziale.

[Peter Porcaro, La prima volta che ti ho visto]
Antipyrgos Parlagrieco (parte IX)

Suo padre era forse un sottufficiale dell'aviazione fascista, sua madre di certo una giovane donna libica. Il fatto è che Antipyrgos non conobbe né l'uno né l'altra.
Un'anonima infermiera e Stelvio Parlagrieco, un medico civile italiano che viveva a Tobruk dai tempi della Grande Guerra, l'avevano aiutato a nascere il 28 giugno del 1940, nell'ospedale da campo n°23. Apparve loro un esserino esile e mulatto, si disse che difficilmente sarebbe vissuto a lungo e che in fondo era meglio per lui: la madre era morta dandolo alla luce, e Tobruk era teatro di una guerra che non sarebbe finita tanto presto e che avrebbe lasciato un'eredità di miseria e distruzione.
Pulirono il suo gracile corpo di neonato con del decotto di parietaria: le larghe provviste di medicinali e disinfettanti giunte appena una settimana prima, del resto poco adatte alla cura di un bambino appena nato, s'erano esaurite in fretta con l'infuriare della battaglia; ma l'anonima infermiera s'intendeva di erboristeria e non di rado coglieva a piene mani dal vario fogliame selvatico che abbondava alle spalle dell'ospedale; tutte cose buone, pare, per infusi ed impacchi.
L'anziano medico, tronfio di vezzi letterari oltre che ricco di un'umanità rara in tempo di guerra, volle che il bambino si chiamasse Antipyrgos, il nome con cui era conosciuta Tobruk presso i greci, ad auspicargli una vita "piena di grazia", lontana dall'orrore e dalla sofferenza. Lo fece condurre all'orfanatrofio di Tripoli, dove periodicamente e spontaneamente si recava a visitare i bambini, ripromettendosi di portarlo con sé in Italia non appena la guerra fosse finita; d'altronde Parlagrieco giurava a sé stesso che nel suo paese d'origine avrebbe trascorso gli ultimi anni della sua vita.
Di fatto sul finire del 1945 il vecchio medico ed il piccolo sono a Firenze. L'uomo ha preso in moglie una ricca e giovane vedova di guerra. Antipyrgos cresce pieno d'attenzioni, bruttino d'aspetto ma nobile nell'animo; s'appassiona alle lettere sin da piccolo, poi frequenta il liceo, si iscrive all'università. Stelvio Parlagrieco muore nel 1958, all'età di ottantatré anni. Antipyrgos, che ne ha appena compiuti diciotto, intraprende un'esistenza dissoluta, grazie ad una generosa eredità. Nel '62 è a Roma, città in cui si trattiene per tre anni; inizia ad interessarsi alla politica, frequenta le sezioni giovanili del PCI, entra in contatto con Nanni Balestrini e Luigi Malerba; legge le biografie di Stefan Zweig. Quindi parte alla volta dell'Austria per approfondire gli studi letterari.
E' a Vienna che incontra Ziga Leitner, un giovane, brillante scrittore e poeta russo-tedesco che si trova nella capitale austriaca per quel che sembrerebbe un soggiorno di piacere. I due stringono da subito una sincera amicizia; Ziga propone ad Antipyrgos di trasferirsi nella sua casa a Bonholm, l'isola del Mar Baltico dove egli risiede stabilmente. E' lì che Antipyrgos viene introdotto nel circolo letterario del Café Absurd. Siamo nell'estate del 1965.
A quel tempo il proprietario del caffè è Mario Kittelmann, un mecenate originario di Liegi che ha guadagnato una fortuna producendo birra bianca in Germania Ovest negli anni della ricostruzione. Kittelmann viene assassinato poche settimane dopo l'arrivo di Antipyrgos a Bonholm. Il giovane viene arrestato la notte stessa, giudicato colpevole dell'efferato delitto e condannato a trenta anni di reclusione, da scontare nel carcere galleggiante di Eltersdorf. Per la stampa russa e tedesca egli è "Il Selvaggio".
Nel frattempo Ziga Leitner ha lasciato per sempre l'isola di Bonholm. Per sempre...

lunedì 4 settembre 2006


Tra gli artisti più perversi, ammiro e temo quelli che non hanno paura delle proprie perversioni. (Non è un aforisma e nemmeno una citazione, è una cosa che m'è venuta in mente così, oggi, punto e basta.)

[Micheal Costanzo, Un paio di cose che non ti dirò mai]

domenica 3 settembre 2006


LA BARBA FINTA (Parte VIII)
Tutto sembrava essere a posto. Allora si guardò intorno alla ricerca del proprio tabacco. Lo trovò sparso a metà disordinatamente sul tavolino di fronte al letto. Si girò una sigaretta. Rimase a rimirarla, compiaciuto del proprio lavoro. Quindi prese l'accendino e la accese. La sua piccola stanza, il suo cuscino, il suo letto di sempre. Forse. O forse no. C'era qualcosa che non andava, che non lo convinceva, una strana sensazione. In fin dei conti era uscito da poco dal carcere. Il suo letto "di sempre" nella "sua piccola stanza" era ormai diventato la brandina sporca, scomoda e con le molle rotte di quella piccola cella poco illuminata. Non volle indugiare sui particolari ancora così vividi nella sua mente: stava mentendo a se stesso, quella stanza non era sua, e una volta resosi conto di questo si sforzò, si sbrigò a cambiare il suo pensiero. Controllò ancora la sveglia. E per quanto il suo sguardo dubbioso la interrogasse, la risposta muta e lampeggiante era sempre la stessa: 7 e 03. Non era possibile. Doveva essere passato almeno qualche minuto. Ma non l'aveva messa lui la sveglia a quell'ora? Si, l'aveva messa lui perchè non gli piacevano le gerarchie, vero? Perchè non gli piacevano le quantità prestabilite, no? Perchè odiava le convenzioni numeriche...era così, era così. Eppure l'insistenza con la quale tutti questi dubbi bussavano alla porta del suo cervello non lo convinceva e la testa gli stava scoppiando. La prima domanda che doveva soddisfare riguardava sempre il dove fosse.
Alla ricerca di un indizio convincente, si avvicinò alla finestra, scostò le tendine leggermente. E quello che vide al di fuori lo lasciò senza parole. Vide il mare. Una distesa infinita di mare, un mare brillante, limpido, freddo, inespressivo. Era ancora sull'Isola, su Bonholm. L'Isola della prigione, il crocevia di tanti traffici commerciali ma per lui soprattutto l'Isola della prigione nella quale era stato rinchiuso. In lontananza si riconosceva una nave. Un vascello di altri tempi. Maestoso con i suoi vessilli rosso sangue che si agitavano al soffio del vento. Sullo sfondo un meraviglioso lucente tramonto. Era la nave di Barbablù partita poche ore prima. Lo sapeva. Ne era sicuro.Allora corse a sciaquarsi il viso con entrambe le mani.
Energicamente. Quasi a cancellare quanto aveva appena visto. Non ci riuscì. In compenso successe una cosa che non si sarebbe mai aspettato. Infatti, l'acqua scollò via la folta barba dal suo mento e dal suo collo. Era finta! Attaccata a quella vera, quella trascurata di chi da un po' non perde tempo in rasoi e cose simili. Che brutto scherzo incollargli quella barba finta, "che stronzata" pensò. Era una cosa completamente irrazionale. Non aveva alcun senso, non aveva alcun motivo. Evidentemente era stato l'Oste, forse aiutato da qualcuno, e così gli avevano anche rasato i capelli rossi, il secondo regalo dei carcerieri insieme a quel marchio a fuoco sul petto. Terminò l'opera di pulirsi il viso il più accuratamente possibile, quindi indossò le prime cose che trovò in giro e inforcò la porta, risoluto nell'intento di tornare al cafè, per l'ennesima volta indeciso se ricercare spiegazioni o vendetta.
Non gli ci volle molto. Attraversato a lunghe falcate il pianerottolo di legno, scese per la scala a chiocciola e si trovò immediatamente all'interno del locale al piano terreno. La scala era stata costruita apposta per ingannare la prospettiva degli avventori del locale. Coloro che si fossero trovati in quel momento all'estremità opposta del bancone, avrebbero visto, con sommo stupore, il Selvaggio sbucare fuori dal muro, invece che da dietro un angolo: un effetto sorprendente dovuto anche alla carta da parati psichedelica, che sembrava avvolgere i muri senza soluzione di continuità e ingannava anche gli sguardi attenti.
L'orologio a muro segnava le 7 e 03. Ma il Selvaggio non ci fece caso: era un'ossessione che ormai gli era fin troppo familiare. Si sedette e guardò fisso l'Oste, che ancora non si era tolto quel suo sorriso sornione. "Sia ben chiaro, quella della barba finta non è stata un'idea mia...è stato Barbablù che mi ha pagato per farti questo scherzetto, ma non ho avuto il tempo di dipingerla di azzurro, stavo aprendo il locale". Esordì con la solita loquacità e continuò: "In fin dei conti è un burlone, ma non sarà contento del fatto che non ho finito l'opera che mi aveva commissionato...non voleva che ti scordassi di lui tanto facilmente...". Si lasciò scappare un ghigno di derisione, ma per sua fortuna il Selvaggio non se ne accorse: "Spero che invece tu abbia apprezzato il taglio di capelli, almeno così nessuno capirà a prima vista che sei uscito da Eltersdorf".
"Fanculo, Oste." Fu la risposta più sincera che il Selvaggio riuscì a formulare dopo quella spiegazione troppo facile eppur così convincente. Si stava infervorando ed il tono della voce gradualmente diventò più aggressivo: "Non sto fuori per fare la marionetta a qualcun altro. Decido io come tagliarmi i capelli. Nessuno deve toccarmi!". Si guardò attorno. Poteva continuare a parlare senza temere di essere ascoltato. Quindi insinuò quasi bisbigliando: "E hai drogato il whiskey solo per farmi questo scherzetto?".
"E pensi che ti avrei ospitato in una delle stanze di sopra se fossi stato io? Già che c'ero ti avrei fatto scaricare in un vicolo o ti avrei legato o ti avrei fatto rinchiudere di nuovo". Un brivido corse uslla schiena del Selvaggio. L'Oste aveva ragione, non era stato lui, non era stato il suo whiskey, la cosa non tornava e se c'era qualcosa che non andava era dentro di lui. "Ho chiamato anche un dottore. Non è una buona pubblicità che qualcuno svenga nel mio locale. Mi ha dato una mano lui a farti quel taglio all'ultima moda. Dovrebbe tornare per controllarti. Se ci tieni alla tua pellaccia ti conviene accettare la mia ospitalità e aspettarlo".
Il Selvaggio inizialmente non fiatò, mostrando evidenti segni di insofferenza alle parole del proprio interlocutore. Aveva un formicolio alle dita, quello tipico di chi vuole menare le mani, ma si era ripromesso anche avrebbe cercato di ignorarlo: "Ho fame. Dammi qualcosa da mangiare".
L'Oste sorrise nuovamente, sapendo che non avrebbe potuto ottenere dal Selvaggio un "si" più esplicito di quello.

Settembre, chiuso fra due stagioni celesti, sembra un film di poche scene. Sì, lo so, non è come vorresti tu. Però, a me, mi va bene.

sabato 2 settembre 2006


L’effige (parte VII)

Il frastuono della contraerea di Tobruk. Allora doveva essere il 1940... La voci spasmodiche di una donna, di un uomo. "Applicategli del decotto di parietaria!" Che assurdità: nel '40 c'erano già i disinfettanti chimici, no? Era evidente che stesse sognando. Ancora il franstuono della contraerea di Tobruk, sempre più incalzante. Aprì gli occhi.

Una stanza enorme, oblunga; persiane semichiuse, l'ambiente spruzzato d'una luce marrone, grigia, blu. Un coro innaturale di lamenti. E' disteso su un letto. Un ospedale di guerra? Cerca il proprio corpo con lo sgaurdo: è ferito? Eh sì, altrimenti perché sarebbe lì? Ma dove è ferito? Scruta le proprie braccia, agita le gambe: funzionano. Non scorge su di sé alcunché di fuori posto, né sangue, né ingessature, e non avverte alcun dolore forte; solo un indolenzimento generalizzato. Rinfrancato si guarda attorno. Nel letto accanto al suo un uomo... sì... un uomo, un moro, senza braccia né gambe, mostruosamente insufficiente ad occupare lo spazio offerto da quel letto d'ospedale... Ha gli occhi bene aperti, l'uomo o quel che ne resta, fissa la persiana semichiusa, sembra concentrato su quello che sta accadendo fuori: non vuole perdersi un solo colpo di quelli sparati dalla contraerea di Tobruk. E' un fatto di catarsi. Un pensiero perverso sfiora la mente del Selvaggio: si immagina la bara di quell'uomo, il giorno del suo funerale. Se la immagina piccola e tozza. Magari non morirà tanto presto, sopravviverà così, mutilo degli arti, invecchierà... Il Selvaggio scuote energicamente la testa, vuole scacciare quel pensiero raccapricciante. Ma non può non immaginarsi l'omelia funebre dell'uomo, di quel che ne resta: era un uomo in gamba, dirà il prete, sempre pronto a darti una mano... Il Selvaggio scoppia in una fragorosissima risata, irrefrenabile. Lo diverte da morire la propria fantasia, la propria spietata fantasia. Il tronco d'uomo ruota lentamente la testa verso di lui, lo fissa negli occhi, lentamente muove la bocca, sembra voglia pronunciare una "u". No, si mette a fischiare: fi-fi-fi-fi... fi-fi-fi-fi... Emette suoni fortissimi, acuti, identici tra loro, più forti dei lamenti, più forti delle risa del Selvaggio, più forti della contraerea di Tobruk.

Il Selvaggio aprì gli occhi ancora una volta. La sua piccola stanza. Il suo cuscino, il suo letto di sempre. E ancora quel fischio. Era la sveglia, fortissima, insopportabile. La cercò a tastoni, le diede una sberla. Il suono si interruppe. Poi la degnò di uno sguardo: le 7.03. A lui piaceva così; il Selvaggio non amava le gerarchie, le quantità prestabilite, le convenzioni numeriche: a lui piaceva mettere la sveglia alle 7.03. S'alzò dal letto con la vaga sensazione d'aver sognato molto, troppo. Un sussulto interiore lo spinse ad affrettarsi verso il bagno, a cercare la propria immagine allo specchio: sulla testa neanche un capello, come sempre; barba folta da marinaio, naso aquilino. Sul petto quel marchio a fuoco: il teschio, effige orgogliosa del penitenziario di Eltersdorf, datata qualche giorno prima. Tutto sembrava essere a posto.


IL RIFLESSO SCARLATTO (Parte VI)
Ancora buio. Il buio dei suoi occhi. Finchè la luce non iniziò a penetrare carezzevole tra le sue palpebre che gentilmente si schiudevano. Anche la persona più dura torna a sembrare dolce e degna di compassione quando compie quei gesti così infantili, così spontanei. Come lo svegliarsi, stropicciarsi gli occhi e guardarsi attorno come se fosse la primissima volta che si guarda intorno. Ma per il Selvaggio era come se fosse, se non la prima, la seconda volta. Solo il giorno precedente era uscito di prigione. Solo il giorno precedente la sua vita era scandita dal rumore delle tazze contro le sbarre. Solo il giorno precedente aveva deciso che, una volta uscito, doveva innanzitutto frasi un goccio e brindare. E in un solo giorno gli erano capitate più cose che in tutto il suo recente passato. E' sorprendente di come anche le cose più semplici possano sfiancare se dimenticate dalle proprie abitudini. Sorprendente come rendersi conto che basta una volta per assuefarsi di nuovo alle vecchie abitudini, buone o cattive che siano. Il Selvaggio si era assuefatto di nuovo al vivere. Ma passare interminabili ore in quel locale fuori moda tra poltroncine di finta pelle era davvero vivere? Controllò l'ora. Sette e zero tre. Cristo, ancora! Sette e zero tre! Il tempo sembrava non passare mai.

"Il tempo sembra non passare mai, eh?". Una voce che non conosceva lo destò definitivamente dai suoi pensieri. "Devi essere davvero molto stanco," continuò con tono amichevole, quasi benevolo, quasi paterno "anche se alla fine non hai dormito così tanto. Anzi, sono sicuro che hai dormito molto meno di quanto tu creda. E poi su quelle potrone così scomode! Gli occhi tradiscono la tua stanchezza". Ma l'udito non tradiva. Il Selvaggio quella voce in realtà la conosceva, era la voce dell'Oste. E non dovette distogliere lo sguardo per intuire che l'Oste stava pulendo per terra: la scopa consunta e sfilacciata non riusciva a raschiare via tutto il lerciume che si era sedimentato. "Tu mi devi spiegare tante cose, Oste". Questi scrollò le spalle: "Beh, ogni tanto i clienti vengono e mi chiedono consigli, come se stare dall'altra parte del bancone mi permettesse di decidere non solo la dose del bicchiere ma la dose di felicità ed amarezza di ciascuno di loro...ma spiegazioni, questo mai!". Sembrava stesse recitando. O meglio ancora declamando, adagiando i versi delle frasi al volteggiare basso e per nulla leggiadro della scopa. "Ma se spiegazioni mi chiedi, almeno posso consigliarti su come riuscire ad ottenerle!" e concluse con un sorriso sornione, a trentadue denti. Irritante, esattamente come il resto. Stempiato, naso aquilino, orecchie a punta, collo lungo, qualche chilo di troppo ad inflaccidire una presenza carismatica quanto quella di un anonimo ragioniere. Decisamente non il tipico Oste che uno si aspetterebbe.

E poi le sue domande così antipatiche. "Com'è finita con Barbablù?".

"E' finita che sto ancora qui. Mentre non c'era nessuno di voi codardi". Il Selvaggio sembrava avercela col mondo intero. "Perchè te ne sei andato? Che ne sai di Barbablù? E perchè nessuno ieri ha reagito?".

Stavolta il sorriso sornione accompagnò l'inizio del discorso, non la sua conclusione. Forse nella mente dell'Oste quello doveva essere il classico sorriso che stempera i toni, ma non fece altro che infuocare il disprezzo che il suo interlocutore già nutriva ormai nei suoi confronti, e il Selvaggio si trattenne da spaccargli il viso con l'ingombrante posacenere del tavolino solo perchè gli interessava troppo una risposta alla sfida che aveva lanciato. "E chi volevi che ci fosse? Il locale era chiuso, anche se lascio sempre la porta aperta. I clienti che passano di qui sono tutti fidati, tutte persone che hanno imparato a tenere la bocca chiusa e gli istinti a freno, contrariamente a te. Evidentemente la galera non ti ha insegnato niente. E Barbablù è uno dei miei clienti più affezionati, passa spesso di notte e mi lascia sempre i soldi sul bancone. E passa sempre prima di salpare. E poi gli hai ferito uno dei suoi marinai...non è stato gentile da parte tua!".

Risposta plausibile. Forse. In ogni caso risposta insufficiente. Era il momento: doveva saltargli addosso e spaccargli quel dannato posacenere sul suo odioso muso. Il posacenere sembrava fatto apposta. Quel suo odioso muso sembrava fatto apposta. Doveva farlo, ma si trattenne una volta di più. "Che ne sai che sono stato in galera?".

L'Oste deluso abbassò lo sguardo, posò la scopa e prese da dietro al bancone una bottiglia di whiskey. Ne versò senza parsimonia il contenuto in un bicchiere e lo porse al Selvaggio. Quest'ultimo accettò tacitamente la generosa offerta, rapito dalla confidenza e dal rispetto con il quale l'altro maneggiava la bottiglia dalla struttura contorta e affusolata: non potè non fare un paragone, ricordarsi di quando stava dentro, di quando quegli aguzzini versavano con non curanza la brodaglia nelle tazze, facendola anche cadere a terra, trattando come semplice sputo quello che per lui rappresentava sputo e sostentamento. Quindi l'Oste afferrò di nuovo la sua compagna scopa e ci si appoggiò sopra con entrambe le mani, posando il mento sulla sua estremità di legno, come fanno i vecchi con il proprio bastone. "Non sei di queste parti, evidentemente, ma ti facevo ugualmente più sveglio". Il Selvaggio fece il primo sorso. "O almeno dovresti considerare più svegli quelli attorno a te". Secondo sorso. "Non hai visto il tuo giubbotto di pelle?". Il bicchiere per un attimo tentennò, poi si riavvicinò alle labbra. "E' sporco, impolverato...". Come il locale, pensò, e giù con il quarto sorso. "...ed è rosso come i tuoi capelli". Il Selvaggio fece fatica a deglutire e l'Oste se ne accorse. "Prima di liberarti da queste parti ti tingono sempre i capelli di rosso e ti vestono di rosso. O bordeaux, se sono di buon umore. Ti marchiano con il fuoco, così tutti sanno quello che hai fatto. O almeno da dove vieni". Con il quinto sorso il Selvaggio buttò giù anche quell'indigesta notizia. Per poi commentare con un energico: "Assurdo!".

"Guardati allo specchio, se non mi credi" e con un ampio gesto l'Oste indicò un pezzo di vetro sporco accanto al tariffario.

Il Selvaggio allora si alzò e barcollando raggiunse l'obbiettivo. Gli girava la testa. Pulì con la manica del giubbotto il vetro e guardò il più attentamente possibile la sua immagine riflessa. Un riflesso scarlatto che circondava un viso pallido, ma la fioca luce di quell'angolo del locale donava al suo volto un colorito ancora più irreale, quasi verde. D'improvviso si sentì le forze venirgli meno. L'immagine adesso assumeva contorni eterei, ultraterreni, metafisici. La vista gli si stava appannando. L'ambiente circostante si era trasfigurato in un paesaggio flaccido, cadente; l'Oste si deformava in un mostro. Stava avendo una visione? Stava perdendo i sensi come sotto i colpi di un potente sonnifero? Il Selvaggio sprecò l'ultimo barlume di momentanea lucidità pensando che si sarebbe svegliato con un gran mal di testa e che prima ancora avrebbe avuto un brutto, bruttissimo incubo.

venerdì 1 settembre 2006


Se dai il nome ad una cosa, allora diventa tua?
Il tempo, il senso - (parte V)

Quella frase gli risuonò in testa ancora per un po'. Concluse tra sé che doveva voler dire qualcosa di banale, e che sarebbe arrivato a capirla senza sforzo, più tardi; bastava che smettesse di pensarci. La sua abitudine al silenzio l'aveva reso particolarmente sensibile al suono delle voci umane, e insensibile al senso delle parole. Talvolta, quando stava dentro, gli era capitato di passare interi pomeriggi disteso, a pronunciare a fior di labbra il proprio nome, tante e tante volte di fila, fissando lo sguardo ora sul muro di fronte alla branda, ora sul catino dove pisciava, ora sulla feritoia sbarrata. E se guardava il muro il suo nome poteva voler dire il muro, e se guardava il catino: il catino. E se guardava oltre le sbarre tutto quel sistema di imposture crollava all'istante, e il suono del nome tornava a significare ehi tu.
Sgranò gli occhi attorno, sbadigliando. Ripensò all'assurda sensazione che aveva avuto qualche ora prima: quella di essere a bordo di un treno in partenza. Assurda perché di fuori, adesso, non c'era più niente, nessuno da osservare. Almeno, nulla che lui potesse vedere: era buio. Difficile dire che ora fosse; l'orologio a muro, sopra al tariffario, ad un lato del bancone, era fermo sulle 7:03. Era fermo, certo: d'estate, alle 7.03, mattina o sera che sia, non è buio. Non in quell'angolo di mondo.

giovedì 31 agosto 2006


L'AVVERTIMENTO DI BARBABLU' (Parte IV)
Senza rendersene conto il Selvaggio si era addormentato. E probabilmente si era addormentato senza che nessuno se ne rendesse conto, visto che chiunque passasse di lì sembrava non badare a nulla che lo circondasse. Con la testa china su un tavolo nella penombra aveva chiuso gli occhi e dischiuso le porte del mondo dei sogni. Non sapeva quanto tempo fosse passato quando un ticchettio sulla spalla, un ticchettio sempre più insistente, lo destò dal suo sonno rigenerante. Il locale adesso era completamente deserto, tranne per l'uomo grande e grosso che con la sua corporatura muscolosa ostruiva tutta la sua visuale. Maglietta azzurra con maniche corte arrotolate. Al centro della maglietta una immagine stampata che lo ritraeva con espressione soddisfatta, abbracciato ad uno scafandro e tentacoli di piovra che spuntavano alle sue spalle. Occhi azzurrissimi, ciuffo biondo che si affacciava dal cappello. Un cappello da marinaio. E barba tinta. D'azzurro, ovviamente, di quell'azzurro intenso come il mare visto al largo, lontano dalla costa. Una foto di parecchio tempo addietro, essendo il tipo notevolmente invecchiato. La barba, benchè avesse sempre quel colore, era decisamente più folta; qualche ruga aveva donato una parvenza di saggezza al suo viso squadrato. Mentre il Selvaggio si stropicciava gli occhi, allontanando quel che restava di morfeo dal suo risveglio, Barbablù sedette di fronte a lui. E si accese un sigaro, di quelli che con una sola boccata profumano tutta l'aria. "Stammi a sentire, galeotto" iniziò il marinaio "e stammi a sentire bene perchè sono uno di poche parole". Altra boccata. "Quello che hai colpito era uno dei miei uomini, uno dei miei marinai. Ed è stato un errore colpirlo. Ma ora non ho tempo, la mia ciurma deve salpare stanotte stessa: così era previsto". Altra boccata prima di proseguire a parlare lentamente, soppesando le parole per incutere maggior timore. "E non cambio certo il programma per te. Ma non posso permettere certe cose nei confronti dei miei sottoposti. Quando tornerò se ti troverò allora capirai l'errore che hai commesso". All'ennesima boccata sbuffò sul viso del Selvaggio. "Mi hai capito? Perchè non parli, sei muto per caso?". Pausa. Poi, il Selvaggio (che, non avendo niente da perdere, non era rimasto particolarmente intimidito) biascicò un'irritante risposta ironica, sfoderando la classica voce roca ed impacciata di chi non apre bocca da tanto tempo: "No, sono sordo!". Appena tali parole riuscirono a farsi strada tra il fumo, Barbablù accennò un ghigno, quasi a far capire di aver apprezzato la battuta. Quindi l'omone appoggiò sul posacenere il sigaro, si alzò e, dopo un'ultima occhiata, mormorò, scandendo sillaba per sillaba, quasi temendo di essere frainteso: "O la nave o un altro animale".
Quindi se ne andò senza voltarsi, senza dare nè tempo nè adito ad una replica, lasciando il Selvaggio ancora stordito. Stordito dal sonno, stordito dalle minacce, stordito da una certezza ma soprattutto stordito dagli interrogativi. L'unica certezza era l'aver capito come mai nessuno avesse reagito al suo gesto inconsulto: era evidente che avessero tutti timore di Barbablù. Ma perchè? E come poteva un uomo di tale mole mostrare dei movimenti così compassati, controllati, composti? E come faceva a sapere che era un galeotto? E cosa voleva dire "o la nave o un altro animale"? Quale segreto si celava dietro questa bislacca ed insolita espressione? Più se la ripeteva e più si allontanava dal suo misterioso significato. Più se la ripeteva e meno capiva.
Aggrottò la fronte: "O la nave o un altro animale..."
NEL CAFE ABSURD - parte III

Ciò che lo stupì invece, e non poco, fu il fatto che nessuno di quelli che stavano lì dentro reagì. Nessuno si mosse, nessuno fece nulla. Non era normale, pensò quasi deluso Il Selvaggio, che già aveva serrato i pugni, assaporando quel leggero brivido di adrenalina che lo attraversava prima di iniziare una rissa.
Non era normale. Insomma, un tipo, uno mai visto prima da quelle parti, con una faccia non proprio raccomandabile, entra in un bar, uno di quei tanti ritrovi di clienti abituali dove da anni si vede pressappoco sempre la stessa gente, e si ordina un whisky. Un altro tipo, uno che probabilmente in vita sua aveva speso più soldi in quella bettola per i cicchetti che non per comprare i pannolini ai suoi pargoli o un anello di bigiotteria per la sua donna, lo urta per sbaglio, gli fa cadere qualche goccia di whisky, si becca una testata, resta per terra svenuto con una chiazza rossa sulla fronte…e nessuno dice niente? Nessuno interviene? Neanche il barista? Non è normale, proprio no.
Decise di darsi un’occhiata intorno. Magari per cercare di capire dov’era finito.
Innanzitutto, si rese conto che il bar si era improvvisamente svuotato. Eppure, solo cinque minuti prima, avrebbe giurato di averci visto un bel po' di gente là dentro...solo cinque minuti prima...
A prima vista, quel posto avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita. Era terribilmente fuori moda, con le poltroncine di finta pelle squartate qua e là come a rivelare la loro povera anima, le luci basse e la carta da parati marrone pigramente ingiallita. Il pavimento, color ebano, era dipinto a tratti di cicche nervose. L’aria era impregnata di fumo, e si riusciva a respirare soltanto perché di clienti non è che ce ne fossero molti. Qualche lampadina era fulminata, e la luce dall'esterno lo bagnava appena.
Fuori, in un anonimo giovedì di fine estate, la gente schizzava veloce, senza nemmeno annusare il tanfo che trasudava al di là dei vetri opachi. Ebbe la sensazione di stare su un treno in partenza, quando vedi gli altri fuori che si muovono ma sai che tu sei più veloce, anche se stai seduto, e che te li stai lasciando alle spalle. Accese una sigaretta inutile, e dopo la prima boccata, che gli raschiò la gola ferocemente, si voltò ad osservare gli altri avventori. Se ne stavano a discutere animatamente seduti su quelle schifose poltroncine. Erano quattro o cinque. Scrutò i movimenti delle loro labbra, i gesti ampi di un tipo con un cappello in testa, i movimenti lenti di un altro con un maglione rosso. Non facevano in tempo a finire una sigaretta che se ne accendevano un’altra, e il posacenere troneggiava al centro del tavolino, come un altare sacrificale. Il fumo sembrava avvolgere quel posto, e proteggerlo, quasi ad allontanare gli intrusi, ad evitare che disturbassero quella strana liturgia. Il Selvaggio si fermò ad osservare quella danza di suoni e spostamenti, di nubi e particelle, senza ascoltare una sola parola di quello che dicevano. Nessuno gli prestò attenzione, anche se continuava a fissarli intensamente.
Improvvisamente capì che quel posto gli piaceva, che ci voleva perdere un altro po’ di tempo, che tanto quello, almeno quello, non gli mancava. Percepì il suono dei suoi muscoli che si rilassavano, il calore del whisky scorrergli dentro, si sentì bene, al sicuro, lì dentro.
Si voltò per chiederne un altro, ma il barista non c’era più. Buttò un’occhiata qua e là. Niente. Chissà dov’era finito. Con un balzo scavalcò il bancone di mogano, prese la bottiglia e si riempì generosamente il bicchiere. Quelli continuavano a discutere, senza degnarlo di uno sguardo. Ma questo essere invisibile, ai loro occhi, poterli osservare senza che nessuno gli chiedesse che cazzo ci facesse lì, non gli dava fastidio, anzi. Sarebbe intervenuto con calma, al momento giusto, come sempre. Per le presentazioni, tanto, c’era tempo, che quello, almeno quello, non gli mancava.

mercoledì 30 agosto 2006

Tutto ciò, riprendendo Falena, somiglia proprio ad una sorta di "romanzo d'appendice" dove anche l'autore è ansioso e trepidante lettore in attesa...


DISSERTAZIONE

Non tutto ciò che è, appare. Non tutto cio che appare, è.
Ciò che io vorrei che ci fosse, almeno in un luogo esiste. Anche se non è. Ciò che io vorrei che non ci fosse, almeno in un luogo non esiste. Anche se è.

Eppur contemplo l'errore e so che potrei sbagliare. E quello che sembra, è. E quello che è, sembra.

Che la questione non risieda nell'essere ma nel sapere? Che la questione sia il confine tra essere e sapere? Che il sapere sia anche essere o che essere possa anche essere sapere?

In fin dei conti, oh esistenza, oh sapienza, oh nulla e niente e iella, prima mi guardi senza riguardo, adesso non mi guardi senza il riguardo che io ti sto prestando guardandomi bene dal guardarti con sguardo senza riguardo.

Come sono solito ripetere: il senno di poi è l'unica scienza esatta.

Avanguardingo 2

Ahi ahi ahi, il discorso si fa duro. Ma la mia, in fondo, era un'idea semplice.

Non c'è dubbio che l'esercizio, ad esempio, della letteratura e quello dell'ingegneria pongano responsabilità diverse e diversamente proporzionate. Un libro fatto male non mette in pericolo la vita di nessuno, chiaro.
E' qui il punto: lo scrittore dev'esse cosciente che ciò che fa è solo un libro. E che ciò di cui fa uso è perlopiù una tecnica. Questa coscienza è una forma di responsabilità.
Ciò non esclude che lo scrittore e l'ingegnere abbiano ruoli e competenze parecchio distinti, caro Falena.
Poi: non ho mai inteso dire che si debba fare della tékhne un fine piuttosto che un mezzo. Ma quello di "espressione pura", mi pare, è un concetto rischioso ed evanescente. Vi piace il free jazz? Allora ben venga l'assolo di trapano (vedi il blog Cineserie e varie futilità). George Antheil scrisse un concerto per venti motori d'aeroplano. Vi interessa?
Non voglio promuovere una concezione funzionalistica dell'arte. Ma mi irrita la sua ottusa sacralizzazione.


IL SELVAGGIO (Parte II)

Sempre appoggiato sull'alto sgabello del bancone, eppur perso nei dedali delle sue speculazioni mentali, il Selvaggio (così aveva intenzione di definirsi da quel momento in poi), venne urtato casualmente da un tizio alle sue spalle. Un gesto del genere una volta lo avrebbe come minimo turbato, se non indispettito. Adesso un qualsiasi tipo di contatto umano era per lo meno inaspettato, "originale" e in quanto tale gradito, benchè involontario, benchè fastidioso. Solo in quel momento si accorse che il brusio era aumentato ed il locale si era riempito. All'urto, il bicchiere, stretto nella ferrea presa della propria mano, vacillò di colpo e quel divino nettare chiamato whiskey ondeggiò come un piccolo mare in tempesta. In parte - non molto per fortuna! - si versò sul bancone. Una goccia che strenuamente cercava di rimanere aggrappata per non cadere, si arrese ben presto al proprio destino e scivolò inesorabilmente lungo il vetro del bicchiere, incontrando il palmo della mano del Selvaggio. Guardò la goccia che sembrava ricambiare lo sguardo e ringraziarlo per averla salvata da quello spreco. Quando stava dentro, curiosando tra gli scaffali della biblioteca della prigione, aveva trovato un libro che parlava proprio di whiskey. C'era una figura che lo aveva incuriosito particolarmente, in cui il liquido osservato al microscopio assomigliava ad un insieme di cellule. O di labbra. E le immaginava incontrarsi e separarsi gioiosamente, splendenti nel loro colore, consapevoli del proprio gusto, mai affaticate da questo loro fondersi e riprodursi quasi orgiastico. Accostò il palmo della mano alle labbra e assaporò quella goccia intensamente, prima di afferrare con decisione il bicchiere e colpire violentemente in testa quel tizio maleducato alle sue spalle. Si rese conto, senza particolare stupore, che certe cose ancora lo indispettivano.

Avanguardingo

Quando incontri uno scrittore gli chiedi: "Come si scrive un libro?". Ma se incontri un ingegnere edile, gli chiedi, per caso, come si costruisce una casa?
Forse sì. Allora significa che sei una persona avveduta: hai capito che, in un caso come nell'altro, quello che c'è da imparare è una tékhne (mi perdonino, i grecisti, l'opinabile traslitterazione): una "perizia", un "saper fare" specifico. Non esiste un "segreto"; ne esiste, semmai, più d'uno; a fare le cose si impara poco a poco, scrutando, ascoltando, provando, sbagliando: dicono così, no?
Eppure c'è un botto di gente che scrive libri, scolpisce, suona e canta ignorando ciò che in un ingegnere edile o in un medico difficilmente manca (almeno in teoria): il senso di responsabilità.
Perdonami, stavolta l'ho detta grossa.

Osservavo quella fantastica carcassa con lo sguardo ebete dell' innamorato. Eravamo soli, io e lei. Avrei voluto dire qualcosa a quei pistoni andati in fumo, ai sedili in pelle ormai stagionata, al volante carico di impronte ormai illegibili. Lei mi parlò con quei suoi occhioni spenti, sussurrandomi parole e sgasate d' altri tempi. Lasciarla lì? non ne avevo la forza..

LA STORIA (Parte I)

Lo sorseggiava senza fretta, appoggiato al bancone del cafè. Quel whiskey invecchiato era l'unica cosa che gli avesse donato un po' di calore una volta uscito di galera. E fissando quel suo colore intenso e apprezzando il suo gusto secco, si perdeva nelle sue elucubrazioni, dissertazioni per lo più prive di significato, ma curiose. Chissà perchè aveva scelto proprio quel posto per brindare alla sua nuova "vita". C'era qualcosa che lo attirava. Cafè Absurd... non un nome come tanti. "O la nave o un altro animale" suggeriva il sottotitolo. Ed anche questo era strano, un locale con un sottotitolo. Come se nascondesse qualcosa. Forse erano state proprio quelle parole ad incuriosirlo. Lui si considerava un "altro animale", magari appena sbarcato dalla "nave" di cui sopra, la "nave" che lo aveva rapito dal suo habitat naturale per poi rilasciarlo allo sbaraglio...uno stato brado che sembrava una nuova cattività. Pensava. Non aveva fatto altro per tanto tempo. Quando si sta dentro o si impara ad urlare o a pregare. Lui non aveva fatto nè l'uno nè l'altro. Imparò il silenzio. Pensare, leggere. E ascoltare. Ascoltare le proprie grida rimbombare dentro la propria carne. Ora si trovava in un Mondo Nuovo. Ed era il Selvaggio huxleyiano di questo Mondo Nuovo.

Filosofia o Neorealismo?
Il luogo avrebbe richiesto un silenzio o almeno un discreto colpo di tosse. C'era invece un bisbigliare, rumori di strada, mare, a volte urlati richiami. Lo sfogliare delle pagine batteva il tempo di giovani vite tornate a chinarsi su carte quasi dimenticate. Higuerra scelse il suo posto di lettura, si guardò intorno e sorrise ai conoscenti. Lasciò cadere fogli di fotocopia e libelli di critica cinematografica sul tavolo di fronte a me. Il suo vestire lasciava intuire una ricercatezza stilistica, una riflessione su scarpe-pantaloni-maglietta di non poco conto. Si sedette, mi guardò in segno di saluto. Ricambiai il gesto e tornai alla mia storia. Cominciò il suo svogliato errare tra i sentieri di una critica che sembrava non affascinarlo. Era consapevole della sua situazione e dopo una manciata di noiosi minuti si rifugiò nella lettura appasionata di un Barthes d'annata. Il suo volto si distese, si fece sereno, i sentieri neorealisti-Rosselliniani sembravano lontani. Provai gusto nel vederlo soddisfatto della sua lettura. Seguì un gesto che partì dal Bisca, sfiorò LeCannù e fu piacevolmente carpito da Higuerra e da me. Ci alzammo in uno stridere di sedie e ci regalammo il gusto del fumo pomeridiano. Ci furono parole, saluti, discorsi che tendevano alla cazzata, poi rientrammo. Higuerra si attardò per poi comparire serio ed elegante con in mano tre volumi di Schopenhauer. Da Barthes a Schopenhauer... Higuerra aveva stupito ancora. Lesse concentrato di pessimistiche teorie, sfogliò attento le preziose pagine. Non so quanto durò la sua analisi, ma Higuerra aveva tutta la mia stima.

martedì 29 agosto 2006


DesaPariser nº 0.nueva


Aquella en que el nuevo usuario del blog, como agradecimiento a tal invitación, se admite tan aficionado como Higuerra a los juegos de palabras.
FIAT LUX

La luce si accese. Così potè leggere finalmente la lettera che aveva tra le mani. E mentre scartava avidamente la busta i suoi occhi brillarono, aspettandosi chissà cosa. Rimasero delusi. "Forse è per questo che i desideri non hanno un interruttore - non potè fare a meno di riflettere - meno facile è scartare la carta da regalo, più l'immaginazione può volare sui prati della felicità". Ma non perse tempo a biasimarsi per averlo pensato. Le solite misere speculazioni linguistiche. Risoluto come non mai si promise di non ripeterle, come si promise di frenare la propria curiosità nell'aprire la lettera successiva che sapeva sarebbe arrivata puntualmente poco tempo dopo. Suo malgrado, sapeva dentro di sè che l'unica cosa che sarebbe davvero riuscito a fare, sarebbe stata solo quella di indugiare nel premere l'interruttore (anche con un pizzico di ansia, temendo di essere troppo rapido) e scartare la busta più lentamente...


Puoi rubarmi un'idea,
non uno stato mentale.

domenica 27 agosto 2006


Insomma tempo fa parlavo con un tipo, e questo mi diceva una cosa interessante, mi diceva che bisogna sempre tenere a mente la differenza tra non so che e non so quant'altro. Adesso non mi ricordo bene com'era il discorso, però m'è rimasta impressa questa cosa della differenza.

sabato 26 agosto 2006


FABLES OF FAUBUS
In questa mattina che suona un Jazz di Mingus, dedico qualche libera sillaba a questo articolato spazio. Lo faccio perchè sono stato invitato, perchè Higuerra ha gentilmente offerto una poltrona al vecchio Scalia. E' una stagione confusa, che ancora puzza di caldo e di umidità, ma c'è qualcosa che si muove, che sembra mutare. Ci sono idee che ronzano e storie che nascono ogni pochi minuti. Ci sono personaggi che si delineano all'orizzonte delle nostre fantasie, c'è un ridere di gusto...
Tutto sommato c'è un bel tempo da queste parti.

giovedì 24 agosto 2006

Lo svantaggio di lavorare in radio
era che dovevo alzarmi presto.
Il vantaggio era
che non dovevo lavarmi la faccia.

martedì 22 agosto 2006


Quando ci entrava, oramai, era assalito da una pietosa desolazione; tanto più che era stato lui ad averlo reso così gelido, così insipido, così inospitale, quel luogo. Quel luogo era orfano di lui, soprattutto.
Non c'era un solo oggetto che gli appartenesse davvero, o che significasse per lui qualcosa in più del dovuto: i piatti in cucina erano piatti, non una sola crepa a ricordargli d'averli seppur malamente usati in qualche occasione; le sedie erano sedie, non un solo piolo consumato a sottolineare le sue scomposte abitudini di vita; la scrivania era una scrivania... o forse no. C'erano oggetti, come la scrivania, che col disuso avevano smesso persino di essere se stessi: la pipa era un soprammobile, come tutte le pipe, del resto. I dischi, poi, erano un'eredità di generazioni passate, dunque poco idonei a dargli notizie di se stesso.
Anche la scelta della carta da parati, che all'epoca gli era sembrata azzeccatissima, ora si rivelava poco in sintonia col suo stato d'animo. Eppure i colori erano rimasti gli stessi, il tempo trascorso non era bastato a sbiadirli, né a farli passare di moda. Poi, in altri tempi, quelle tinte gli erano parse significative in ogni condizione di luce: col sole alto, al crepuscolo, all'alba (per quel che ne sapesse), al piccolo lume della scrivania, addirittura sotto gli sconcertanti fari alogeni che aveva fatto installare nel salotto all'inizio dell'inverno, in preda a violente quanto effimere velleità di produttore cinematografico indipendente.
Cinematograficamente ipotizzò, senza convinzione, un finale alla Freddy Nasone: era giunto il momento di cambiare casa.

sabato 19 agosto 2006


Se il buongiorno si vede dal mattino - pensò Higuerra - sarà meglio assistere a questa giornata con l'avanti veloce, fermandosi a guardare solo quando si intravede una scena interessante, come si fa coi film erotici di basso livello.
Ma c'era, a pensarci meglio, un'altra soluzione, più o meno semplice: mettersi a fare una qualsiasi delle cose rimandate o accantonate nel passato recente, buttare giù il ritornello per una canzone di cui si ha solo la strofa, scrivere una mail al relatore, smettere di fumare. Dare insomma un senso arbitrario ad una giornata che si preannunciava sorda e smemorata.

L'aver intuito il rischio non metteva certo al sicuro il nostro eroe.

venerdì 11 agosto 2006


Sparigi n. enne

Si tratta del capitolo in cui Higuerra raggiunge Rodriguez in Ispagna. Il tempo di un asciutto ragguaglio col fratello di lei, Curro, e di una rapida escursione per gli ambenti oblunghi della sua abitazione, a Pozuelo, poi i due partono nottetempo alla volta di Cadice, o giú di lí. Il viaggio é un calvario allucinato e rinfrancato a malapena da rari e gelidi strappi di sonno. A San Fernando - il sole é sorto appena - l´imperscrutabile Belén traghetta i due protagonisti presso l´edonista Jose Antonio Gonzalez - zio di Rodriguez - che li accoglie con buffa discrezione ed offre loro la completa disposizione della casa e un dignitoso digiunario; quella di Jose é una dimora assurda, appesa - tramite un nodo di scale nude - ad un mare pallido, bambinesco e ventoso. Il capitolo si conclude con Higuerra che, ingiustamente insonne, diteggia quattro righe in attesa del prossimo pasto.

mercoledì 9 agosto 2006


L' insostenibile leggerezza del palco, col suo fardello di luci e le sue inesauribili risorse, accompagnò Le Cannù come una azzurra nave da crociera nel limbo delle sensazioni inespresse e turbinanti.. Era bello ascoltare le chiatarre acide, le armonizzazioni allegre dei musicisti attempati ( ma solo nella forma). La sostanza regalava continue infusioni di allegria e deja vu, la massa vociante e chiacchierona era per Le Cannù soltanto un orpello colorato ma bidimensionale..
Avrebbe voluto che quel momento continuasse per tutta la notte, ma era consapevole che, sulle note dei brani più famosi, avrebbe incominciato a respirare quella sensazione di amarezza per un racconto breve che si spegne quando ha finito di autocompiacersi .
Gli sarebbe rimasto il ricordo fotografico, elettrizzante ma destinato a sbiadire, e l' amara consapevolezza di non aver mai condiviso un momento così particolare con una compagna che fosse degna di questo nome.
D' altronde, Le Cannù ne aveva di cocci da raccogliere nel suo personalissimo porto delle nebbie.
Sarebbe andato a casa, e avrebbe fumato con calma l' ultima sigaretta della giornata ,nella speranza che non avrebbe mai terminato di consumare sé stessa. Avrebbe guardato lo stesso, immutabile cielo, e forse sarebbe stato al riparo, per un pò.
Il cielo l' avrebbe ricoperto come una gigantesca e soffice coperta, le stelle sarebbero state i suoi peluches.

Notte, di nuovo notte, col suo carico di musica già scritta e melodie che qualcuno stava componendo...

lunedì 7 agosto 2006


"A volte mi sorprendo ad aspettarmi che il blog si nutra da sé.
E' vero, esso pare caduto in un'insostenibile desolazione, ben difesa da questo fondale blu marino; ma di mare alto, di mare profondo. Quasi d'abisso.
Ciò non rende giustizia ad un mondo carico di tinte interessanti. Se poi la parola "interessante" non vi piace cercatevi pure un sinonimo".
Higuerra, in quel frangente, sosteneva, tra le altre cose, l'opportunità di placare, per mezzo di laute rincorse, le foghe ormonali suggerite dal periodo storico. Non avesse temuto l'imboscata della buoncostume, avrebbe ben volentieri divulgato - corsa durante e prima e dopo - una di quelle segrete conquiste intellettuali che una persona avveduta suole tenere per sé, e che una persona buona - buona come solo i più intelligenti sanno essere - esige invece proferire a chicchessia: ...

Higuerra era un uomo avveduto, di media intelligenza, un po' timido.

Borges, la sera, vezzeggiava focolarmente le sue remote velleità di lettore; sì, perché Higuerra intuiva che leggere non vale meno che scrivere, a voler fare le cose come si deve. Chi altri, nel raggio di 500 chilometri, avrebbe saputo chiedersi, tanto per dirne una, il perché di quei dodecasillabi al principio del canto XV dell'Inferno? Scalia, forse.

PS: lasciate in pace il volatile.

sabato 29 luglio 2006



Sparigi n° 0.1

(Quanto ci piace il paradosso)
Silvestri cantava Strade di Francia, ma Higuerra non si lasciò convincere. "Parigi a me non va bene". Vinsero gli Inti Illimani, toccavano corde profonde. Il cantautore era l'intervallo, la pubblicità: rumoroso, vuoto, simpatico. Le voci di quei giganti canuti s'innalzavano dalla terra assolata del Cile sino ai picchi andini ammantati di neve. E' un altro spazio, più che un altro tempo.
Higuerra, ignaro della propria consapevolezza, portava a spasso una birra. La mano di tale Giacomo DF lo scova tra la folla e i due si scambiamo un rapido saluto inatteso, commosso. Poche ore prima Higuerra s'era sorpreso a pensare che più di tutto, della sua storia recente, gli mancava lui. A Higuerra piaceva il paradosso.
La topografia di Sparigi andava delineandosi meglio ogni giorno. Persino Tillmann l'aveva chiamato, per un comestaicomenonstai, a ribadire telefonicamente l'inesorabile distanza audio-video; un altro tempo, più che un altro spazio.
"Avrei incontrato la maga?", recita la prima riga di un libro di Cortazar dal titolo Il gioco del mondo.
Sì, perché pure Rodriguez chiedeva di essere un ricordo. A Rodriguez piaceva il paradosso.
Freddy Nasone disse una volta: "Higuerra era un nome da battaglia, di quelle che si perdono nella partenza". O qualcosa di molto simile.
Non che Higuerra fosse d'accordo. Ma di sicuro c'erano tutti i migliori presupposti per scrivere una canzone nuova.

venerdì 28 luglio 2006

Copters stringed to earth flight tight,
It's not my fault ... there's a bloody moon in the sky.
Bolero raises my senses tonight ...

martedì 25 luglio 2006

Belgio da percorrere e poi da decifrare, con il sole arancione che frigge la pelle ed i mostri di vetrocemento a guardia delle città antiche che dormono (o fanno finta..)

giovedì 20 luglio 2006

A me invece non piacciono le dimostrazioni di forza, i misteri sottili che strangolano le discussioni, i segreti, l'autocompiacimento, l'ansia da prestazione, l'incapacità di valutarsi senza denigrare od osannare gli altri, il piglio del vincitore, i facili entusiasmi, i facilissimi entusiasmi, gli entusiasmi totalmente ingiustificati, le ingiustificate depressioni, le depressioni in genere.

mercoledì 19 luglio 2006

Sparigi n° 0.0

Rodriguez era una borsa verde che sgambettava più veloce delle lacrime.
Higuerra un fantoccio imbottito di silenzio, ripreso a carrello indietro.

martedì 18 luglio 2006



Nuoce gravemente alla salute (di Augusto Sgabelli)
Na notte s'è niscosto sotto n'arbero e le fronne
lo spariscono da tutto, lo copersero de brutto.Esciva dalle foje solo er fumo ad intervalli regolari, tutta corpa de quer vizio de fumare. In quattro lo cercavano, a st'infame, per il pizzo da pagare era n'anno che li cojonava; tre der tuscolano e un quarto sud-americano che lo chiamavano il torero, per via della bestiola che domava drento er recinto delli pantaloni. Dice che ad un tratto passa de lì per caso un prete che li vede tutti e quattro ansimanno come cani: "fratelli ch'è successo che ve vedo affaticati. C'è pericolo, v'aiuto?dite a me che sarvo l'antri pe mestiere. "ma se figuri padre, quattro chiacchere tra amichi.Amo d'aspetta 'n fratello nostro. So giorni che cercamo de parlaje de na cosa, ma nun se trova, è peggio della sposa coll'omo suo prima der matrimonio." Ma ar prete nun je sfugge che dietro a quelle fronne, c'è na pecora smarrita cor vizio de fumare. Lo chiama dice "vien tra noi amico figlio del signore. unisciti all'allegra compagnia, non star da solo vieni in compagnia". I tre der tuscolano e er quarto sud-americano, acchiappano l'infame pei capelli lisci e belli. Questo je dice ar prete "se io so un figlio der signore, te sei un grande fio de na mignotta".
Questo è un post di presentazione, di ringraziamento, di prova.. Se il blog mi ha registrato di nuovo come madame le cannù giuro che lo distruggo col fuoco!! Perchè non posso nemmeno mettere un titolo al mio post? aaarghhh...
Ci vediamo in giro, buon caffè!!

lunedì 3 luglio 2006

Commento critico a Tra i mejo amici mia

L’opera Tra i mejo amici mia è un rapido, stupefacente brano estratto da una recente raccolta, tuttavia inedita: Poesie nere, di Arduino Kakor.
Poche righe ma esemplari dello stile kakoriano, che mai cede al compiacimento formale e sempre asconde la ricerca, serissima seppur compunta, sotto le spoglie di facile trouvaille.
I suoi personaggi, come il Franco di Tra i mejo amici mia, sono portatori, loro malgrado, di una follia collettiva ma istituzionalizzata nell’esilio suburbano. La periferia diventa così il topos privilegiato, e la microproiezione, di un’assurda caccia al responsabile intesa anzitutto all’espiazione pacifica delle colpe comuni; tale intuizione, che nell’arte kakoriana assume il peso severo e umile di un’autentica poetica, s’incarna esattamente in una forma monologica che allude al dialogo, insinuando nel lettore il sospetto grave della semplice, primigenia e malata ricerca del capro espiatorio. L’interlocuzione solo accennata, il dialogo solo immaginario, sono infatti sintomi chiari di come la follia, che si pretende sempre e solo altrui, sia in realtà subdolamente rintanata nell’inconscio di ognuno.
Kakor fonde il romanesco belliano e letterario a quello odierno, suburbano, vago e mutevole; e confonde la frase per mezzo di una punteggiatura solo apparentemente scorretta, che serve piuttosto a vitalizzare – così come l’utilizzo di k in luogo di ch - il calco di un parlato, quello appunto della periferia profonda, asintattico, sgrammaticato e stupefatto.
Poesie nere è soltanto uno dei cicli letterari di Kakor; egli scrive anche racconti d'ispirazione più spiccatamente neorealista, versi ermetici, poemetti ascrivibili a certo realismo magico.

Ebbene: Café Absurd ha l’onore di introdurvi Arduino Kakor: proseta dell’ipocalarsi, poetista di grezze e attente miniature, narratorista ipergrottesco e subdialettale, pittore guazzabuglista e scultore antiprospettivista, fotografista scettico e puntuale, portierista, viaggiaturista, sommelier ma mai sommeilleur.

domenica 2 luglio 2006

Tra i mejo amici mia

Levando i miei più cari amici ,che stanno tutti ar manicomio , e l'artri che invece stanno ar gabbio pe' omicidio , te giuro comunque tutta brava gente ; a Fra dei mejo amici mia, te sei er più mejo. Lo dico pure io ,Luigi è bravo, te rubba sotto ar naso a mille lire ,vabbè ma nun lo fà perchè è maligno lui rubba più che artro pe passione . Riccardo si, sta sempre alla stazione , co' a siringa drento a vena ,ma è bono lo fa per rilassasse un pochettino . Enzetto è un assasino depravato ,ammazza i regazzini pe’ diletto ,li mette drento a un sacco sotto ar letto e quanno che gle 'mbocchi drento casa c'è na puzza ;ma è bravo ,sta sempre li,si c'hai bisogno de 'n consijo . Tonino so trent'anni che lavora ,vabbè perchè er pappone n'è un mestiere ,sta’ appresso te a quee mignotte dee straniere,sò sempre pronte a fette quarche sola o a denunciatte a li carabbigneri, ma lassa perde è un gran lavoratore ,te ce vorrei vede a te ,mezzo a la strada tutto er giorno . Ma Franco te fra questi sei er più mejo ,c'hai pure te li vizzi tua pè carità,a rubbà tu rubbi meglio de Luigi,e rubbi pe' rubbà no pe’ passione, a proposito ridamme quer mijone; Riccardo c'ha a siringa drento a vena? Ma te mentre te buchi dai na botta e poi te fai no schioppo de spinello. Enzetto è un assassino depravato... ,si e te quee tre donne ando l'hai messe ,ma nun fà er vago dai che t'ho sgamato ,ce sta na zinna drento a quer cassetto l'hai fatte a pezzi e te le sei magnate. A Tonino poi gle dici ch'è 'n pappone, perchè co' tu sorella te k'hai fatto, l'ho vista stamattina su a Colombo ,è brava 'o sai ,e c'ha pure un buon odore,nun puzza come su' fratello.